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di John
Pilger
(Traduzione Marina
Impallomeni)
Fonte: il Manifesto
20 settembre 2003
L'indagine del
1994 di un giudice britannico, Lord Scott, sullo scandalo
della fornitura illegale di armi da parte della Gran
bretagna a Saddam Hussein ha prodotto momenti memorabili.
C'è stata la descrizione dettagliata di Mark Higson di «una
cultura della menzogna» presso il Foreign Office, dove egli
era responsabile dell'ufficio sull'Iraq. E c'è stato un
momento di tensione quando sembrava che Margaret Thatcher
potesse abbandonare. «Lady Thatcher», disse Sua Signoria,
«cercheremo di disturbarla con meno carte possibile».
L'inchiesta Scott ha prodotto un rapporto grande come una
montagna e conclusioni opache. Nessun politico è stato
inquisito, poche reputazioni sono state messe a rischio. In
questo l'establishment inglese ha grande esperienza. Tim
Laxton, un revisore dei conti che ha esaminato i libri
contabili di due compagnie britanniche che producono armi,
ritiene che se ci fosse stata un'inchiesta aperta ed
esaustiva, sarebbero state indagate «centinaia» di persone.
«Tra queste vi sarebbero state», ha detto Laxton, «figure
politiche di primo piano, funzionari di altissimo livello
del Foreign Office, del Ministero della difesa, del
Dipartimento del commercio e dell'industria... i massimi
livelli del governo».
Anche l'inchiesta Hutton sulle circostanze della morte del
dottor David Kelly ha i suoi momenti memorabili. La
raccomandazione di Jonathan Powell, il capo dell'ufficio del
Primo ministro, di non «sostenere che possediamo prove sul
fatto che (Saddam) rappresenti una minaccia», indica
direttamente che Blair ha mentito. Comunque, quello è stato
un fatto eccezionale. Ciò che sta emergendo è un piano per
proteggere Blair. Tra le righe ci viene suggerito che egli
abbia svolto un ruolo di contenimento; e la testimonianza
che Blair ha reso questa settimana è un capolavoro di
contrizione ingannevole. «Me ne assumo la piena
responsabilità», ha detto ripetutamente. Ma di cosa? Egli ha
rivelato di aver mentito quando, successivamente alla morte
del dottor Kelly, ha detto di non aver giocato alcun ruolo
nel suo «outing».
Ma le grandi bugie non vengono nemmeno prese in
considerazione. Non vi è alcun documento d'accusa che
ipotizzi un abuso di potere con rilevanza penale: non ve n'è
traccia nella memoria di Hutton, eppure la popolazione
britannica e la memoria delle migliaia di vite innocenti
sacrificate in Iraq non meritano nulla di meno.
Uno studio attendibile dimostra che nell'attacco all'Iraq
sono stati uccisi fino a 10.000 civili insieme a circa
30.000 soldati iracheni, molti dei quali erano teenager in
servizio di leva. Un massacro. Queste persone sono state
uccise da armi progettate per carbonizzare esseri umani o
ridurli a brandelli. L'esercito britannico ha ricoperto le
aree urbane di «cluster bombs». Gli americani hanno fatto
altrettanto e in misura maggiore, aggiungendo munizioni
all'uranio il cui veleno radioattivo viene ingerito con la
polvere del deserto.
Secondo la mia esperienza, le morti invisibili sono molto
più numerose. Oggi bambini malnutriti stanno morendo di sete
e di gastroenterite perché la macchina militare più grande
del mondo, comprendente quella inglese, non riesce a
ripristinare l'erogazione di energia e acqua potabile come
sarebbe suo elementare dovere. Questa carneficina commessa
in una aggressione illegale e non provocata contro un paese
sovrano è un crimine, comunque si voglia interpretare il
diritto internazionale: che si tratti della Carta delle
Nazioni unite o delle convenzioni di Ginevra. Il «supremo
crimine internazionale», stabilirono i giudici di
Norimberga, è l'aggressione non provocata giacché essa
assomma in sé i mali di tutti i crimini di guerra.
Blair ha commesso questo crimine. Egli è corresponsabile di
aver causato morti violente e sofferenze su vasta scala che
la ragnatela di menzogne intessuta dai suoi cortigiani non
ha potuto giustificare. Ai suoi co-cospiratori a Washington
non importa niente di questo; l'unica cosa che conta è il
loro potere in ascesa.
Nei loro campi di concentramento, a Guantanamo Bay, a Bagram
in Afghanistan e all'aeroporto di Baghdad, non ci sono
diritti umani, non vige alcuno stato di diritto, non vi è
giustizia. In questo mondo kafkiano, la gente «scompare»
mentre altri che non sono accusati di niente implorano di
avere salva la vita. Nel frattempo, sulle strade di una
Baghdad conquistata, una unità d'élite statunitense si
comporta come uno squadrone della morte, sparando alle
persone mentre queste passano in macchina.
L'altro giorno, a Washington, ho chiesto delle morti civili
in Iraq al Sottosegretario per la sicurezza internazionale
presso il Dipartimento di stato John Bolton, il più strenuo
dei «neoconservatori» che circondano il presidente Bush. Ho
fatto riferimento allo studio che stimava fino a 10.000
vittime. «Be' - ha replicato lui - penso che tale cifra sia
piuttosto bassa se lei considera le dimensioni
dell'operazione militare che è stata intrapresa». Piuttosto
bassa, 10.000 vittime.
Norman Mailer recentemente ha rotto il grande silenzio sulla
vera direzione intrapresa dall'America di Bush chiedendosi
se il suo paese sia entrato in una «atmosfera pre-fascista».
A Washington l'ho fatto presente a Ray McGovern, ex alto
funzionario della Cia, esperto riconosciuto di Unione
sovietica e fautore della guerra fredda. McGovern - che si
considera un amico personale di George Bush, il padre del
presidente - ha detto: «Spero che (Mailer) abbia ragione,
perché c'è chi sostiene che ci troviamo già in una
situazione fascista... se lei considera come viene condotta
questa guerra (al terrore)».
Blair ha voluto partecipare a tutto questo. Egli è la foglia
di fico per quella guerra che il vice presidente Cheney ha
ipotizzato potrebbe durare «cinquant'anni o più». Compreso
un attacco alla Corea del Nord, che possiede armi nucleari.
I coreani, Blair ha detto in Parlamento, potrebbero essere
«i prossimi». Vederlo accettare al Congresso 18 «standing
ovations» preordinate, rosso in viso per l'entusiasmo e
pieno di gratitudine, era come vedere un burattino
stalinista convocato a Mosca.
La Gran bretagna non è ancora l'America di Bush. La paura e
i giuramenti di lealtà qui non sono valuta corrente. A
febbraio, due milioni di persone hanno riempito le strade di
Londra: la più grande dimostrazione di dissenso in questo
paese, gli inglesi al loro meglio. Una critica intelligente
da parte del pubblico, lungamente negata da molti media,
realizza ciò che Blair e la sua corte hanno fatto, e dove
porta quella scia di sangue. In un Iraq devastato e
umiliato, egli ha fatto ad al-Qaida e ad altri gruppi della
jihad un regalo e in tal modo ci ha esposto tutti al
pericolo.
Perché, allora, dovremmo accontentarci di una inchiesta
Hutton? La tragedia di David Kelly merita un'indagine
pubblica; così come la merita la tragedia epica e inutile
delle migliaia di iracheni le cui vite Blair ha contribuito
a eliminare o a sfigurare.
Questa non è retorica. L'americano Robert Jackson, che
rappresentava la pubblica accusa al processo di Norimberga,
disse nel 1946: «se certe violazioni dei trattati
costituiscono dei crimini, allora lo sono, vengano esse
compiute dagli Stati uniti o dalla Germania, e non siamo
disposti a contestare ad altri una norma penale che non
accetteremmo fosse invocata contro di noi...».
È tempo che la questione della «nostra» criminalità entri
nell'arena pubblica - prima che una rispettabilità
confezionata dai media si impossessi dell'occupazione
dell'Iraq. Nel suo ossequioso discorso al Congresso, Blair
ha detto: «non c'è mai stato un periodo in cui il potere
dell'America non sia stato così necessario o così frainteso
o in cui, salvo che nel senso più generale, lo studio della
storia possa dirci così poco sull'epoca attuale».
Demagoghi più grandi di Blair hanno anch'essi cercato di
sminuire la storia; Richard Nixon fu uno di loro. A
Washington, durante lo scandalo Watergate, l'indicibile su
Nixon era il fatto che egli fosse un criminale. Poi, quando
ogni bugia fu rivelata, quando ciascun cortigiano dovette
venire allo scoperto e cadde ogni capro espiatorio,
l'indicibile fu infine detto ed egli dovette andarsene. Ciò
richiese quasi due anni. Possiamo, noi e un mondo che ama la
pace, permetterci di aspettare così a lungo?
copyright John
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