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Un black out al sapore di censura
 
 

 
di Donatella Della Ratta
Fonte: il Manifesto
26 settembre 2003


I microfoni e le telecamere di Al Jazeera e di Al Arabiya da Baghdad dovranno tacere e spegnersi per due settimane. Almeno per quanto riguarda la copertura delle attività del Consiglio di governo provvisorio iracheno e le conferenze stampa ufficiali, mentre ai corrispondenti delle due emittenti tv più famose del mondo arabo sarà interdetto l'ingresso ai ministeri e agli uffici governativi. Così ha deciso martedì scorso proprio il Consiglio del Governo iracheno: una decisione «temporanea» presa per «proteggere il popolo iracheno dalla velenosa campagna mediale portata avanti non solo dai due canali citati ma anche da altre emittenti arabe», ha dichiarato Entefadh Qanbar, portavoce del Presidente in esercizio del Consiglio provvisorio Ahmad Chalabi. Precisando che le due tv sono responsabili di incitare «la sedizione in Iraq e il settarismo e il razzismo, come pure di fare promozione alla violenza politica e all'assassinio dei membri del consiglio di governo e della coalizione». Protestano Reporter Senza Frontiere, la Federazione Internazionale dei Giornalisti, e da New York pure la Commissione per la Protezione dei giornalisti, mentre voci critiche si levano persino dentro i media americani, Voice of America e Cnn. Ma questa è solo l'ultima puntata della serie ammazziamo la libertà d'espressione con la scusa della democrazia portata avanti dall'amministrazione Bush.

L'antefatto è persino andato in onda sui teleschermi americani, ripreso dalla stampa di tutto il mondo. Nel luglio scorso gli studi della Fox News trasmettevano un'intervista con il segretario di stato americano alla difesa Paul Wolfowitz, che esprimeva preoccupazione per «i media stranieri di governo che operano in Iraq». Dandogli poi due nomi precisi, Al Jazeera ed Al Arabiya, colpevoli di distorcere le informazioni, di orientare le notizie a favore di Saddam Hussein e di fomentare l'odio e la propaganda antiamericana, mettendo a repentaglio le vite dei soldati Usa. E al presentatore che gli chiedeva cosa avesse intenzione di fare a tal proposito, Wolfowitz rispondeva candidamente (sempre in diretta): «Stiamo parlando con i proprietari di questi network per chiedere una copertura informativa equilibrata». Poi aggiungeva: «penso che la risposta sarà che le trasmissioni non smetteranno, e non è una risposta soddisfacente». E infine, il gran finale. «Quindi quale sarà il passo successivo?». Risposta: «Vedremo». Qualche mese dopo, abbiamo visto. Tutti, in tutto il mondo. Due settimane di black out per Al Jazeera ed Al Arabiya, non la chiusura totale. È un «avvertimento», come ribadito dal comunicato ufficiale, e diretto anche alle altre tv arabe. Al Jazeera, la rete satellitare che trasmette dal Qatar, non è nuova a situazioni del genere, anzi forse è diventata famosa proprio per le continue accuse piovute da tutte le parti: essere «filotalebana» o «filoSaddam», e poi «filosionista» e poi «antisionista», addirittura «filoamericana» e poi «antiamericana». Il canale qatarense ha subito attacchi dagli stati arabi e dall'America, ha procurato rotture diplomatiche al Qatar, ha visto i suoi corrispondenti banditi dalla Borsa di New York, poi espulsi da Badghdad nell'era Saddam Hussein (ma solo per un giorno). I suoi giornalisti sono stati «fermati» dalle truppe americane più volte negli scorsi mesi, e l'ultima è che il suo nome di punta, Tayseer Allouni, è accusato in Spagna di legami terroristici con Al Qaeda. La politica editoriale de «l'opinione e l'opinione contraria» (slogan della rete) ha fruttato ad Al Jazeera denuncie e guai internazionali, un sito web in inglese che ancora non si vede in rete (se non nel mirror proposto da cursor.org), continuamente sotto attacco informatico, e una sfilza di zeri alla voce introiti pubblicitari, che languono a causa del boicottaggio degli inserzionisti del Golfo, sotto la pressione dei governi conservatori dell'area. Guai direttamente proporzionali alla sua reputazione, che cresce nel mondo intero, le fa guadagnare il premio di Index on Censorship per la sua indipendenza e, grazie alle sempreverdi (per adesso) casse dell'emiro del Qatar e alla sua lungimiranza strategica, adesso la fa espandere anche su un bouquet di canali tematici, dal primo ottobre sport e, dal prossimo febbraio, ragazzi, documentari e l'attesissimo canale in inglese. Mentre Al Arabiya, più in sordina - nata da nemmeno un anno e con intenti più moderati -, sta comunque guadagnandosi una certa fama fra i pubblici arabi e comincia ad annoverare una serie di scoop globali, come la trasmissione dei nastri di Saddam Hussein.

Una volta, nell'America dei «bei tempi», quella del capitalismo ebbro di dollari e scalate al successo, si sarebbero strette alleanze e accordi commerciali con questi arabi very smart e molto, molto bravi ad imparare la lezione dello scoop e delle dure leggi di sopravvivenza del broadcast. Oggi, nell'America impaurita e chiusa su di sé, si ritorna al protezionismo ossessivo sull'informazione. Si chiamava censura, ai tempi della democrazia. Oggi invece si chiama sicurezza.

Persino la Cnn, che certo non è un media alternativo, ha fatto giorni fa - per bocca di Amanpour, la sua giornalista di punta - una specie di autocritica, invitando alla riflessione sull'autocensura praticata dai media, quella delle regole non scritte. Probabilmente, dopo la decisione del Consiglio provvisorio in Iraq, riappariranno invece le regole scritte: le chiamano, in modo «cool», guidelines indirizzate ai media operanti sul territorio. Alcune sono già note (le riporta la Cnn): è vietato «incitare alla violenza contro gruppi, autorità o singoli individui; promuovere il ritorno del deposto partito Baath; diffondere sedizioni e lotte di ordine settario, razziale e religioso». Questa invece è di qualche anno fa: «L'informazione è uno dei nostri strumenti rivoluzionar-democratici per dare chiarimenti al popolo e agire al fine di vigilarlo». Era Saddam Hussein, «Democracy is a comprehensive view of life», ministero dell'informazione, documentary series n°61, Repubblica dell'Iraq, 1977.
   

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