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Innovazione
tecnologica, maremoto speculativo
Telecomunicazioni, fallimento di una rivoluzione
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di Dan
Schiller
(professore all'università dell'Illinois (Urbana-Champaign).
Fonte: Le monde Diplomatique
6 settembre 2003
Negli Stati uniti, nel corso degli ultimi
due anni sono fallite decine d'imprese del settore delle
telecomunicazioni. Nell'ottobre 2002, Lucent Technologies,
la più grande industria di componenti per telecomunicazioni,
nata come divisione di At&t, aveva già dieci trimestri
consecutivi di deficit e denunciava una perdita esorbitante
di bilancio. I licenziamenti - che ammontavano a più di
mezzo milione già nell'agosto 2002, e che proseguono - hanno
distrutto più posti di lavoro di quanti non ne siano stati
creati dal 1996.
Nel resto del mondo, la situazione non è certo più rosea. Il
fallimento di operatori come Viatel o Kpn Qwest è indicativo
delle convulsioni dei mercati europei, dove la
capitalizzazione in borsa delle imprese di telecomunicazione
è crollata di 700 miliardi di dollari tra il marzo 2000 e il
novembre 2002 e dove il debito accumulato dai sette maggiori
operatori «supera il prodotto nazionale lordo del Belgio
(1)». Le
perdite appena annunciate dalla Deutsche Telekom sono le più
ingenti nella storia della Germania. Quanto a France Télécom,
solo una massiccia - e controversa - iniezione di fondi da
parte del governo francese ha potuto salvaguardarne la
stabilità finanziaria.
L'ambizioso operatore giapponese di telefonia mobile Ntt
DoCoMo, presente in tutto il mondo, ha visto la sua
capitalizzazione in borsa decurtata di 180 miliardi di
dollari tra febbraio 2000 e dicembre 2002.
Come si è arrivati a tanto e quali sono le prospettive? Fino
a tempi recenti, i servizi di telecomunicazione erano per lo
più forniti da monopoli, mentre la concorrenza era relegata
ai margini del sistema.
Eppure, per strano che possa sembrare, c'erano responsabili
di agenzie di controllo americane che ne denunciavano il
carattere «rovinoso» e «generatore di sprechi»
(2). I
monopoli si erano costituiti per strade diverse e sotto
varie forme. Negli Stati uniti, il ruolo regolatore dello
stato nel settore è sempre stato strettamente legato al
potere politico ed economico dell'operatore tradizionalmente
dominante, At&t. In Europa invece, i ministeri delle poste e
telecomunicazioni (telegrafia e telefonia) (Ptt) erano stati
realizzati all'interno di una tradizione di sviluppo
economico promosso dallo stato, soprattutto grazie al ruolo
centrale svolto dalle reti di telecomunicazione
nell'amministrazione dei lontani imperi coloniali.
Dopo la seconda guerra mondiale, la politica degli Stati
uniti, che puntava ad «arginare» il socialismo alla
sovietica, vede nelle telecomunicazioni un baluardo da
rafforzare il più velocemente possibile per respingere la
minaccia rossa. Sotto l'occupazione militare americana, i
sistemi tedesco e giapponese sono perciò ricostruiti, non
come imprese private (come si poteva pensare), ma come
riedizione dei Ptt di un tempo.
In molti paesi asiatici e africani diventati indipendenti,
ma anche in America latina, gli operatori nati per servire
gli interessi stranieri vengono trasformati in monopoli
pubblici che danno introiti finanziari.
Il recupero del controllo delle telecomunicazioni da parte
dello stato - sia pure in situazioni assai diverse tra loro
come quelle dell'Argentina del 1946, della Cina del 1949 e
del Messico tra il 1940 e il 1972 - si realizza all'interno
di un contesto globale di nazionalismo antimperialista.
Nella Cuba di Fidel Castro e nel Cile di Salvador Allende,
la risoluzione delle concessioni di sfruttamento del mercato
interno detenute da operatori americani ha rappresentato un
atto fondante della sovranità nazionale - atto che
Washington non ha mai perdonato.
Le telecomunicazioni diventano così industrie dai limiti ben
definiti, con un modus operandi rigorosamente controllato.
Sono regimi monopolistici, ma non funzionano tutti allo
stesso modo. Nel corso della seconda metà del XX secolo,
nelle economie di mercato più sviluppate gli operatori
facilitano l'accesso delle famiglie alla rete abbassando i
prezzi e creano posti di lavoro ben remunerati, protetti dai
sindacati.
Nei paesi poveri, le cose vanno molto diversamente. In Asia,
in Africa e in America latina il telefono resta un lusso,
mentre l'accesso alla rete è assolutamente insufficiente,
soprattutto fuori dai centri urbani; anche le famiglie della
classe media spesso devono iscriversi ad interminabili liste
d'attesa e pagare prezzi proibitivi per allacciamenti e
abbonamenti. In compenso, questi monopoli di stato
consentono spesso di creare posti di lavoro relativamente
stabili, protetti da convenzioni collettive. A volte poi,
come ad esempio in India o in Brasile, le Ptt contribuiscono
ad iniziative economiche di sostituzione delle importazioni.
Ma, fin dalla fine degli anni '50, il sistema è percorso da
fremiti che preannunciano i futuri cambiamenti. Nel corso
del decennio successivo, guadagna terreno l'idea che in
seguito diventerà fondamentale nella critica ai monopoli.
Nel 1968, negli Stati uniti, la commissione sulla politica
delle telecomunicazioni, istituita dal presidente
democratico Lyndon Johnson, testimonia di un'inversione di
rotta di 180 gradi: la «concorrenza» diventa la politica
ufficiale che gestisce il settore
(3). Tutte
le amministrazioni seguenti, repubblicane o democratiche,
concordano sul fatto che la regolamentazione in materia di
telecomunicazioni deve essere soltanto l'eccezione. E, da
decenni, schiere bipartisan di autorità delle
telecomunicazioni non perdono occasione per vantarsi del
loro ruolo d'avanguardia nella liberalizzazione del sistema.
Potenti forze strutturali hanno pilotato questa evoluzione.
Sul versante della domanda, decenni di crediti federali per
la difesa, nei settori dell'elettronica, della ricerca
aerospaziale e dell'informatica, hanno permesso di
finanziare una miriade di tecnologie emergenti di gestione
di reti e di trattamento dell'informazione, incluso
Internet.
Imprese molto potenti come Ibm o General Electric decidono
quindi di confrontarsi con At&t sul mercato delle
attrezzature e dei servizi di telecomunicazione.
Sempre sul versante della domanda, gli utenti che utilizzano
in modo professionale attrezzature e servizi di rete
svolgono un ruolo ancora più importante nella
destabilizzazione dei monopoli. Ben presto, gruppi sempre
più organizzati di clienti di grandi aziende attaccano il
regime di monopolio «generalista». Spiegano che la
dipendenza funzionale delle loro imprese dai sistemi e
servizi in rete cresce rapidamente, ma è ostacolata da
prezzi troppo alti e da offerte di servizi non
sufficientemente specializzate.
Negli anni '70, a fronte di un rallentamento complessivo dei
profitti, gli utenti delle maggiori aziende esigono lo
smantellamento del monopolio e premono affinché lo sviluppo
dei sistemi di rete diventi un'attività commerciale. In modo
certo un po' ambiguo, inducono nei responsabili l'idea che
gli Stati uniti si trovino di fronte ad un'opportunità da
non perdere: una nuova fase di espansione del processo di
accumulazione capitalistica.
Deificando il principio della liberalizzazione dell'accesso
al mercato commerciale e della rapidissima costruzione di
sistemi e servizi destinati a gruppi di utenti privilegiati,
i responsabili americani hanno dato grande potere ad alcune
migliaia di gigantesche corporazioni e alle loro équipe
tecniche e gestionali, oltre che ad un numero crescente di
fornitori di servizi e di sistemi di rete ad alta
tecnologia.
Privatizzazioni per 224 miliardi di dollari Nei successivi
trentacinque anni, si assiste ad una ridefinizione radicale
dell'orientamento e delle caratteristiche di sviluppo del
sistema delle telecomunicazioni negli Stati uniti. Mentre
ricercatori universitari e analisti del mondo degli affari
annunciano a gran voce una pretesa «rivoluzione
dell'informazione», nuovi fornitori propongono inediti cicli
di sviluppo del mercato, cui si accompagnano impegni
finanziari sempre più consistenti nelle reti. Gli
investimenti delle imprese, e quelli dei militari,
accelerano e amplificano la rivoluzione tecnologica fondata
sulle telecomunicazioni
(4).
I cambiamenti organizzativi e tecnici permeano a loro volta
le grandi imprese, dall'agricoltura all'industria, dalla
vendita al dettaglio ai servizi. Un rapporto pubblicato nel
1990 evidenzia che le spese annue dei cento più grandi
clienti di telecomunicazioni «si posizionano in una forbice
che va dai 20 milioni a 1 miliardo di dollari, mentre le
spese medie variano da 50 a 100 milioni di dollari»
(5). La
lista dei dieci maggiori utenti privati nel 1989 mostra la
crescente diversità delle applicazioni delle reti: General
Motors, General Electric, Citicorp, Ibm, American Express,
Westinghouse, McDonnell Douglas, Sears, Ford e Boeing
(6). Gli
investimenti realizzati sono colossali: si calcola che nel
2000 - l'anno di massima espansione - le spese per le
telecomunicazioni delle industrie americane si siano
aggirate sui 258 miliardi di dollari
(7).
Le applicazioni si moltiplicano: sistemi informatizzati di
prenotazione, trasferimenti elettronici di fondi e
distributori automatici di biglietti, inventari «just-in-time»,
«computer-aided design» (Cad), telemarketing e numeri
gratuiti per la vendita al dettaglio, agenzie governative e
fornitori di servizi sanitari e assicurativi. Le
«applicazioni aggressive» interessano molto gli strateghi
del complesso militar-industriale, che si appropriano di
concetti quali campo di battaglia elettronico e guerra
informatica.
I servizi in rete entrano nel mondo del lavoro e, in un
tempo brevissimo, anche nell'universo domestico. Nel 2002,
negli Stati uniti, ogni giorno si effettuano 104 milioni di
chiamate telemarketing e la cifra di affari annua del
settore ammonta a 600 miliardi di dollari. Il capitalismo
digitale si appoggia sempre più alle reti per il suo
funzionamento quotidiano, e tende ad introdurre meccanismi
di mercato in tutti quei settori, il cui numero è in
costante aumento, che presentano una forte richiesta di
informazione: dai servizi offerti dalle amministrazioni
pubbliche fino alle biotecnologie, passando per
l'istruzione.
Dato che i principali consumatori di telecomunicazione sono
per lo più aziende transnazionali, le pressioni per
generalizzare il modello americano si moltiplicano con
rapidità
(8). Nello
stesso periodo, governo americano, Banca mondiale, Fondo
monetario internazionale (Fmi) e altre grandi organizzazioni
tentano con ogni mezzo di imporre il modello liberista. Man
mano che cresce la sicurezza di sé dei gruppi di potere
americani, essi impongono la loro prassi ai negoziati
bilaterali, alla legislazione commerciale degli Stati uniti
e alle iniziative multilaterali.
Bisognerà però attendere gli sconvolgimenti mondiali della
fine degli anni '80 e del decennio successivo - con il
crollo del socialismo sovietico e la conversione della Cina
al capitalismo - perché il capitalismo transnazionale in
rete si sviluppi su scala realmente planetaria. A quel punto
si assiste ad un'impressionante esplosione di fusioni e
acquisizioni transfrontaliere. L'ammontare di queste
operazioni passa da meno di 100 miliardi di dollari nel 1987
a 11.400 miliardi di dollari (in dollari costanti) nel 2000
(9). La
ristrutturazione della proprietà del capitale trasforma i
mercati e i sistemi di produzione, fino ad allora integrati
su scala nazionale, in un «mercato globale di beni e servizi
(...) e in un sistema di produzione globalizzato in cui le
imprese dispongono di un mercato ormai planetario
(10)».
La transnazionalizzazione si appoggia alle reti e
contemporaneamente, per svilupparle, induce nelle imprese
una nuova ondata di innovazioni tecnologiche.
Non si conosce alcun precedente storico agli sconvolgimenti
che da allora hanno trasformato il mondo delle
telecomunicazioni. Tra il 1984 e il 1999, in un contesto
generale di vendite massicce di aziende pubbliche,
l'ammontare delle privatizzazioni nel settore delle
telecomunicazioni raggiunge i 224 miliardi di dollari. Nel
1999, 90 dei 189 membri dell'Unione internazionale delle
telecomunicazioni (quasi la metà) aveva totalmente o
parzialmente privatizzato i propri operatori, 18 li avevano
completamente privatizzati e 30 prevedevano di farlo.
È chiaro che il processo è stato strutturato in modo da
facilitare l'accesso degli operatori transnazionali ai
mercati locali.
Le reti integrate gestite dai «campioni nazionali»
cominciano allora ad essere superate dagli operatori
transnazionali, sia in termini di dimensioni che di
estensione dei servizi proposti. Di conseguenza, operatori e
imprese decidono di inserire in rete un ventaglio sempre più
ampio di funzioni, anche le più banali: contabilità,
gestione del personale, inventario, vendita, marketing,
ricerca e sviluppo, ecc. Rivoluzionando sistemi e servizi in
rete, le grandi imprese spaziano in un mercato a scala
sovranazionale e lo sviluppano trasformando l'informazione
in merce.
Imponenti investimenti permettono di fornire al capitalismo
digitale sia una base di produzione che una struttura di
controllo: reti organizzate su scala transnazionale e capaci
di utilizzare un numero sempre più ampio di vettori. Nel
corso degli anni '90, i mercati finanziari rispondono
positivamente a tutte le richieste di capitale avanzate da
operatori o candidati operatori. Battaglioni di nuovi
arrivati si indebitano a buon mercato per costruire vaste
reti che utilizzano tecnologie estremamente diverse e anche
i grandi del settore, come At&t, WorldCom o Sprint li
seguono in questa fuga in avanti. Miliardi di dollari
vengono spesi ogni anno per costruire reti concorrenti che
collegano i quartieri commerciali delle grandi città.
In tutti i settori economici, le imprese investono ancora
altri miliardi di dollari in materiali e software che
servono a ingrandire e modernizzare i loro assetti
proprietari. È stato ormai assodato che sono stati gli
investimenti nelle reti a costituire il supporto alla
crescita nella seconda metà degli anni '90, iniziata negli
Stati uniti per poi ramificarsi nel resto del mondo. Ne è
derivato un formidabile aumento delle capacità di trasporto
dell'informazione, soprattutto sugli assi a forte densità in
cui lo sfruttamento dà ottimi rendimenti economici, ma
anche, e in modo repentino, su Internet. Tra le grandi
metropoli e al loro interno, così come sui grandi assi
transoceanici, i nuovi sistemi aumentano in modo
spettacolare la capacità delle reti esistenti.
La corsa di Internet verso il disastro Nonostante il fascino
che hanno esercitato per alcuni anni sulla stampa economica
e finanziaria, si tratta però di iniziative che non devono
essere idealizzate. I veri effetti della messa in rete del
sistema di mercato si rivelano contraddittori proprio come
lo è l'economia reale cui il mercato fa riferimento. Una
miriade di gadget elettronici, e soprattutto gli enormi
guadagni realizzati in borsa dagli investitori della classe
media superiore, fanno tacere ogni opposizione politica
seria. Tuttavia, le fragilità del sistema cominciano ad
apparire già alla fine degli anni '90. In un rapporto del
1998 destinato all'Economic Policy Institute in relazione
alla proposta di offerta pubblica di acquisto della Mci da
parte della WorldCom, l'autore di questo articolo sosteneva
che, in particolare dal punto di vista finanziario, «Mci-WorldCom
è un errore da non commettere
(11)». Gli
avvenimenti hanno dimostrato che l'errore si è trasformato
in tracollo, e non solo per le due società in questione.
Quattro avvenimenti, tutti concentrati a metà degli anni
'90, preparano la catastrofe: la legge sulle
telecomunicazioni varata negli Stati uniti del 1996;
l'accordo multilaterale sulle telecomunicazioni
dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) del 1997;
la rapida espansione di Internet; la reazione americana alla
crisi finanziaria asiatica del 1997-98.
La legge sulle telecomunicazioni, che fissa le regole della
concorrenza tra operatori locali e nazionali sugli stessi
mercati, rafforza la liberalizzazione. Provoca un'ondata
impressionante di fusioni e acquisizioni in tutto il settore
della comunicazione, con le imprese che, non contente di
guadagnare terreno sui mercati correlati, cercano
freneticamente di tagliare l'erba sotto i piedi delle
rivali.
L'accordo plurilaterale sulle telecomunicazioni del Wto ha
lo scopo di armonizzare i quadri operativi nazionali del
settore, impone quindi ai suoi 69 firmatari il rispetto di
una serie di impegni sanciti da un sistema multilaterale di
regolamentazione dei conflitti. L'accordo consente di
uniformare a livello mondiale l'accesso al mercato delle
attrezzature e dei servizi in rete. Fin dall'inizio del
2000, 25 paesi si impegnano a consentire che operatori con
capitale in maggioranza straniero forniscano servizi vocali
internazionali, utilizzando reti da loro possedute e
controllate.
Si evidenziano così nuove possibilità d'investimento:
acquisto di azioni di operatori recentemente privatizzati,
progetti di creazione di reti nazionali o internazionali in
proprietà al 100% o in società miste (joint ventures). In
tutto il mondo, dopo decenni di sviluppo al rallentatore,
reti e filiere vengono rapidamente modernizzate e allargate,
e il numero di telefoni esplode. In dieci anni esatti, i
telefonini passano da poche decine di milioni a un miliardo.
La concorrenza aumenta. I fornitori di telefonia mobile, gli
operatori a vocazione locale o internazionale, i fornitori
di servizi telefonici legati a Internet, tutti cercano di
ritagliarsi una fetta più grande di mercato investendo in
nuove reti e mercati esteri. Vodafone, il gigante britannico
della telefonia mobile, sfrutta l'alto corso delle sue
azioni per realizzare 300 miliardi di dollari di acquisti,
che gli permettono di vantare milioni di clienti in 29
paesi. In tutta Europa, gli operatori storici recentemente
privatizzati, come France Télécom o Deutsche Telekom,
chiedono prestiti, ipotecano il futuro per comprare licenze
di telefonia mobile sul proprio mercato nazionale e per
investire sui mercati esteri. Tra il 1999 e il 2000, France
Télécom fa acquisti per 88 miliardi di euro. In confronto, i
15 miliardi di dollari investiti dal giapponese Ntt DoCoMo
sui mercati esteri di telefonia mobile fanno una magra
figura.
Lo straordinario sviluppo di Internet non fa che
intensificare la follia generale degli operatori. Avere una
«strategia Internet» diventa lo slogan di moda nei consigli
di amministrazione. Non solo da parte degli operatori, ma
praticamente in tutti i settori di attività, investire in
Internet, non importa a quale prezzo e per quale motivo, dà
comunque l'impressione di una visione strategica E
sviluppare infrastrutture di telecomunicazione capaci di
sopportare torrenti di traffico Internet giustifica nuovi
faraonici investimenti. Negli Stati uniti, le spese per le
attrezzature degli operatori locali raddoppiano, fino a
toccare i 100 miliardi di dollari l'anno tra il 1996 e il
2000. I progressi tecnologici ravvivano l'incendio,
moltiplicando per cento la portata delle reti. Il numero
degli operatori in eccesso cresce costantemente, ma essi
continuano a giustificare la propria esistenza - e a
chiedere ulteriori investimenti - con l'intento di
rafforzarsi strategicamente in un contesto sempre più
concorrenziale.
Alla fine, è un movimento macroeconomico apparentemente
senza rapporto con questo settore che affretterà la
catastrofe. In risposta alla crisi finanziaria che colpisce
l'Asia negli anni 1997-98, gli Stati uniti inaugurano una
politica di denaro facile. Liberano così gli «istinti
selvaggi» di un capitalismo finanziarizzato, che renderà
incandescente il mercato già surriscaldato delle borse, e in
particolare il settore delle reti, suo figlio prediletto. Da
anni gli investitori conoscono lo sviluppo del settore e
quindi vi riversano dollari, yen, marchi, sterline, franchi
e altre monete. Si prepara un maremoto speculativo, che si
concluderà con il crollo dei valori delle nuove tecnologie.
Si comincia allora a far passare per sagacia le esagerazioni
più sfrontate. L'annuncio di un aumento esponenziale della
domanda per il potenziamento delle telecomunicazioni diventa
rituale. In realtà i progressi tecnologici e gli
investimenti speculativi avevano moltiplicato per 500 la
capacità delle reti internazionali in cinque anni. Come era
prevedibile, la domanda non poteva seguire.
È a partire da questo momento che i responsabili finanziari
di molte imprese americane cominciano a truccare i loro
conti per rassicurare gli investitori e gli azionisti.
WorldCom, per rifarsi al caso più conosciuto, sembra aver
inventato così oltre 9 miliardi di dollari di falsi
profitti. Ma questa fragilità finanziaria finisce col
contaminare tutto il settore delle telecomunicazioni, in
primo luogo in quel bastione del neoliberalismo che sono gli
Stati uniti. Gli imbrogli degli iniziati, le frodi
contabili, i collegamenti tra servizi bancari incaricati
della gestione dei conti delle imprese e quelli incaricati
degli investimenti nelle medesime imprese, così come altre
forme di malversazione e di corruzione dei dirigenti
coinvolgono profondamente tanto Stati uniti che Giappone,
paesi che le autorità americane non avevano cessato di
criticare a tal proposito per un decennio.
Nessun settore delle telecomunicazioni nel senso più ampio
ne uscirà indenne e la concorrenza degenererà in
cannibalismo. Giganteschi produttori di componenti, quali
Lucent, Nortel o Alcatel, alcuni dei quali avevano gonfiato
le vendite investendo nella creazione di nuovi operatori,
vedono le entrate precipitare in modo catastrofico.
Anche Cisco, il produttore di «tubazioni» Internet e che
pure resta in attivo, non può impedire un crollo del volume
d'affari e del corso delle azioni. Decine di operatori
dell'indotto falliscono. Negli Stati uniti, il numero di
linee telefoniche gestite da operatori locali diminuisce per
la prima volta dopo la Depressione del 1929-1933.
Di fatto, questi operatori stavano divorando se stessi, sia
perché gli abbonati alle filiali di telefonia mobile
abbandonavano i telefoni fissi per i telefonini, sia perché
promuovevano l'Adsl, che permette di utilizzare la banda
larga, senza circuiti dedicati per una seconda linea. Gli
operatori e i costruttori di materiali di telefonia senza
filo affermano di aver perso il 65% della loro
capitalizzazione in borsa (cioè 850 miliardi di dollari) dal
gennaio 2001. Si comincia oggi a temere che anche la Cina,
che negli anni '90 aveva conosciuto uno sviluppo senza
precedenti delle sue infrastrutture fino a diventare la più
grande rete nazionale del mondo, sia ormai un mercato
saturo.
Inondato di liquidità per dieci anni, il settore delle
telecomunicazioni si è trovato improvvisamente privo di ogni
fonte di finanziamento.
Gli investitori privati sono diventi tanto diffidenti quanto
erano stati temerari nel passato. Il livello d'incertezza -
a dire il vero, di volatilità - era diventato troppo alto.
E, nonostante una domanda stabile - i privati e le imprese
hanno sempre bisogno di comunicare, tracollo o non tracollo
- la combinazione tra sovrapproduzione cronica e concorrenza
sfrenata resta deleteria. Si vede profilarsi una
ristrutturazione del settore delle telecomunicazioni di
un'ampiezza planetaria., Global Crossing, oggi in
fallimento, ha accettato di essere ricomprata da Hutchison
Whampoa (con sede a Hongkong) e Singapore Technologies
Telemedia, anche se le autorità di controllo non hanno
ancora dato il loro assenso. Con un importo di 250 milioni
di dollari, questa transazione valuta a un centesimo del suo
valore la rete in fibra ottica che era costata 20 miliardi
di dollari alla Global Crossing.
In questo contesto di totale confusione, il discorso
ufficiale sulla «concorrenza» non mostra segni di
ravvedimento. E questo nonostante il fatto che, per gli
utenti ordinari, la liberalizzazione si sia conclusa in modo
fallimentare proprio in alcuni dei suoi aspetti chiave.
In molti paesi, il costo dei servizi di telefonia è
diventato più iniquo. La diminuzione delle tariffe sulla
lunga distanza ha giovato alle imprese dai forti consumi e
agli abbonati delle classi medie, mentre le tariffe locali
restano sempre ugualmente alte. Nei paesi poveri, il
notevole ampliamento dell'accesso alla rete degli anni '90
si è bruscamente interrotto e milioni di abbonamenti sono
stati disdetti. I posti di lavoro creati dai nuovi operatori
hanno sempre meno diritto alla protezione di convenzioni
collettive, mentre milioni d'impiegati lavorano per salari
risibili in call center diventati vere e proprie «galere»
dell'alta tecnologia.
La qualità dei servizi spesso è peggiorata. Tutto il settore
è diventato sempre più dipendente dalla pubblicità, che
occupava uno spazio molto ridotto prima della
liberalizzazione. Inoltre, ogni impresa ha dovuto dotarsi
dello stesso personale e delle stesse strutture dei suoi
concorrenti. Importanti costi di gestione e di vendita,
generalmente superflui, sono ricaduti sugli utenti e i
contribuenti via via che la concorrenza si intensificava. E,
naturalmente la concorrenza ha imposto enormi costi per i
controlli, perché le autorità si sforzavano di individuare
dei regolamenti che permettessero il funzionamento duraturo
del sistema.
Attualmente sono in corso profonde trasformazioni per
aiutare il settore nelle sue difficoltà strutturali.
All'ordine del giorno figurano: misure governative per
accelerare lo sviluppo di Internet su banda larga; il
sostegno pubblico agli operatori in difficoltà, il che
comporterà certamente il via libera alle fusioni; e,
soprattutto, in nome della «lotta contro il terrorismo» e
della «sicurezza», un controllo amministrativo più
stringente su questo settore sinistrato.
Gli strateghi scommettono che questa combinazione di misure
ridurrà la capacità in eccesso delle reti, aumenterà il
prezzo dei servizi all'utente e farà ritornare gli
investitori. E così utenti, contribuenti e salariati saranno
chiamati a fare la loro parte per trarre d'impaccio questo
settore di attività.
Funzionerà? Quanto durerà ancora il degrado del servizio,
l'aumento delle tariffe per gli utenti, la precarietà e i
licenziamenti per i dipendenti, lo sviluppo delle reti a
beneficio delle transnazionali e dei militari? Solo
un'opinione pubblica organizzata potrebbe invertire
l'attuale tendenza. Nel presente contesto di avventure
guerriere imposte dall'alto, una tale prospettiva sembra
ancora lontana.
note:
(1)
Financial Times, 26 novembre 2002.
(2) Henk
Brands e Evan T. Leo, The Law and Regulation of
Telecommunications Carriers, Artech House, Boston, 1999.
(3)
Rapporto finale della Task Force on Communications Policy,
Washington, 1968.
(4) Si
legga Dan Schiller, «I parassiti della vita quotidiana» e
Marc Laimé e Philippe Rivière «Tutti in vendita su
Internet», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 2001.
(5) US
Congress, Office of Technological Assessment, Critical
Connections: Communications for the Future, Washington,
Gennaio 1990.
(6) Ibid.
(7) Calcolo
effettuato sui dati del dipartimento per il commercio a
Washington.
(8) Dan
Schiller, Telematics and Government, Ablex, Nordwood, 1982.
(9) Unctad,
World Investment Report 2000. Cross-border Mergers and
Acquisitions and Development, Onu, New York, 2000.
(10) Ibid.
(11) Dan
Schiller, Bad Deal of the Century, Economic Policy Institute,
Washington, 1998.
(Traduzione di G.P.)
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