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Indonesia: il sottile limite tra libertà e diffamazione 

(di Andrea Harsono ©) [POPOLI]
Fonte: Agenzia Misna

9 agosto 2003

Tutto iniziò nel 2002, quando Kompas, il più diffuso quotidiano indonesiano pubblicò un servizio sulla presunta volontà dell’ex presidente Abdurrahman Wahid di estromettere un politico dal suo partito. Il giornale citava una fonte secondo cui Cholil Bisri, un membro anziano del partito, si era opposto a una proposta di Wahid, minacciando le dimissioni se il segretario generale, Saifullah Yusuf, fosse stato rimosso. Wahid si sarebbe detto convinto del coinvolgimento di Yusuf nella compravendita di voti, una pratica purtroppo comune nella politica indonesiana. Il servizio di Kompas aveva indispettito i membri del partito. Bisri, infatti, è un rispettato ulema (guida religiosa) musulmano e anche vice-presidente dell’Assemblea consultiva del popolo, la più alta istituzione statale in questo che è il più grande Paese musulmano al mondo. A sua volta, Wahid è stato il primo presidente eletto democraticamente in Indonesia e un sostenitore della tolleranza religiosa. Negli anni ’70 e ’80 aveva scritto regolarmente articoli per Kompas. Lo stesso Yusuf è un ex giornalista, nonché un lontano parente di Wahid. L’ex presidente ha negato immediatamente quanto riferito dal giornale e il 14 giugno 2002 ha chiesto al suo avvocato di procedere legalmente contro Kompas, ritenendo falso quanto pubblicato e vedendovi soprattutto un attacco immotivato alla sua persona. Alcuni media hanno parlato della denuncia, incluso Kompas, ma dopo ciò non si è più saputo nulla. Il pubblico è rimasto all’oscuro di quanto è successo in seguito. Solo di recente, Muhammad A.S. Hikam, un consigliere di Wahid ha comunicato a chi scrive che il presidente aveva lasciato cadere la querela contro Kompas dopo un richiamo ufficiale a Muhammad Bakir - il giornalista che aveva scritto la parte anonima e che, tra l’altro, appartiene al movimento Nahdlatul Ulama, di cui Wahid è stato presidente. Questo incidente non è che un esempio delle difficoltà in cui si dibatte oggi la stampa indonesiana. I giornalisti hanno avuto la possibilità di mettere alla prova la propria libertà dopo la caduta dell’autoritario presidente Suharto nel maggio 1998. Il suo successore, B. J. Habibie, ha appoggiato l’approvazione di una legge in sostituzione di quella promulgata dagli olandesi durante il loro dominio coloniale, vecchia di 250 anni, che regolava l’assegnazione delle licenze. Successivamente, Wahid ha preso una decisione ancor più rilevante, abolendo il Ministero dell’Informazione, responsabile della propaganda governativa e della censura sui mass media. I risultati di questa liberalizzazione sono stati sorprendenti. Secondo l’Associazione degli editori indonesiana, il numero dei giornali è salito da circa 260 nel maggio 1998 a oltre 600 nel 2002. Le stazioni radio sono salite da 600 a oltre 800. Anche le televisioni nazionali sono cresciute dalle 6 dell’era Suharto a 11 nel 2003, esclusi i canali regionali che trasmettono localmente. Anche il numero dei giornalisti ha registrato un’impennata: da soli 6mila a oltre 22mila. Ma, insieme ai dati numerici, vanno considerati anche le modalità con le quali si esprime la nuova informazione indonesiana e i limiti che essa ha. Una caratteristica del mondo dell’informazione attuale è l’aggressività: servizi a sfondo scandalistico e propagandistico che prendono di mira politici, generali, religiosi, ecc. Molti media etichettano le proprie inchieste come "giornalismo investigativo", nonostante la mancanza di vera esperienza nel giornalismo quotidiano. Non va dimenticato che negli ultimi anni la scena politica indonesiana ha subito profondi rivolgimenti e che lo stesso Wahid ha dovuto lasciare il potere anche per la pressione dei mass media. Non va negato che molti reportage sono basati su fonti poco attendibili e ai giornalisti viene spesso garantito l’anonimato in modo indebito. Il servizio di Kompas, ad esempio, era stato scritto congiuntamente da due giornalisti di cui venne riportato soltanto un acronimo dei due nomi. L’innovazione della firma dei propri pezzi, introdotta tra i mass media occidentali alla fine del XIX secolo, è ancora una pratica inusuale tra i giornalisti indonesiani, così come la responsabilità esclusiva di una rubrica. Non sorprende perciò che per molti politici i giornalisti siano oggi kebablasan (“oltre il limite”). Una recente indagine del periodico Pantau rivelava che il 15% dei giornalisti della capitale Jakarta al termine delle interviste o delle conferenze stampa riceve buste con denaro perché vengano «proposte» ai lettori in modo adeguato. L’Associazione della stampa ha riportato che tra l’aprile 2000 e il dicembre 2002 ha ricevuto 277 segnalazioni di querele (131 nella sola Jakarta). Di queste ultime, 13 hanno riguardato il quotidiano Kompas, 9 la rivista Tempo e 9 il quotidiano Media Indonesia. Ciò non significa necessariamente che queste tre importanti pubblicazioni facciano cattiva informazione, ma solo che, più di altre, sono nel mirino. Kompas fu fondato nel 1965 ed è strettamente collegato a organizzazioni cattoliche che includono una fondazione controllata dall’arcidiocesi di Jakarta. Nonostante questo legame, Kompas impiega più musulmani che cattolici. Una deontologia approssimativa e la forte competizione commerciale hanno creato una situazione difficile per i giornalisti indonesiani. Molti responsabili dell’informazione non sono preparati adeguatamente a gestire la complessità crescente del mondo dei media. Il consolidamento della televisione e di Internet ha aggiunto difficoltà a una situazione già non facile. La questione principale è, ancora una volta, dei limiti e degli ambiti dell’informazione. Tornando alla vicenda della denuncia contro Kompas, ogni giornalista del quotidiano ha l’obbligo di garantire l’anonimità delle fonti, almeno finché ritiene la fonte affidabile. Ma apparentemente, né Bakir né il collega co-firmatario dell’articolo incriminato dispongono di parametri certi per individuare l’affidabilità delle fonti. E come loro molti altri giornalisti indonesiani.

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