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di
Ignacio Ramonet
Fonte: Le Monde Diplomatique
14 novenbre 2003
Contro gli abusi dei poteri, la stampa e
i media sono stati per lunghi decenni, nell'ambito
democratico, una risorsa per i cittadini. Di fatto, i tre
poteri tradizionali - legislativo, esecutivo e giudiziario -
possono sbagliare o fallire. Il che ovviamente avviene molto
più spesso negli stati dittatoriali, dove il potere politico
rimane il principale responsabile di tutte le violazioni dei
diritti umani, di tutte le censure contro le libertà.
Ma a volte possono essere commessi gravi abusi anche nei
paesi democratici, dove le leggi sono votate
democraticamente, i governi eletti a suffragio universale e
la giustizia - in teoria - è indipendente dall'esecutivo.
Ad esempio, può accadere che si condanni un innocente (come
dimenticare il caso Dreyfus in Francia?); che il parlamento
voti leggi discriminatorie per talune categorie della
popolazione (come è avvenuto per oltre un secolo negli Stati
uniti nei riguardi degli afro-americani, e come avviene oggi
ai danni degli oriundi di paesi musulmani, in virtù del
«Patriot Act»); o che i governi adottino politiche le cui
conseguenze si rivelano funeste per tutto un settore della
società (come in molti paesi europei nei confronti degli
immigrati irregolari o «sans papiers»).
In un contesto democratico, i giornalisti e i media hanno
sempre considerato la denuncia di queste violazioni dei
diritti un dovere primario. E a volte hanno pagato prezzi
elevati: attentati, sparizioni, omicidi avvengono tuttora in
Colombia, in Guatemala, in Turchia, in Pakistan, nelle
Filippine e altrove. Per questo si è parlato a lungo di
«quarto potere». Un potere di cui in definitiva potevano
disporre i cittadini, grazie al senso civico dei media e al
coraggio di giornalisti audaci, per criticare, respingere o
contestare democraticamente decisioni illegali e a volte
inique, ingiuste o persino criminali contro persone
innocenti. Molte volte si è detto che quella era la voce di
chi non aveva voce.
Da una quindicina d'anni, con l'accelerazione della
globalizzazione liberista, questo «quarto potere» è stato
però svuotato del suo significato; e a poco a poco ha
perduto la sua funzione essenziale di contropotere.
Questa traumatica evidenza si impone a chiunque studi più da
vicino il funzionamento della globalizzazione, e veda
affermarsi un nuovo tipo di capitalismo, non più solo
industriale ma soprattutto finanziario: in breve, un
capitalismo speculativo. In questa fase della
globalizzazione assistiamo a una contrapposizione brutale
tra il mercato e lo stato, tra il settore privato e i
servizi pubblici, l'individuo e la società, l'intimo e il
collettivo, l'egoismo e la solidarietà. Il vero potere è
ormai nelle mani di una manciata di gruppi economici
planetari e di imprese globali, il cui peso negli affari del
mondo supera non di rado quello dei governi e degli stati.
Questi sono i «nuovi padroni del mondo», che ogni anno si
riuniscono a Davos, in occasione del Forum economico
mondiale, e ispirano le politiche della grande trinità
globalizzatrice: Fondo monetario internazionale, Banca
mondiale e Organizzazione mondiale del commercio.
È in questo quadro geoeconomico che si è prodotta una
metamorfosi decisiva nel campo dei mass media, nel cuore
stesso della loro struttura industriale.
I mezzi di comunicazione di massa (stazioni radio, stampa
scritta, canali televisivi e Internet) si stanno accorpando
sempre più, in architetture espansive, per costituire gruppi
mediatici a vocazione mondiale. Imprese giganti quali New
Corps, Viacom, Aol Time Warner, General Electric, Microsoft,
Bertelsmann, United Global Com, Disney, Telefónica, Rtl
Group, France Telecom, hanno oramai nuove possibilità di
espansione, grazie alle straordinarie innovazioni
tecnologiche.
La rivoluzione digitale ha spazzato via i confini che
separavano le tre forme tradizionali di comunicazione:
suono, scrittura e immagine.
E ha permesso l'apparizione e la rapida affermazione di
Internet, che rappresenta un quarto modo per comunicare, e
un modo nuovo per esprimersi, informarsi e distrarsi.
Da allora, le imprese mediatiche sono tentate di costituirsi
in «gruppi» per accorpare in sé tutti i media classici
(stampa, radio, televisione) ma anche tutte le attività di
quelli che potremmo chiamare i settori della cultura di
massa, della comunicazione e dell'informazione.
Queste tre sfere un tempo erano autonome: da un lato la
cultura di massa con la sua logica commerciale, le sue
creazioni popolari, i suoi obiettivi essenzialmente
mercantili; dall'altro la comunicazione in senso
pubblicitario, il marketing, la propaganda, la retorica
della persuasione; e infine l'informazione con le sue
agenzie stampa, i bollettini diffusi per radio o tv, i
giornali, i canali d'informazione a ciclo continuo - in
breve, l'universo di tutte le attività giornalistiche.
Queste tre sfere, prima tanto diverse tra loro, si sono con
l'andar del tempo saldate insieme per costituire una sola e
unica sfera ciclopica, in seno alla quale diventa sempre più
difficile distinguere le attività appartenenti alla cultura
di massa, alla comunicazione o all'informazione
(1).
Per di più le mega-imprese mediatiche, vere catene di
montaggio per la produzione di simboli, moltiplicano la
diffusione di messaggi di ogni tipo in cui si combinano e si
intrecciano televisione, cartoni animati, cinema,
videogiochi, cd musicali, dvd, edizioni, villaggi a tema sul
tipo di Disneyland, spettacoli sportivi eccetera.
In altri termini, i gruppi mediatici presentano oramai due
nuove caratteristiche: in primo luogo si occupano di tutto
ciò che passa attraverso la scrittura, l'immagine, il suono,
e diffondono il tutto attraverso i canali più diversi
(stampa scritta, radio, televisione hertziana, via cavo o
via satellite, Internet e ogni sorta di reti digitali).
Seconda caratteristica: questi gruppi sono mondiali,
planetari, globali e non più soltanto nazionali o locali.
Nel 1940, in un suo celebre film, Orson Welles prendeva di
mira il «super-potere» di Citizen Kane (in realtà il magnate
della stampa dell'inizio del XX secolo William Randolph
Hearst). E dire che il potere di Kane era insignificante al
confronto di quello dei grandi gruppi mondiali di oggi.
Proprietario di alcuni giornali di un solo paese, Kane era
un nano del potere (benché non privo di efficacia sul piano
locale e nazionale)
(2) a
fronte dello strapotere dei megagruppi mediatici dei tempi
nostri. Attraverso meccanismi di concentrazione, queste
iper-imprese contemporanee si impadroniscono dei settori
mediatici più diversi in numerosi paesi e in tutti i
continenti, e divengono così, grazie al loro peso economico
e alla loro importanza ideologica, i principali attori della
globalizzazione liberista. Dato che la comunicazione (estesa
all'informatica, all'elettronica e alla telefonia) è oramai
l'industria pesante del nostro tempo, questi grandi gruppi
cercano di espandersi attraverso incessanti acquisizioni, e
fanno pressione sui governi affinché sopprimano le leggi
volte ad arginare la concentrazione o a impedire la
costituzione di monopoli o di duopoli
(3).
La globalizzazione è anche globalizzazione dei mass media,
della comunicazione e dell'informazione. Preoccupati
soprattutto di perseguire il proprio gigantismo, e quindi
costretti a corteggiare gli altri poteri, i grandi gruppi
non si propongono più l'obiettivo civico di essere un
«quarto potere», né di denunciare gli abusi contro il
diritto o correggere le disfunzioni della democrazia per
rifinire e perfezionare il sistema politico. Non aspirano
più ad erigersi a «quarto potere», e tanto meno ad agire
come un contropotere.
Nei casi in cui possono costituire un «quarto potere», è per
aggiungerlo agli altri poteri esistenti - politico ed
economico - e schiacciare a loro volta i cittadini con tutto
il peso aggiuntivo del potere mediatico.
La questione civica che ci troviamo davanti a questo punto
è: come reagire? Come difenderci? Come resistere
all'offensiva di questo nuovo potere, che in qualche modo ha
tradito i cittadini passando armi e bagagli dalla parte del
nemico?
Dobbiamo, semplicemente, creare un «quinto potere». E
contrapporre così una forza di impegno civico alla nuova
coalizione dominante.
Un «quinto potere» la cui funzione sia quella di denunciare
il superpotere dei media, dei grandi gruppi mediatici,
complici e propagatori della globalizzazione liberista. Quei
media che in talune circostanze non solo hanno cessato di
difendere i cittadini, ma conducono a volte vere e proprie
azioni antipopolari. Come possiamo constatare in Venezuela.
In quel paese latinoamericano, dove nel 1998 l'opposizione
politica fu sconfitta attraverso elezioni libere, plurali e
democratiche, i principali gruppi della stampa, della radio
e della televisione hanno scatenato una vera e propria
guerra mediatica contro la legittimità del presidente Hugo
Chávez
(4). Mentre questo presidente
e il suo governo hanno sempre rispettato il quadro
democratico, i media, in mano a un piccolo gruppo di
privilegiati, continuano a utilizzare tutta l'artiglieria
delle manipolazioni, mistificazioni e menzogne in un
tentativo di intossicazione mentale della popolazione. In
questa guerra ideologica, hanno totalmente abbandonato la
funzione di un qualsivoglia «quarto potere», e cercano
invece disperatamente di difendere i privilegi di una casta,
opponendosi ad ogni riforma sociale, ad ogni tipo di
distribuzione un po' più equa dell'immensa ricchezza
nazionale (si veda l'articolo alle pagine 16 e 17).
Il caso venezuelano è esemplare della nuova situazione
internazionale, nella quale gruppi mediatici inviperiti
assumono apertamente la loro nuova funzione di cani da
guardia dell'ordine economico costituito, e il loro nuovo
status di potere antipopolare e anticivico. Questi grandi
gruppi, al di là del loro ruolo mediatico, costituiscono
soprattutto il braccio ideologico della globalizzazione, e
la loro funzione è quella di contenere le rivendicazioni
popolari tentando di impossessarsi del potere politico (come
è riuscito a fare in Italia, democraticamente, Silvio
Berlusconi, proprietario del principale gruppo di
comunicazione transalpino).
La «sporca guerra mediatica» condotta in Venezuela contro il
presidente Hugo Chávez è l'esatta replica di quella condotta
in Cile dal quotidiano El Mercurio, dal 1970 al 1973
(5),
contro il governo democratico del presidente Salvador
Allende, arrivando fino a spingere i militari al colpo di
stato. Campagne del genere, ove i media cercano di abbattere
la democrazia, potrebbero riprodursi domani in Ecuador, in
Brasile o in Argentina, contro ogni riforma legale che tenti
di modificare la gerarchia sociale e di ridurre le
sperequazioni nella ripartizione delle ricchezze. Ai poteri
dell'oligarchia tradizionale e a quelli della reazione
classica si aggiungono oramai i poteri mediatici.
E tutti insieme si scagliano - in nome della libertà
d'espressione! - contro i programmi concepiti in difesa
degli interessi della maggioranza della popolazione. Questa
la facciata mediatica della globalizzazione liberista, che
ne rivela l'ideologia nel modo più chiaro, più evidente, più
caricaturale. I mass media e la globalizzazione liberista
sono intimamente legati.
Di conseguenza è quanto mai urgente sviluppare una
riflessione su come i cittadini possano esigere dai grandi
media più etica, più verità, più rispetto di una deontologia
che consenta ai giornalisti di agire secondo coscienza, e
non in funzione degli interessi dei gruppi, delle imprese e
dei proprietari dei media che li ingaggiano.
Nella nuova guerra ideologica imposta dalla globalizzazione,
i media sono utilizzati come un'arma di combattimento.
L'informazione, in ragione del suo esplosivo sviluppo, della
sua moltiplicazione e sovrabbondanza, si ritrova
letteralmente contaminata, avvelenata da ogni sorta di bugie
e voci mistificatorie, inquinata da deformazioni,
distorsioni, manipolazioni. Per un'informazione non
contaminata In questo campo si ripete ciò che è già avvenuto
in quello dell'alimentazione.
Per lungo tempo i viveri erano scarsi - e scarseggiano
tuttora in molte parti del mondo. Ma quando, grazie alle
rivoluzioni agricole, le campagne hanno incominciato a
produrre raccolti sovrabbondanti, soprattutto nell'Europa
occidentale e nell'America del Nord, ci si è resi conto che
molti alimenti erano contaminati o avvelenati dai pesticidi,
che provocavano malattie, infezioni, tumori e problemi di
salute d'ogni sorta, fino all'esplosione di panico di massa
nel caso della «mucca pazza». Insomma, se in passato si
poteva morire di fame, oggi si può morire per aver mangiato
cibi contaminati...
Lo stesso avviene con l'informazione, che storicamente era
merce rara. Ancora oggi, nei paesi dittatoriali non esiste
un'informazione di qualità, affidabile e completa. Al
contrario, negli stati democratici l'informazione trabocca
da ogni parte fino ad asfissiarci. Empedocle diceva che il
mondo è costituito dalla combinazione di quattro elementi:
aria, acqua, terra e fuoco. L'informazione è divenuta
talmente abbondante da costituire, in un certo senso, il
quinto elemento del nostro mondo globalizzato.
Ma nello stesso tempo, ciascuno può constatare che come il
cibo, anche l'informazione è contaminata. Ci avvelena la
mente, inquina il nostro cervello, ci condiziona, ci
intossica. Tenta di istillare nel nostro inconscio idee che
non ci appartengono. Perciò è necessario elaborare quella
che si potrebbe chiamare un'«ecologia dell'informazione».
Per pulire l'informazione, per liberarla dalla «marea nera»
delle bugie. Ancora una volta, la recente invasione
dell'Iraq ha dato la misura dell'enormità delle
mistificazioni
(6).
L'informazione dev'essere decontaminata. Così come è stato
possibile produrre alimenti «bio», a priori meno contaminati
degli altri, abbiamo bisogno di una sorta di «bio-informazione».
I cittadini devono mobilitarsi per esigere dai media
appartenenti ai grandi gruppi globali il rispetto della
verità, dato che in definitiva solo la ricerca della verità
conferisce all'informazione la sua legittimità.
Perciò abbiamo proposto la creazione dell'Osservatorio
internazionale dei media (in inglese: Media Watch Global).
Per disporre infine di un'arma civile e pacifica, di cui i
cittadini possano servirsi per opporsi al nuovo superpotere
dei grandi mass media. Questo Osservatorio è un'espressione
del movimento sociale planetario confluito a Porto Alegre
(Brasile). Nel pieno dell'offensiva della globalizzazione
liberista, questo movimento esprime la preoccupazione di
tutti i cittadini a fronte della nuova arroganza dei giganti
della comunicazione.
I grandi media privilegiano i loro interessi particolari, a
discapito dell'interesse generale, e confondono la loro
propria libertà con la libertà d'impresa, che considerano
come la prima delle libertà.
Ma la libertà imprenditoriale non può, in nessun caso,
prevalere sul diritto dei cittadini a un'informazione
rigorosa e verificata, né servire da pretesto alla
diffusione consapevole di notizie false o diffamatorie. La
libertà dei media altro non è che l'estensione della libertà
collettiva d'espressione, fondamento della democrazia.
Che in quanto tale non può essere confiscata da un gruppo di
potenti.
Per di più, essa implica una «responsabilità sociale», e di
conseguenza il suo esercizio deve sottostare, in ultima
istanza, al controllo responsabile della società. Questa la
convinzione che ci ha indotto a proporre la creazione
dell'Osservatorio internazionale dei media - Media Watch
Global. Perché i media sono oggi il solo potere senza un
contro- potere, e creano di conseguenza uno squilibrio
dannoso alla democrazia.
La forza di quest'associazione è innanzitutto morale: la sua
azione critica si fonda sull'etica e mette sotto accusa le
violazioni dell'onestà mediatica elaborando, pubblicando e
diffondendo relazioni e studi.
L'Osservatorio internazionale dei media costituisce un
indispensabile contrappeso all'eccesso di potere dei grandi
gruppi mediatici che impongono, nel campo dell'informazione,
la pura e semplice logica del mercato, e propugnano come
unica ideologia il pensiero liberista.
Quest'associazione internazionale si propone di esercitare
una responsabilità collettiva, in nome dell'interesse
superiore della società e del diritto dei cittadini di
essere correttamente informati. A questo titolo, essa
attribuisce un'importanza cruciale ai contenuti del prossimo
Vertice mondiale sull'informazione che si terrà a Ginevra
nel dicembre di quest'anno
(7).
E si propone di mettere in guardia la società contro le
manipolazioni mediatiche che dilagano come epidemie in
questi ultimi anni.
L'Osservatorio comprende tre categorie di membri, dotati di
identici diritti: 1) giornalisti professionisti o
occasionali, attivi o in pensione, di tutti i media, sia
centrali che alternativi; 2) professori universitari e
ricercatori di tutte le discipline, e più particolarmente
esperti dei media, dato che nel contesto attuale
l'Università rimane uno dei pochi luoghi ancora protetti,
almeno in parte, contro le ambizioni totalitarie del
mercato; 3) gli utenti dei media, che possono essere comuni
cittadini o personalità note per la loro statura morale...
Gli attuali sistemi di regolamentazione dei media sono
dovunque insoddisfacenti.
Poiché l'informazione è un bene comune, la sua qualità non
può essere garantita da organizzazioni composte
esclusivamente da giornalisti, spesso legati a interessi
corporativi. I codici deontologici delle singole aziende
mediatiche - quando esistono - si rivelano spesso inadatti a
correggere o penalizzare le derive, gli occultamenti, le
censure. È indispensabile che la deontologia e l'etica
dell'informazione siano definite e difese da un'istanza
imparziale, credibile, indipendente e obiettiva, nel cui
ambito gli universitari devono avere un ruolo decisivo. La
funzione degli «ombudsmen» o difensori civici, che era stata
utile negli anni '80 e '90, è attualmente mercificata,
svalutata e degradata.
Spesso strumentalizzata dalle aziende per rispondere ai loro
imperativi di immagine, è diventata un facile alibi per
rafforzare artificialmente la credibilità di un organo
d'informazione. Uno dei diritti più preziosi dell'essere
umano è quello di comunicare liberamente il proprio pensiero
e le proprie opinioni. Nessuna legge deve coartare
arbitrariamente la libertà di parola o di stampa. Ma questa
libertà può essere esercitata da aziende mediatiche alla
sola condizione di non violare altri diritti non meno sacri,
come quello di ogni cittadino di poter accedere a
un'informazione non contaminata.
Le aziende mediatiche non devono poter diffondere, sotto la
copertura della libertà d'espressione, informazioni false,
né condurre campagne di propaganda ideologica o altre
manipolazioni. L'Osservatorio internazionale dei media
considera che la libertà assoluta dei mezzi d'informazione,
reclamata a gran voce dai proprietari dei grandi gruppi
della comunicazione mondiale, non può esercitarsi a spese
della libertà di tutti i cittadini. Oramai questi grandi
gruppi devono sapere che è sorto un contro-potere, la cui
vocazione è aggregare tutti coloro che si riconoscono nel
movimento sociale planetario e lottano contro la confisca
del diritto d'espressione.
Giornalisti, docenti universitari, militanti, membri di
associazioni, lettori dei giornali, radioascoltatori,
telespettatori, utenti di Internet, tutti insieme si
uniscono per forgiare un'arma collettiva di azione
democratica. I globalizzatori avevano dichiarato che il XXI
secolo sarebbe stato quello delle imprese globali;
l'associazione Media Watch Global afferma che questo sarà il
secolo in cui la comunicazione e l'informazione
apparterranno infine a tutti i cittadini.
note:
(1) Si
legga La tirannia della comunicazione e Propagande
silenziose, ed. Asterios, rispettivamente 1999 e 2002.
(2) Si veda
ad esempio, in Italia, il super-potere mediatico del gruppo
Fininvest di Silvio Berlusconi, e in Francia quello dei
gruppi Lagardère o Dassault.
(3) Sotto
la pressione dei grandi gruppi mediatici americani, la
Federal Communications Commission (Fcc) degli Stati uniti ha
autorizzato, il 4 giugno 2003, un allentamento dei limiti
alla concentrazione, consentendo a una sola azienda di
controllare fino al 45% dell'audience nazionale (contro il
limite precedente del 35%). La decisione avrebbe dovuto
entrare in vigore il 4 settembre scorso, ma è stata sospesa
dalla Corte suprema dato che alcuni hanno visto in essa «una
grave minaccia per la democrazia».
(4) Si
legga «Un delitto perfetto», Le Monde diplomatique/il
manifesto, giugno 2002.
(5) E molti
altri media quali La Tercera, Ultimas Noticias, La Segunda,
Canal 13 ecc. Leggere Patricio Tupper, Allende, la cible des
médias chiliens et de la Cia (1970- 1973), Editions de l'Amandier,
Parigi, 2003.
(6) Si
legga «Menzogne di stato», Le Monde diplomatique/il
manifesto, luglio 2003.
(7) Si
legga Armand Mattelart, «La communicazione, nuova sfida
dell'aordine globale», Le Monde diplomatique/il manifesto,
settembre 2003.
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