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Internet, le mappe del terrore

di Alberto Lunati
Fonte: La Stampa
30 luglio 2003


Dal perfetto manuale per il terrorista online che insegna a preparare molotov "domestiche" al sito che descrive quella fabbrica degli orrori che fu Auschwitz come un campo di lavoro dove, tutto sommato, vitto e alloggio erano garantiti.
E' il lato oscuro della rete, dove il confine tra coscienza, memoria e realtà diventa labile davvero. E le possibilità di manipolare eventi, scambiarsi messaggi in codice e reclutare nuovi adepti, praticamente infinite. L'ultima fatica del Simon Wiesenthal Center (www.wiesenthal.com), un'organizzazione non governativa impegnata da decenni nella preservazione della memoria dell'olocausto racconta la sua storia attraverso un cd rom, "Digital terrorism and hate 2003" , fotografa una realtà in continua espansione e pone, ancora una volta, interrogativi su quello che è considerate una delle fonti di accesso al sapere future.
Venticinquemila i siti internet passati al setaccio, ogni mese, dall'ottobre dello scorso anno dagli specialisti informatici dell'associazione. Circa quattromila quelli etichettati come incitanti al terrorismo, ad estremismi di vario genere ed alla promozione dell'odio razziale. «Ma i siti riconducibili a vario genere e titolo ad attività violente ed  eversive sono almeno 9 milioni in tutto il mondo. Internet - spiega in  proposito Leo Adler, avvocato canadese di fede ebraica e direttore generale del Wiesenthal Center - è la nuova frontiera di questi maestri dell'odio digitale. Dobbiamo capire che i gruppi terroristici come Al Qaeda e i loro sostenitori hanno imparato ad usare la Rete in maniera molto sofisticata, cercando di stringere alleanze transnazionali».  
Canada, Stati Uniti, Inghilterra, Libano, Quatar. Ma anche Europa, Giappone, Cina. I server che ospitano i siti dell'estremismo islamico non hanno fissa dimora. Come i loro proprietari, che spesso registrano le loro attività sotto nomi di facciata. La loro unica preoccupazione, che i loro messaggi non manchino l'obiettivo. Ormai etereo al cento per cento, il sito? Al Neda? era l'organo ufficiale di propaganda di Al Qaeda, ed è sparito da ogni server dopo gli attentati dell'11 settembre. Gli hackers che ora lo gestiscono hanno però optato per strategie di pirateria digitale che gli permettono di servirsi della complicità involontaria di altri siti per proseguire il loro lavoro, mentre i loro "colleghi" del "Mujahedeen Hackers group" si limitano, nelle loro incursioni, a sfregiare i siti ebraici americani. «Questo sito apparteneva a quel cane di ebreo che prima di essere hackerato dal Mujaedeen Hackers group» recita qual che resta della home page originale, violata ed esibita come eloquente trofeo telematico.
Ma è su "Az aldin alqasam" che la "cyber jihad" scopre le sue carte, fornendo istruzioni per hackerare il sito del Dipartimento israeliano della Difesa ed esortando puntualmente i visitatori a lanciare attacchi digitali contro I siti americani. Ben attenti a quanto succede nel mondo, tutt'altro che disinformati, i redattori dei siti del terrore sanno bene quale effetto le notizie, se manipolate, possano sortire e quanto internet sia un ottimo passaparola. «Quando un deputato Americano, Donald Duke, disse che dietro all'11 settembre c'era l'ipotesi di un complotto della Cia,- puntualizza Adler - ci fu un boom di siti, tutti legati all'estremismo islamico, che lanciarono questa notizia in tutto il mondo. Un buon esempio, direi, delle potenzialità comunicative della Rete, nel bene e nel male e dei professionisti che vi sono dietro. Paradossalmente - commenta Adler - siamo portati ad immaginare il mondo arabo come disinnformato. Niente di più lontano dalla realtà: lo dimostrano le statistiche sul numero dei contatti e le tecniche comunicative sviluppate da chi ha in mano questi siti».
Dalla controinformazione, come tra le pagine web di "Islamic Resistance Discussion Group", dove si esibiscono le prove scientifiche che la Sars (la polmonite atipica che ha ucciso migliaia di persone in tutto il mondo) altro non sarebbe se non un virus prodotto in laboratorio dalla nefasta collaborazione dei servizi americani con le lobby ebraiche, fino al marketing più sfacciato. Come quello di un sito thailandese: dopo un'introduzione nella quale echeggia l'inno di Al Qaeda, la visione del filmato si sposta all'interno di una cabina di pilotaggio di un aereo. Sullo sfondo, le torri gemelle, in un crescendo di tensione che culmina nella loro distruzione seguita dalle icone di Osama e del suo braccio destro, Al Zwairi, che comprimono l'immagine di Bush riducendola ad una smorfia di dolore.
E ancora, "Al-Manar television", accusato di essere l’organo di informazione di facciata per raccogliere fondi per le organizzazioni terroristiche iraniane e siriane vicine agli Hezbollah. Nella home page, sono rintracciabili I numeri di conti correnti bancari sui quali effettuare donazioni per il Movimento di Resistenza islamico.
Un semplice kit da soldato, con uno zaino e un paio di scarponi. A fianco, l'incitazione a non smettere di combattere per l’orgoglio del proprio popolo. Un'immagine innocua, all’apparenza, quella che campeggia nel sito "Mujahideen", ma all'interno della quale si nascondono messaggi in codice.
Le ricerche messe in campo dal Simon Wiesenthal Center - spesso scambiando informazioni con la polizia - hanno portato alla luce un sistema che non ha nulla da invidiare a quello utilizzato dalle spie per scambiarsi messaggi in codice, la steganografia, meglio nota come l'arte di nascondere un'immagine in un'altra immagine o un file all'interno di un altro file.  
Ma la rete pullula anche di inviti eversivi ben più espliciti.
"Al Qaeda-Azzam" - sito multilingue gestito da un cybersquatter - propone un manuale online tutto dedicato alla realizzazione della Jihad. Dal significato spirituale della battaglia contro l'infedele (Usa ed Ebrei, per intenderci), si passa al training che ogni combattente deve digerire per diventare un vero soldato di Allah. Fforza e velocità sono le basi sulle quali l'aspirante terrorista deve concentrare I propri sforzi.
«Spesso - commenta Adler - riusciamo a far chiudere dei siti, segnalandoli alle autorità competenti, ma il problema è che chi li gestisce si limita semplicemente a cambiare dominio. Internet è incontrollabile, le sue regole ancora incerte e facilmente eludibili. Un sacco di siti, ad esempio, scelgono gli Stati Uniti per la locazione del loro server, appellandosi al primo emendamento della Costituzione.  
E il "free speech", orgoglio dell’ideale intellettuale della democrazia  americana si trasforma in un cavallo di Troia capace di far entrare nella Rete qualunque cosa. E finisce con aprire la strada a messaggi d’intolleranza ed odio accessibili a chiunque.
Stormfront, "Stormfront.org" il primo sito riconosciuto come razzista nel 1995 è ancora attivo. Intoccabile. Il suo fondatore, Don Black, non ha mai nascosto le sue tendenze: ex leader del Klu Klux Klan, ha anche comprato, ironia della sorte, il dominio del Wiesenthal Center.
Blood Honor (che vanta filiali on line in tutto il mondo),Odin Martirs, Kommando fascista, White Italian. E ancora, Bisnazi, Micetyraps records, Valhalla, Racial Pride, War Aryan Resistence.
Dal Sudamerica passando per gli Usa fino all'Europa, raggiungendo l'Italia con server attivi nella terra del Sol Lavante, l'odio razziale e l'intolleranza hanno radici digitali ben salde ed estese.
I suoi mentori telematici si finanziano vendendo gadgets, offrendo file mp3  con i discorsi del Duce o di Hitler, negando l'olocausto o incitando all'azione contro medici abortisti ed omosessuali.
E se l'odio razziale non è un crimine, ma "il dovere di assicurare la sopravvivenza della nostra razza e dei nostri bambini bianchi" (come recita, a lettere gotiche, la front page di "Skinhead Deutschland"), ecco allora che le campagne in difesa delle vittime di "quella questione giudaica sulla quale sarebbe finalmente ora di far luce" sono il minimo che questi siti possano fare.
Lo dimostrano, su "Loyal Canada", gli appelli per la liberazione di Ernst Zundel, tristemente noto come il "Boia di Bolzano" ed attualmente sotto processo a Vancouver, per cui la Germania lotta per ottenere l'estradizione per crimini nazisti. Nel nome di "Un solo popolo, un solo Reich ed un solo Fuhrer", come sentenzia in maniera eloquente il sito Americano "Aryan Revolution". O, come su, "White Revolution", nato su iniziativa di Billy Roper, che ideò quella "National Alliance" (che ancora ha il suo sito) nota per essere la più grande organizzazione razzista americana, le prese di posizione in merito ai debiti con la giustizia di persone coinvolte in crimini razziali.
L'adagio, la replica di se stesso:"Il nostro backround è la prova della nostra superiorità" dice il testo nella home page "I grandi pensatori, matematici, fisici vengono dall’antica Grecia. Ed erano tutti bianchi".  
Einstein? Un ebreo. Anche lui al servizio del complotto giudaico per il dominio del mondo. «Un altro asso nella manica di questi siti - precisa Adler - è la loro capacità mimetica. Un esempio calzante è un sito americano che abbiamo individuato, dedicato a Martin Luther King». Nato come duplicazione della pagina web "Martin Luther King Family Foundation", il sito nasconde percorsi ben diversi da quelli che hanno caratterizzato la vita dell'attivista di colore.
«Nessuna sorpresa - commenta Adler - visto che "MLking.org" altro non è che un'emanazione del website di Stormfron. Dietro l'apparenza di prestigiose riviste storiche online si nascondono, spesso tranelli di ogni tipo. Come su "The Barney Review", I cui gestori sono ferventi sostenitori di Willis Carto, razzista ed antisemita americano
di lunga data. O come sul sito dell'IHR (Institute for Historical Review), il cui proposito dichiarato - ed ora anche supportato del mondo musulmano - è quello di "distruggere il mito dell'Olocausto".
«Neanche I bambini sono immuni dai messaggi d'odio della rete - commenta amareggiato Adeler -. Basta digitare su "Google" una ricerca per libri per I più piccoli ed esce fuori di tutto. Un esempio? La home page del celebre scrittore di novelle per piccini Seuss è stata modificata. Oltre al pesce canterino ed altri simpatiche versioni della sua saga marina, compare, a fondo di una pagina con ogni evidenza rubata, il "pesce giudeo"». Omosessuali e abortisti un altro dei bersagli preferiti. Contro di loro, oltre che a neonazisti e razzisti, tessono la rete dell’odio e dell’intolleranza anche organizzazioni religiose.
"God Hates Fags", il sito della Westboro Baptist Church, è uno dei tanti esempi di come l'intolleranza usi la Rete per scagliare I propri anatemi.
Gli omosessuali sono rappresentati, nell'ambito di un gioco di dubbio gusto, come svastiche rosa che "non riescono a tenere le mani lontane dai bambini", raffigurati da un innocente biberon.
«Siti come questi - aggiunge Adler - sono più pericolosi di quanto si possa immaginare. Quando è il fanatismo a dettare le regole del gioco, il passo tra la teoria e la pratica è breve. Lo dimostrano quegli omicidi a sfondo razziale che hanno riempito le pagine di cronaca dei giornali in diverse occasioni. L'uccisone di un medico abortista, negli Stati Uniti, avvenuta sotto la sua abitazione, fu ricondotta alle informazioni che l'assassino aveva attinto da uno di questi siti. Online erano accessibili gli indirizzi privati di tutti questo genere di specialisti»
In attesa di un protocollo, più volte sollecitato dal Wiesenthal Center in grado di porre delle regole, i siti di questo genere non accennano a diminuire. Anzi, crescono e tessono la propria tela in maniera esponenziale. La Rete è un universo. In continua espansione. Nel bene e nel male.

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