di A.
Lin Neumann
traduzione di Valentina Dirindin per Informazione senza
frontiere
9 agosto 2003

Giornalisti addestrati alle pratiche militari e integrati
alle truppe. Comunicati stampa giornalieri che comunicano le
ultime vittorie del governo. Appelli ufficiali che invitano
i giornalisti a essere patriottici. Rigidi controlli per
impedire ai giornalisti di entrare in territorio nemico.
Suona familiare? Certo, ma non stiamo parlando della guerra
in Iraq contro Saddam Hussein. Si tratta della guerra in
Indonesia contro i ribelli della provincia settentrionale
dell’Aceh nell’isola di Sumatra, che chiedono uno stato
indipendente. Prendendo esempio dalla gestione dei media da
parte degli Americani durante la guerra in Iraq, l’Indonesia
ha intrapreso una politica che tiene i giornalisti locali
rinchiusi entro i confini e tiene lontani dal teatro del
conflitto i corrispondenti stranieri.
L’attuale operazione militare nell’Aceh è la più grande
intrapresa dall’Indonesia sin dal 1975, quando si è
impadronita di Timor Est, che era parte di un’isola sulle
coste australiane. L’offensiva è iniziata a metà maggio con
un carattere imponente e spettacolare, con 50.000 uomini per
combattere 5000 guerriglieri, paracadutisti e aerei da
combattimento che sfrecciavano nel cielo per le telecamere
della televisione. Il governo ha proclamato che i ribelli
del Free Aceh Movement (conosciuto in Indonesia come GAM)
sarebbero stati vinti in sei mesi, ponendo fine a un
insurrezione iniziata nella metà degli anni ’70. Ma la
guerra invece continua, le vittime continuano ad aumentare e
dall’Aceh arrivano sempre meno informazioni.

L’ultima
offensiva nell’Aceh è iniziata il 19 maggio, dopo la
sospensione delle trattative di pace, la fine dei sei mesi
di cessate il fuoco e la proclamazione da parte del governo
della legge marziale nella regione. Da allora, i militari
indonesiani hanno introdotto restrizioni sempre più forti e
hanno stabilito regole al fine di arginare i media di
opposizione; i reporter locali devono sostenere un corso di
preparazione militare prima di essere “embedded”, integrati
alle truppe, così come è stato per i reporter americani
durante la guerra in Iraq. I media locali sono stati
avvertiti che è loro dovere di Indonesiani dare un completo
appoggio alle forze militari.
Non appena è iniziato il conflitto, le autorità militari
hanno intimato alla stampa locale di non dare alcuno spazio
ai comunicati del GAM. Secondo il quotidiano “Jakarta Post”,
il capo delle forze armate Gen. Endriartono Sutarto ha
riunito i direttori di tutte le maggiori testate per
garantire il sostegno all’offensiva. “Per risolvere la
questione dell’Aceh, il sostegno dell’opinione pubblica è
fondamentale. Se i media indonesiani trasmettono comunicati
del GAM, dovremmo mettere in dubbio la sincerità del loro
spirito nazionale,” ha detto Edriartono durante l’incontro.
Il Jakarta Post sostiene che i militari hanno minacciato i
giornali che hanno dato notizia delle atrocità commesse
dalle truppe nel corso della campagna.

I
reporter stranieri, inoltre, sono stati tenuti ben lontani
dall’azione e, nelle ultime settimane, gli è stato proibito
di entrare in tutta la provincia.
“Queste regole ci sono state trasmesse dall’ U.S. Pacific
Command. Sono quelle che loro hanno usato in Iraq,” ha detto
ai reporter stranieri il Gen. Magg. Sjafrie Sjamsuddin, capo
dell’informazione delle Forze Armate Indonesiane (
conosciute come TNI) , durante una conferenza stampa nella
capitale, Jakarta, il 20 giugno, per spiegare ufficialmente
le rigide regole vigenti per i giornalisti stranieri.
“Ovviamente noi le abbiamo adattate alla situazione locale.”
Nonostante la libertà di stampa dopo la caduta dell’ex
dittatore Suharto nel 1998, l’adozione da parte delle forze
militari indonesiane della politica mediatica di ispirazione
americana ha trasformato l’Aceh in una delle zone più
restrittive al mondo per la libertà di stampa. L’Indonesia
ha un governo civile, ma l’Aceh è governato militarmente.
Il Gen. Magg. Sjafrie, che fu indagato dagli investigatori
dell’ONU per crimini commessi a Timor Est durante la
sanguinosa separazione del territorio dall’Indonesia nel
1999, ha detto che il compito delle TNI non è solo quello di
proteggere i giornalisti ma anche quello di impedirgli di
entrare nei territori del GAM. “Nessuno ha il permesso di
entrare nelle zone del GAM. Queste sono le regole. In nessun
modo permetteremo ai reporter di entrare in queste zone,
quindi non pensate di farlo,” ha detto ai reporter durante
l’incontro del 20 giugno.
Sjafrie ha reso noto che ai reporter stranieri non è
permesso di essere integrati alle truppe, e che la stampa
deve informare le forze armate di ogni suo movimento nella
provincia. Inoltre, ai giornalisti è proibito pubblicare
“propaganda nemica”. Alla richiesta di chiarimenti, Sjafrie
ha definito la propaganda nemica come “qualsiasi cosa che
faccia apparire positivamente l’immagine del GAM
all’opinione pubblica. Ciò non è permesso,” ha detto.
In aggiunta alle direttive militari, i giornalisti devono
fronteggiare altre restrizioni. Prima di andare nell’Aceh,
devono ottenere il permesso di scrivere dal Dipartimento
degli affari esteri. Una volta ottenuto il permesso, il
Dipartimento di giustizia deve assegnare un’altra
autorizzazione. Solo dopo aver ottenuto questi due documenti
il giornalista può recarsi nell’Aceh. In seguito, al suo
arrivo, deve essere registrato dalla polizia e dalle forze
militari.

Le
autorità hanno inoltre proibito alle stazioni televisive
locali di vendere immagini alle agenzie straniere e hanno
avvertito i giornalisti locali di non scambiare informazioni
con i colleghi stranieri – una regola che ricorda quelle
usate dal regime di Suharto per controllare i media.
E se tutte queste restrizioni non fossero abbastanza, le
forze militari locali si stanno dando da fare per rendere
ancora più severe le varie regole. Il 26 giugno, il Gen.
Magg. Endang Suwarya, amministratore della legge marziale
nell’Aceh, ha emanato un decreto per cui tutti gli stranieri
devono entrare e lasciare la provincia passando attraverso
la capitale, Banda Aceh, rendendo così illegale per gli
stranieri viaggiare attraverso la regione. Ha inoltre
proibito a tutti gli stranieri di spostarsi al di fuori
della capitale e delle altre maggiori città.
Il Jakarta Foreign Correspondents Club (JFCC) il 26 giugno
ha scritto una lettera di protesta agli ufficiali
indonesiani sul numero crescente di restrizioni, affermando
che “ i cambiamenti e i rafforzamenti costanti delle
regolamentazioni governative e militari stanno di fatto
impedendo l’accesso dei media stranieri all’Aceh.”
L’associazione ha fatto notare che, nonostante i numerosi
incontri dei giornalisti con gli ufficiali per cercare di
fare il proprio lavoro, la regolamentazione lo sta rendendo
estremamente difficile. “troviamo difficile non arrivare
alla conclusione che ci sia un tentativo mirato di imporre
permanentemente rigide restrizioni per i media stranieri e
impedirgli di seguire lo svolgimento delle operazioni nell’Aceh,”
dice la lettera. Il JFFC non ha ancora ricevuto risposta a
questa lettera.
Mentre il Gen. Magg. Sjafrie stava ufficialmente presentando
le nuove restrizioni sulla stampa il 20 giugno, il
giornalista free-lance americano William Nessen stava
viaggiando con alcuni guerriglieri del GAM nell’Aceh. Quando
le forze militari hanno scoperto che Nessen si trovava nei
territori del GAM, gli hanno ordinato di consegnarsi,
affermando che era un simpatizzante del GAM e una spia dei
ribelli. Nessen ha respinto le accuse. Il giornalista, che
scrive dall’Indonesia per il San Francisco Chronicle, ha
riferito al CPJ che stava scrivendo un libro sul conflitto
nell’Aceh e stava raccogliendo materiale per un
documentario. Tuttavia, temendo per la sua sicurezza, Nessen
si è consegnato a Sjafrie il 24 giugno. Le autorità
indonesiane lo hanno immediatamente arrestato, ed è
attualmente detenuto nell’Aceh.
Altri giornalisti trovati nell’Aceh senza permesso sono
stati deportati o arrestati. Takaki Tadakomo, un fotografo
free-lance giapponese di 25 anni, è stato detenuto per due
giorni nell’Aceh prima di essere allontanato dalla provincia
perché non aveva i permessi ufficiali per lavorare
nell’area.
Ma il pericolo delle restrizioni è molto più grande che le
rappresaglie su qualche giornalista. C’è la stessa immagine
dell’Indonesia in gioco.
Le TNI hanno già una cattiva reputazione per le brutalità
commesse in decenni di conflitti interni e dittature nel
paese. Più l’esame critico dell’opinione pubblica può essere
tenuto lontano dal campo di battaglia – e dai potenziali
abusi dei diritti umani – meno possibilità ci sono che
l’attuale conflitto venga condannato dalla comunità
internazionale.
Non solo i giornalisti vengono tenuti lontani dall’area. In
pratica a tutti gli stranieri è proibito recarsi nell’Aceh,
e molte organizzazioni umanitarie e non governative – locali
e non – sono state costrette ad abbandonare l’area,
adducendo motivazioni di sicurezza.
Anche i diplomatici devono ottenere un permesso per recarsi
nell’Aceh, e molte ambasciate chiedono di avere un minimo di
informazioni dirette di ciò che sta succedendo in questo
conflitto. “Non ci lasciano raggiungere la zona e non ci
dicono quasi niente,” ha detto un diplomatico di Jakarta.
È palese che le lezioni imparate dalle TNI a Timor Est
vengono applicate nell’Aceh. Nel 1999 a Timor Est, le TNI
hanno usato le violente milizie di Jakarta per attaccare e
minacciare la stampa, in particolar modo nei giorni seguenti
il referendum nel quale i votanti hanno scelto la
separazione dall’Indonesia. Una volta che la stampa, sia
quella locale che quella straniera, fu tagliata fuori da
Timor Est, entrò in vigore la tattica di fare terra
bruciata, e il territorio venne saccheggiato e raso al
suolo.
Le attuali restrizioni sono in forte contrasto con la
situazione vigente nei primi giorni del conflitto, quando la
stampa estera poteva entrare e muoversi nell’Aceh con
relativa facilità, nonostante i pericoli esistenti nella
zona.
Il giornalista Matthew Moore del Sydney Morning Herald, per
esempio, si era recato in un villaggio nell’Aceh intorno
alla metà di maggio, il giorno dopo l’inizio dell’offensiva,
e aveva redatto una descrizione dettagliata di come gli
abitanti del luogo venissero picchiati e di come tra loro
venissero eseguite esecuzioni sommarie di coloro che erano
sospettati di far parte del GAM. Nel suo articolo pubblicato
il 25 maggio, “Nell’Aceh, la morte usata come esempio”,
Moore ha scritto di aver visto i corpi di 13 uomini e due
ragazzi torturati e uccisi in un’esecuzione sommaria. La
spiegazione delle forze militari per l’esecuzione è stata
che si era aperta una sparatoria con i ribelli.
Moore, insieme ad altri membri del Jakarta press corps, non
ha ricevuto il permesso di tornare nell’Aceh. “In pratica,
con queste nuove regole, nessuno ha l’accesso all’Aceh,” ha
detto il giornalista, che ora scrive da Jakarta. “Quindi ora
scrivere un pezzo è molto complicato. Non si può fare
affidamento su ciò che riferiscono le TNI, né sui comunicati
del GAM, ma non si può neanche verificare con i propri
occhi.”
Per i giornalisti indonesiani, la situazione è in qualche
modo differente ma non meno preoccupante. Coloro che seguono
il conflitto come “embedded” devono dare le informazioni
passate dalle fonti militari. In cambio, ai giornalisti
viene fatto un corso di preparazione militare di sette
giorni, e hanno il permesso di seguire le operazioni
militari e di accamparsi con le truppe. Gli ufficiali
militari hanno elogiato questa politica, dicendo che sta
rendendo l’attuale guerra nell’Aceh più trasparente di
qualsiasi altra operazione militare avvenuta in precedenza.
Molti, invece, dicono che questa politica mette in pericolo
il giornalismo equilibrato.
Molti sostengono che la guerra nell’Aceh è molto popolare
fra l’opinione pubblica indonesiana, che teme per la
bancarotta del proprio paese e è ancora ferita dalla perdita
d Timor Est nel 1999. “ È importante salvaguardare
l’integrità territoriale dello stato. Gli Indonesiani ci
contano,” ha detto Riza Primadi, direttore di TransTV.
“Quindi gli appelli al patriottismo hanno un forte impatto
anche sui media. Molti giornalisti consideravano
l’occupazione di Timor Est illegale, ma l’Aceh è sempre
stata parte dell’Indonesia. Non vogliamo che il nostro paese
sia diviso.”
I giornalisti rimasti nell’Aceh si trovano tra due fuochi e
corrono grandi pericoli di aggressioni o attacchi peggiori.
In alcuni episodi, alcuni uomini non identificati hanno
sparato ai giornalisti che viaggiavano nella provincia. Il
17 giugno, Jamaluddin (molti Indonesiani hanno un solo
nome), un cameraman della stazione televisiva statale TVRI,
è stato trovato morto per un colpo di arma da fuoco dopo
essere stato rapito da individui non identificati dopo
l’inizio delle offensive. Le forze militari hanno incolpato
il GAM della sua morte, ma i ribelli hanno negato di essere
responsabili.
Inoltre, Alif Imam Nurlambang, reporter della stazione radio
di Jakarta Radio 68H, ha affermato che i soldati lo hanno
brutalmente picchiato mentre cercava di intervistare una
famiglia di profughi in un villaggio rurale. “Siamo molto
preoccupati per le violenze continue commesse dalle truppe e
per questo vogliamo protestare con forza,” ha detto il
direttore di Radio 68H , Santoso.
I ribelli del GAM hanno rivendicato il rapimento di una
troupe di tre uomini della stazione televisiva RCTI il 29
giugno, sospettata di essere troppo vicina alle operazioni
militari. Ma paradossalmente gli investigatori militari
hanno convocato i giornalisti dell’Aceh per interrogarli sul
rapimento, sospettando che la troupe stia ancora cercando di
documentarsi illegalmente sulle attività del GAM.
La situazione nell’Aceh è quella di una confusa e lunga
guerriglia. La scorsa settimana, le forze militari hanno
annunciato che la campagna contro i ribelli continuerà più a
lungo dei sei mesi previsti originariamente, lasciando
aperta la possibilità che la fragile democrazia indonesiana
possa avere un regime militare semi permanente operante per
mesi, o forse per anni avvenire.
Con i giornalisti soggetti alla pressione militare, e gli
stranieri impossibilitati a entrare nell’Aceh, è
praticamente impossibile avere informazioni approfondite e
veritiere sul conflitto o sulle azioni militari contro i
giornalisti. E fa pensare il fatto che l’ispirazione per il
controllo dei media nell’Aceh sia stata data dalla politica
militare americana nel Medio Oriente.
“Si può dire che nelle scorse settimane, tutti i quotidiani
e le stazioni televisive si sono trovate dalla parte delle
TNI,” ha detto Eko dell’AJI. “questo non va bene ai
giornalisti, che si chiedono in continuazione ‘perché
dobbiamo essere patriottici? Dobbiamo seguire questa
politica censoria adottata dagli U.S.A. che le TNI stanno
mettendo in atto?’ ” |