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di
Ignacio Ramonet
Fonte: Le Monde Diplomatique
18 settembre 2003
«Preferirei morire piuttosto che
proferire un'inesattezza» George Washington È la storia del
ladro che grida: «Al ladro!» Come pensate che George W. Bush
abbia intitolato l'ormai celebre rapporto d'accusa contro
Saddam Hussein, presentato il 12 settembre 2002 davanti
all'assemblea dell'Onu? Un decennio di menzogne e di sfide.
E quali erano le «prove» che aveva sgranato? Un rosario di
menzogne! L'Iraq, diceva in sostanza, intrattiene stretti
collegamenti con la rete terroristica di al Qaeda e minaccia
la sicurezza degli Stati uniti, dato che possiede «armi di
distruzione di massa» (Adm) - espressione terrificante
coniata dai suoi consiglieri in materia di comunicazione.
Tre mesi dopo la vittoria delle forze americane (e dei
suppletivi britannici) in Mesopotamia, sappiamo che queste
affermazioni, la cui fondatezza avevamo già messo in dubbio
(1),
erano false. Appare sempre più evidente che
l'amministrazione americana ha manipolato le informazioni
sulle Adm. I 1.400 ispettori dell'Iraq Survey Group, diretti
dal generale Dayton, non hanno trovato neppure l'ombra di
una prova. E noi incominciamo a scoprire che nel momento
stesso in cui lanciava accuse di quella portata, George W.
Bush aveva già ricevuto i rapporti dei suoi servizi di
intelligence, che contenevano la chiara dimostrazione della
falsità di tutte quelle accuse
(2).
Secondo Jane Harman, rappresentante democratica della
California, si tratta della «più imponente mistificazione di
tutti i tempi
(3)». Per
la prima volta nella sua storia, l'America si interroga
sulle vere ragioni di una guerra quando ormai il conflitto è
giunto al termine...
In questa gigantesca manipolazione, l'Osp (Office of Special
Plans, un ufficio segreto interno al Pentagono) ha svolto un
ruolo cruciale.
Come ha rivelato Seymour M. Hersh in un articolo pubblicato
dal New Yorker il 6 maggio 2003
(4),
l'Osp è stato creato dopo l'11 settembre da Paul Wolfowitz,
il numero due del dipartimento della difesa. Questa
struttura, diretta da un «falco» convinto come Abraham
Shulsky, ha il compito di analizzare i dati raccolti dalle
varie agenzie di informazioni (Cia, Dia, Nsa) per
riassumerli in elaborati sintetici da consegnare al governo.
Fidandosi delle testimonianze di alcuni esiliati dell'area
del Congresso nazionale iracheno (organizzazione finanziata
dal Pentagono e presieduta dal contestatissimo Ahmed Chalabi)
l'Osp avrebbe abbondantemente gonfiato la minaccia delle
armi di distruzione di massa e i sedicenti collegamenti tra
Saddam Hussein e al Qaeda.
Sdegnato da queste manipolazioni, un gruppo di anonimi ex
esperti della Cia e del Dipartimento di stato hanno
sottoscritto, con il nome collettivo di Veteran Intelligence
Professionals for Sanity, un memorandum rivolto al
presidente Bush, in cui affermano che sebbene anche in
passato «molte informazioni erano state falsate per ragioni
politiche, non era mai accaduto che ciò fosse fatto in
maniera così sistematica, per ingannare i nostri
rappresentanti eletti al fine di indurli ad autorizzare una
guerra
(5)».
Era stato manipolato lo stesso Colin Powell, il cui avvenire
politico è ormai in gioco. Sembra che abbia resistito alle
pressioni della Casa Bianca e del Pentagono per la
diffusione di informazioni particolarmente contestabili.
Prima di pronunciare il celebre discorso del 5 febbraio 2003
davanti al Consiglio di Sicurezza, Colin Powell ha voluto
leggere la bozza preparata da Lewis Libby, direttore del
gabinetto del vicepresidente Richard Cheney. Queste note
contenevano informazioni talmente inattendibili che a quanto
pare Powell, infuriato, ha gettato in aria i fogli
dichiarando: «Non leggerò questa roba. È tutta m...(6)».
Alla fine, il Segretario di stato avrebbe insistito perché
il direttore della Cia, George Tenet, rimanesse seduto bene
in vista dietro di lui, per condividere così la
responsabilità di quanto gli toccava dire quel 5 febbraio.
La menzogna di stato è stata poi riconosciuta, in un
colloquio pubblicato il 30 maggio dalla rivista Vanity Fair,
dallo stesso Paul Wolfowitz.
Il quale ha ammesso che la decisione di agitare lo spettro
della minaccia delle Adm era stata presa «per ragioni
burocratiche»: «Ci siamo accordati su un argomento, ha poi
precisato, quello delle armi di distruzione di massa, perché
era l'unico sul quale potevamo trovarci tutti d'accordo
(7)».
Dunque, il presidente degli Stati uniti ha mentito. Alla
disperata ricerca di un casus belli per aggirare l'Onu e
associare alcuni complici (Regno unito, Spagna) al suo
progetto di conquista dell'Iraq, Bush non ha esitato a
montare una menzogna di stato di imponenti dimensioni.
Ma non è stato il solo. Il 24 settembre 2002, davanti alla
Camera dei Comuni a Londra, il suo alleato, il primo
ministro britannico Anthony Blair, dichiarava: «L'Iraq
possiede armi chimiche e biologiche.
(...) I suoi missili possono essere dispiegati nel giro di
45 minuti».
Nel già citato intervento del 5 febbraio scorso davanti al
Consiglio di sicurezza, Colin Powell sosteneva: «Saddam
Hussein ha fatto svolgere ricerche su decine di agenti
biologici in grado di provocare malattie quali la cancrena
gassosa, la peste, il tifo, il colera, il vaiolo e la febbre
emorragica». Infine, nel marzo 2003, alla vigilia della
guerra, il vicepresidente Cheney proclamava: «Crediamo che
Saddam Hussein abbia effettivamente ricostituito i suoi
armamenti nucleari»
(8).
Nell'ambito di innumerevoli dichiarazioni, il presidente
Bush ha ribadito le stesse accuse con martellante
insistenza. In un discorso alla nazione americana,
radiodiffuso l'8 febbraio 2003, ha persino aggiunto i
seguenti dettagli: «L'Iraq ha mandato a lavorare con al
Qaeda gente esperta in esplosivi e nella contraffazione di
documenti.
E ha addestrato elementi di al Qaeda all'uso di armi
biologiche e chimiche. Alla fine degli anni 90, un agente di
al Qaeda è stato inviato a più riprese in Iraq per aiutare
Baghdad nell'acquisto di veleni e di gas».
Tutte queste denunce, rilanciate e amplificate dai grandi
media bellicisti trasformati in organi di propaganda, sono
state ripetute fino alla nausea dalle reti televisive Fox
News, Cnn e Msnc, dall'emittente radiofonica Clear Channel
(che negli Stati uniti ha ben 1.225 stazioni radio), e
persino da giornali prestigiosi quali il Washington Post o
il Wall Street Journal. Nel mondo intero, queste accuse
mistificatorie hanno costituito il principale argomento di
tutti i discorsi bellicisti.
In Francia ad esempio sono state spudoratamente rilanciate
da personalità come Pierre Lelouche, Bernard Kouchner, Yves
Roucaute, Pascal Bruckner, Guy Millère, André Glucksmann,
Alain Finkelkraut, Pierre Rigoulot ecc.
(9)
Le stesse accuse sono state ripetute da tutti gli alleati di
Bush, a incominciare dal più zelante, José Maria Aznar, capo
del governo spagnolo, che il 5 febbraio 2003 certificava,
davanti alle Cortes di Madrid: «Sappiamo tutti che Saddam
Hussein possiede armi di distruzione di massa. (...) E
sappiamo anche che detiene armi chimiche
(10)».
Pochi giorni prima, il 30 gennaio, sollecitato dal
presidente Bush, lo stesso Aznar aveva redatto una
dichiarazione di sostegno agli Stati uniti, la «lettera
degli otto», firmata tra l'altro da Anthony Blair, Silvio
Berlusconi e Vaclav Havel, in cui si sosteneva che «il
regime iracheno e le sue armi di distruzione di massa
rappresentano una minaccia per la sicurezza mondiale».
Così, durante più di sei mesi, per giustificare una guerra
preventiva contro la volontà delle Nazioni Unite e
dell'opinione pubblica, una vera e propria macchina di
propaganda mistificatoria, pilotata dalla setta dottrinaria
vicina a George W. Bush, ha diffuso menzogne di Stato con
una tracotanza degna dei regimi più detestati del XX secolo.
Manipolazione delle menti Questa vicenda s'inquadra peraltro
in una lunga tradizione di menzogne di stato, che costellano
la storia degli Stati Uniti. Una delle più sinistre è quella
della corazzata americana Maine, la cui distruzione,
avvenuta nella baia de L'Avana nel 1898, servì da pretesto
all'entrata in guerra degli Stati uniti contro la Spagna e
all'annessione di Cuba, di Porto Rico, delle Filippine e
dell'Isola di Guam.
La sera del 15 febbraio 1898, verso le 21.40, la Maine fu in
effetti distrutta da una violenta esplosione. La nave
s'inabissò nella rada de L'Avana, e 260 uomini perirono.
Immediatamente, la stampa popolare incolpò gli spagnoli di
aver collocato una mina sotto la sua chiglia, accusandoli di
atti di barbarie e «campi della morte» e persino di
praticare l'antropofagia...
Due magnati della stampa si erano lanciati in una gara di
sensazionalismo: Joseph Pulitzer di World, e soprattutto
William Randolph Hearst del New York Journal. Questa
campagna aveva inoltre il sostegno interessato di uomini
d'affari americani che avevano grossi investimenti a Cuba e
sognavano di espellerne la Spagna. Ma il pubblico non le
prestava attenzione, e neppure i giornalisti sembravano
molto interessati.
Nel marzo 1898 il disegnatore del New York Journal,
Frederick Remington, scrisse al suo capo dall'Avana: «Qui
non c'è guerra. Chiedo di essere richiamato». Hearst gli
rispose con il seguente cablogramma: «Rimani. Fornisci i
disegni, io fornisco la guerra». Fu allora che si verificò
l'esplosione della Maine. Hearst montò una violenta
campagna, illustrata dal film di Orson Wells, "Citizen Kane"
(1941).
Per varie settimane, giorno dopo giorno, dedicò a quest'episodio
varie pagine del suo giornale, reclamando vendetta e
ripetendo instancabilmente: «Remember the Maine! In Hell
with Spain» (Ricordatevi della Maine! All'inferno la
Spagna!). Tutti gli altri giornali lo seguirono a ruota. La
diffusione del New York Journal passò di colpo da 30.000 a
400.000 copie, per poi superare regolarmente il milione di
copie! L'opinione pubblica era arroventata al calor bianco.
L'atmosfera divenne allucinante. Il 25 aprile 1898 il
presidente William McKinley, assillato da ogni parte,
dichiarò guerra a Madrid. Ma tredici anni dopo, nel 1911,
una Commissione d'inchiesta sulla sciagura della Maine
avrebbe concluso che si era trattato di un'esplosione
accidentale nella sala macchine
(11)
...
Nel 1960, in piena guerra fredda, la Central Intelligence
Agency (Cia) distribuì ad alcuni giornalisti una serie di
«documenti riservati» in cui si dimostrava che i sovietici
stavano superando gli Usa nella corsa agli armamenti.
Immediatamente, i grandi media incominciarono a fare
pressioni sui candidati alla presidenza, reclamando a gran
voce un sostanziale aumento degli stanziamenti per la
difesa. John F. Kennedy finì per cedere alle pressioni e
promise di impegnare svariati miliardi di dollari nel
rilancio del programma di produzione di missili balistici da
crociera (per colmare il cosiddetto missile gap). Era a
questo che mirava, oltre alla Cia, tutto il complesso
militare-industriale. Una volta eletto e dopo che il
programma era stato votato, Kennedy avrebbe scoperto che la
superiorità militare degli Stati uniti sull'Unione sovietica
era schiacciante...
Nel 1964 due cacciatorpediniere denunciano di essere stati
attaccati, nel Golfo del Tonkino, da siluri nord-vietnamiti.
Gonfiato dalla televisione e dalla stampa, l'episodio
diventa immediatamente un caso nazionale. Si grida
all'umiliazione, si esigono rappresaglie.
Col pretesto di questi attacchi, a titolo di rappresaglia,
il presidente Lyndon B. Johnson ordina di bombardare il
Vietnam del Nord, e pretende dal Congresso una risoluzione
che gli permetterà di impegnare l'esercito Usa. Incomincia
così la guerra del Vietnam, che finirà solo nel 1975 con la
sconfitta degli Usa. Si doveva apprendere in seguito, dalla
viva voce di alcuni membri dell'equipaggio dei due
cacciatorpediniere, che l'attacco nel Golfo di Tonkino era
stato una pura e semplice invenzione.
Stesso scenario sotto il presidente Ronald Reagan, che nel
1985 decreta improvvisamente lo «stato d'allerta nazionale»
per la «minaccia dal Nicaragua», rappresentata dai
sandinisti al potere a Managua, che pure erano stati eletti
democraticamente nel novembre 1984, e rispettavano le
libertà politiche e la libertà d'espressione. Ma per il
presidente Reagan tutto questo non bastava: «Il Nicaragua,
afferma, è a soli due giorni d'automobile da Harlingen,
Texas. Siamo in pericolo!» E il Segretario di stato George
Schulz dichiarava davanti al Congresso: «Il Nicaragua è un
cancro che si insinua nel nostro territorio. Applica le
dottrine di Mein Kampf e minaccia di estendere il suo
controllo a tutto l'emisfero
(12)...»
Queste bugie serviranno a giustificare massicci aiuti alla
guerriglia antisandinista, i Contra, e sfoceranno sullo
scandalo dell'Irangate.
Non ci dilungheremo sulle menzogne della guerra del Golfo
del 1991, già ampiamente analizzate
(13)
e rimaste impresse nelle memorie come paradigmi delle
moderne tecniche di condizionamento mentale.
Notizie e slogan ripetuti con martellante insistenza, come
«l'Iraq, quarto esercito del mondo», «neonati strappati alle
incubatrici in un reparto maternità del Kuwait», «la linea
difensiva inespugnabile», «gli attacchi chirurgici»,
«l'efficacia dei Patriot» ecc. si sono rivelati del tutto
privi di fondamento.
Dopo la controversa vittoria di Bush alle elezioni
presidenziali, nel novembre 2000, la manipolazione
dell'opinione pubblica è divenuta la principale
preoccupazione della nuova amministrazione. E in seguito
agli odiosi attentati dell'11 settembre 2001 si è
trasformata in una vera ossessione. Michael K. Deaver, amico
di Donald Rumsfeld e specialista di psy-war, o guerra
psicologica, ha così riassunto il nuovo obiettivo: «Oggi la
strategia militare dev'essere concepita in funzione della
copertura televisiva, [dato che] una volta mobilitata
l'opinione pubblica non si conoscono ostacoli; mentre senza
di essa il potere è impotente».
In quest'ottica, fin dall'inizio della guerra contro l'Afganistan
sono stati creati a Washington, Londra e Islamabad, in
coordinamento con il governo britannico, i centri
d'informazione sulla coalizione.
Questi veri e propri laboratori di propaganda sono stati
concepiti da Karen Hugues, consigliera di Bush per il
settore dei media, e soprattutto da Alister Campbell, il
potentissimo guru di Anthony Blair nel campo dell'immagine
politica. Un portavoce della Casa bianca ha così spiegato le
loro funzioni: «Poiché le emittenti a diffusione continua
trasmettono notiziari 24 ore su 24, questi centri forniranno
loro le informazioni tutti i giorni e per 24 ore al giorno
(14)
...».
Ma il progetto più strabiliante di manipolazione mentale è
stato svelato dal New York Times il 20 febbraio 2002. In
funzione della «guerra dell'informazione» il Pentagono,
obbedendo alle consegne di Donald Rumsfeld e del
sottosegretario di stato alla difesa Douglas Feith, aveva
creato in segreto un misterioso Ufficio per l'influenza
strategica (Osi), posto sotto la direzione di un generale
dell'aviazione, Simon Worden, con il compito di diffondere
false informazioni per servire la causa degli Stati uniti.
L'Osi era autorizzato a praticare la disinformazione, in
particolare nei confronti dei media stranieri.
Il quotidiano di New York precisava tra l'altro che l'Osi
aveva stipulato un contratto per 100.000 dollari al mese con
un centro di comunicazione, il Randon Group, già utilizzato
nel 1990 nella preparazione della guerra del Golfo. A questo
centro si deve tra l'altro la falsa dichiarazione
dell'«infermiera» kuwaitiana, che aveva asserito di aver
visto soldati iracheni irrompere nella maternità
dell'ospedale e «strappare i neonati dall'incubatrice per
ucciderli senza pietà scaraventandoli per terra
(15)».
Questa testimonianza era stata decisiva per convincere i
membri del Congresso a votare in favore della guerra...
Ufficialmente disciolto dopo le rivelazioni della stampa,
l'Osi è sicuramente rimasto attivo. Come spiegare altrimenti
alcune delle più madornali manipolazioni della recente
guerra in Iraq? E in particolare la gigantesca bufala della
spettacolare liberazione del soldato Jessica Lynch. Come si
ricorderà, all'inizio di aprile di quest'anno i grandi media
americani hanno diffuso la sua vicenda con un'impressionante
dovizia di particolari. Jessica Lynch era tra i dieci
soldati americani catturati dalle forze irachene. Secondo la
loro versione, era caduta in un'imboscata il 23 marzo, e
aveva resistito strenuamente, sparando sugli attaccanti fino
all'ultima cartuccia. Alla fine sarebbe stata pugnalata,
legata e trasportata in un ospedale in territorio nemico, a
Nassiriya. Qui un ufficiale iracheno l'avrebbe picchiata e
maltrattata. Una settimana dopo, forze speciali americane
sarebbero arrivate in elicottero per liberarla. Con
un'operazione a sorpresa, preceduta da nutriti spari ed
esplosioni, forzando la resistenza delle guardie irachene,
sarebbero riuscite a penetrare nell'ospedale, a strappare la
ragazza ai nemici e a trasportarla in elicottero in Kuwait.
La sera stessa, dalla Casa bianca il presidente Bush
annunciò alla nazione la liberazione del soldato Jessica
Lynch. E otto giorni dopo il Pentagono consegnava ai media
una videocassetta girata nel corso dell'impresa, con una
sequenza degna dei migliori film di guerra.
Ma il 9 aprile il conflitto iracheno era finito, e un certo
numero di giornalisti - in particolare del Los Angeles Times,
del Toronto Star, di El País e del canale Bbc World, si
recarono a Nassiriya per verificare la versione del
Pentagono sulla liberazione di Jessica.
E rimasero di stucco. Secondo la versione dei medici
iracheni che avevano avuto in cura la ragazza - peraltro
confermata dall'esito degli esami effettuati poi dai loro
colleghi americani - le ferite riportate da Jessica
(fratture a una gamba e a un braccio e la lussazione di una
caviglia) non erano state provocate da armi, ma
semplicemente da un incidente del camion sul quale
viaggiava. La ragazza non era stata affatto maltrattata. Al
contrario, i medici si erano prodigati per curarla nel
migliore dei modi: «Aveva perso molto sangue, ha raccontato
il dr. Saad Abdul Razak. Abbiamo dovuto praticarle una
trasfusione. Fortunatamente alcuni dei miei familiari hanno
il suo stesso gruppo sanguigno: 0 positivo. Così abbiamo
potuto disporre di un quantitativo sufficiente di sangue.
Aveva il polso a 140 quando è arrivata qui. Credo di poter
dire che le abbiamo salvato la vita
(16)».
La liberazione di Jessica Lynch Assumendosi un rischio
insensato, questi medici tentarono di mettersi in contatto
con l'esercito americano per restituire Jessica al suo
reparto. Due giorni prima dell'intervento del commando
speciale avevano persino condotto la loro paziente, in
ambulanza, in prossimità delle linee americane. Ma i soldati
avevano aperto il fuoco su di loro, rischiando di uccidere
anche la loro eroina...
Il 2 aprile, il personale dell'ospedale ha assistito
incredulo all'irruzione, prima dell'alba, del commando
speciale con la sua impressionante dotazione di armi
sofisticate; difatti, già due giorni prima i medici avevano
informato le forze americane che l'esercito iracheno si era
ritirato, e che Jessica li aspettava.
Il dr. Anmar Ouday ha così descritto la scena a John
Kampfner, della Bbc: «Sembrava di essere in un film di
Hollywood. Di soldati iracheni non c'era neppure l'ombra, ma
le forze speciali americane hanno sfoderato tutte le loro
armi sparando a salve. Tra le esplosioni, i soldati
urlavano: "Go! Go! Go!" Quell'attacco contro l'ospedale è
stato una sorta di show, di film d'azione, di quelli con
Sylvester Stallone
(17)».
La sequenza è stata registrata con una camera a visione
notturna da un operatore che aveva lavorato con Ridley Scott
nel film Black Hawk Down (2001). Secondo Robert Sheer, del
Los Angeles Times, queste immagini sono state poi inviate
per il montaggio al comando centrale dell'esercito americano
nel Qatar, per essere sottoposte alla supervisione del
Pentagono e quindi diffuse in tutto il mondo
(18).
La storia della liberazione di Jessica Lynch resterà negli
annali della propaganda di guerra. Negli Stati uniti sarà
forse considerata come il momento più eroico del conflitto,
benché sia ormai dimostrato che si è trattato di
un'invenzione, non meno falsa della storia delle «armi di
distruzione di massa» in mano a Saddam Hussein, o di quella
dei suoi legami con al Qaeda.
Il potere deve aver dato alla testa a George W. Bush e ai
suoi, che hanno ingannato i cittadini americani e l'opinione
pubblica mondiale.
Le loro menzogne costituiscono, secondo l'espressione del
professor Paul Krugman, «il più grave scandalo della storia
politica degli Stati uniti, peggiore del Watergate e dell'Irangate
(19)».
note:
(1)
Leggere: «Guerra perpetua», Le Monde diplomatique/il
manifesto, marzo 2003.
(2) Cfr.
International Herald Tribune, 14 giugno 2003 e El País,
Madrid, 1° e 10 giugno 2003.
(3)
Libération, Parigi, 28 maggio 2003.
(4)
http:www.commondreams.org/views 03/0506-06.htm
(5)
www.counterpunch.org/vips 02082003. htm
(6) Cfr.
International Herald Tribune, 5 giugno 2003
(7)
www.scoop.co.nz/mason/stories/ WO 0305/ S00308.htm
(8) Time,
op.cit.
(9) Cfr. Le
Monde, 10 e 20 marzo 2003; Le Figaro, 15 febbraio 2003.
Leggere inoltre Anna Bitton, «Ils avaient soutenu la guerre
de Bush», Marianne, 9 giugno 2003. Ora che la menzogna è
venuta a galla non si può che essere sorpresi del silenzio
di queste personalità...
(10) El
País, Madrid, 4 giugno 2003.
(11)
www.herodote.net/histoire02151.htm
(12)
Leggere «Entretien avec Noam Chomsky», Télérama, 7 maggio
2003.
(13)
Leggere, in particolare, La Tyrannie de la communication,
Gallimard, coll. «Folio actuel», n° 92, Parigi, 2001.
(14) The
Washington Post, 1° novembre 2001.
(15) Questa
finta infermiera era la figlia dell'ambasciatore del Kuwait
a Washington, e la sua falsa testimonianza era stata
architettata e redatta, per il centro Rendon Group, da
Michael K. Deaver, ex consigliere del presidente Reagan in
materia di comunicazione.
(16) El
País, 7 maggio 2003.
(17) Bbc,
Londra, 18 maggio 2003: http:// news.bbc.co.uk/2/hi/programmes/correspondent/3028585.stm
(18) Los
Angeles Times, 20 maggio 2003. Consultare inoltre:
www.robertsheer.com/
(19) The
New York Times, 4 giugno 2003.
(Traduzione di E. H.)
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