torna alla home page

 
L'Africa in un graffio di china
 

 

di Marisa Paolucci
Fonte: il Manifesto
26 novembre 2003

Africa, libertà di stampa, umorismo e satira. A Roma si è appena conclusa la mostra «Africartoon», mappatura dei graffi di china di tutto il continente africano e provenienti da Yaoundé, in Camerun, dove sono stati ospitati nel corso della quinta edizione di «Fescarhy», il Festival internazionale della caricatura e dello humour che aveva per tema «caricatura e libertà di stampa». Vignette e caricature spesso «politicamente corretti» perché depurati per autocensura, ma anche «disegni invibisili», duri, spietati, agghiaccianti, sulfurei, irriverenti. Quelli che nessun giornale africano ha mai ospitato nelle sue pagine e osato pubblicare. E al tema del rapporto tra satira politica e libertà di stampa è stato dedicato l'incontro conclusivo ad «Africartoon», con Vauro, Elle Kappa, Stefano Citati, Christophe Ngalle Edimo, presidente dell'associazione «Afrique Dessinée», e Gino Barsella, ex direttore di «Nigrizia». Con l'assenza di Pat Masioni, disegnatore della Repubblica Democratica del Congo, esule in Francia dopo aver conosciuto il carcere, ma «fermato» alla nostra frontiera per problemi burocratici derivati dalla sua condizione di «rifugiato politico». Ma se le cesoie della censura sulla satira politica si risolvono nel nostro paese con l'allontamento - dalla Rai, come nel caso di Sabina Guzzanti e il suo «Raiot» - scegliere di «parlare» contro il potere rappresenta una scelta audace, coraggiosa in molti paesi africani dove fare satira contro chi detiene il potere può significare prigione e tortura.

In Camerun, ad esempio, paese ospitante del festival «Fescarhy», dove la libertà è ancora lontana dall'essere un diritto per tutti, dove la libertà di stampa ufficialmente esiste, anche se ogni tanto qualche giornalista scompare, «anche se non così spesso come qualche anno fa», come spiega Bahell Masse, tra gli organizzatori del festival di Yaoundé. «Ultimamente alcuni giornalisti del giornale Mutation sono finiti in prigione per alcuni giorni: una libertà relativa che va inserita nel suo contesto. Fino a dieci anni fa non si poteva neanche parlare, i giornali uscivano con gli spazi bianchi degli articoli vietati dalla censura preventiva e i giornalisti finivano in prigione senza processo; oggi c'è libertà di parola, gli articoli vengono pubblicati, la repressione è successiva. I molti giornalisti processati non sono vittime di un atteggiamento puramente arbitrario: vengono attaccati su un terreno giuridico, sulle infrazioni commesse. Esistono cose che il giornalista normalmente non può dire, parlare del capo di stato in un certo modo, bisogna rispettare una certa forma, un certo stile, coniugare un verbo in un modo piuttosto che in un altro può far dire al presidente una cosa diversa, ma riuscire a capire i confini entro i quali muoversi non è sempre facile».

Questa situazione di libertà latente è l'eredità di un passato coloniale e di una evoluzione storica comune a molti stati africani. In questo senso può essere utile ripercorrere la traiettoria politica del Camerun.

Fu «scoperto» nel 1472 dal navigatore portoghese Fernando Poo, quando decise di risalire l'estuario del fiume Wour. Sorpreso dall'enorme quantità di gamberi che ne popolavano le acque, decise di chiamarlo Rio dos Camarões (fiume dei gamberi), nome che nella versione spagnola Camarones venne utilizzato per l'intera costa e diede poi il nome al paese. Nei tre secoli successivi il Camerun viene sistematicamente spogliato delle sue risorse umane per alimentare il commercio dell'«avorio nero» tra i mercanti europei e i capi tribù locali. Inevitabile a questo punto l'intricata colonizzazione, francese, inglese e tedesca, risultato di quella contesa spartizione dell'Africa che negli ultimi decenni del secolo XIX coinvolse quasi tutte le potenze europee. Ottenuta l'indipendenza nel 1960, inizia un periodo di instabilità politica e colpi di stato; solo nel 1991 ci sarà la fine del partito unico, anche se le prime elezioni pluraliste del 1992 e le legislative de 1997 confermano il presidente Paul Biya, in carica dal 1982.

Ma ci sono anche disegnatori che vivono e lavorano in paesi dove la libertà è ancora un sogno: come Ramon, della Guinea Equatoriale, e Bring de Bang del Congo-Brazzaville. Ascoltare le loro storie aiuta a capire quali ingtralci incontrinoi nella loro strada umorismo e voglia di libertà in Africa.

Ramon (Ramon Esono), ha 27 anni, è un disegnatore pluripremiato, vive a Malabo, è il fondatore di una rivista umoristica per bambini e di un'associazione - «el manco» - per giovani disegnatori. «Mi diverto a fare caricature - spiega -, nel mio paese non si conosce questo modo di comunicare. Sono conosciuto piuttosto come ritrattista. Nella Guinea Equatoriale anche navigare in internet è molto costoso, e quasi nessuno possiede un computer. Non abbiamo libertà di stampa, si può parlare ma senza entrare nello spazio proibito degli argomenti vietati». E passa agli esempi: «Si può disegnare il presidente ma la caricatura deve essere ben fatta, e il messaggio positivo. Non ci sono molti disegnatori, e i pochi giornali non pubblicano regolarmente le vignette. Al momento sono l'unico caricaturista. Il quotidiano più letto è la Gazetta, viene direttamente dalla Spagna, a colori, è il più costoso. Come un po' ovunque in Africa, ci sono limitazioni alla democrazia. I giornalisti preparano un'inchiesta, la mostrano a qualcuno molto vicino al presidente ed è lui che decide se può essere pubblicata oppure no. Nel mio paese l'opposizione finanzia un unico giornale, La Voce del Popolo, con una sua tipografia; ma la redazione subisce continue minacce e i suoi giornalisti sono spesso in prigione».

«Anche se la situazione è difficile - conclude - preferisco questo alla guerre di altri paesi africani. Il nostro problema è il petrolio. La maggior parte delle persone che vanno a studiare all'estero, in Spagna o a Cuba, conseguono specializzazioni che hanno a che fare con il petrolio, e questo è un punto cruciale per l'avvenire della Guinea, dove non esiste una classe dirigente».

Briges Bakou - alias Bring de Bang -, è invece un disegnatore caricaturista con l'andatura dinoccolata e snodabile di un rapper. Anche lui giovanissimo, ha 27 anni, si dichiara da sempre innamorato del disegno. Il suo idolo è Corto Maltese di Hugo Pratt: «Trovo eccezionale il suo modo di giocare con il bianco e nero, mi ha sempre affascinato il suo modo magistrale di utilizzare luce e ombre». Ha iniziato con il disegno commerciale, con manifesti pubblicitari e ritratti per finanziarsi gli studi. Nel 1998 è stato assunto nel giornale Ngouvou (ippopotamo), una pubblicazione educativa per giovani, ed è anche il suo inizio nel mondo del rap: nel 2002 è stato campione di musica rap a Brazzaville con il suo gruppo Secteur Hip Hop. Ma non dimentica i momenti difficili... «Nel 1997 avevo fatto una caricatura del presidente Lissouba. Non l'ha apprezzata. La redazione dove lavoravo è stata distrutta, il direttore è fuggito in Francia, e il capo redattore è finito in prigione; io sono rimasto nascosto per otto mesi. In questo periodo di grande tensione ho scoperto la musica che mi ha permesso di trovare in me stesso energie che non pensavo più di possedere. Lavoro ascoltando la musica. Le mie canzoni sono una sorgente di ispirazione per i miei disegni».

«Oggi mi considero molto fortunato - conclude - il lavoro di direttore artistico di Ngouvou mi permette di vivere e anche di finanziare il mio lavoro di musicista. Sogno di riuscire a creare un periodico di fumetti».

Cosa pensano i politici africani del lavoro di Bring de Bang e di Ramon, quali pensano debbano essere i limiti della satira è ben rappresentato dalle parole pronunciate a Yaoundé da Albert Mbida, ispettore generale al ministero della comunicazione del Camerun: la caricatura, in bilico tra finzione e informazione, è un genere editoriale ambiguo, difficile da classificare. «C'è chi legge solo i giornali satirici, e questo ne consolida il ruolo di informazione. Tenendo conto che la libertà d'espressione è un principio costituzionale, contenuto nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e nella Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli, fin dove può spingersi la caricatura senza rischiare la repressione politica o giudiziaria?». Risposta dell'ispettore: non deve esagerare. Ma, sempre Mbida dixit, poiché la caricatura è per sua natura esagerazione - e per questo fa ridere e questo le offre un ampio margine di tolleranza -, «Bisogna provare che la caricatura vuole far divertire», non confondendola «con le informazioni serie».

Ma, anche tra le maglie strette del controllo di chi detiene il potere, il cuore dei caricaturisti africani, artisti per natura, giornalisti per necessità, in bilico tra finzione e realtà, continuano a mostrare con coraggio il loro talento nelle pagine dei quotidiani, trovando ispirazione nei fatti d'attualità. La loro narrazione del presente arricchita dall'immaginazione, dall'ironia, dall'humour, dovrebbero godere di una certa «licenza poetica», di immunità dalle ritorsioni. Ma quando si occupano di attualità bruciante, con protagonisti conosciuti o riconoscibili, ne deformano deliberatamente il nome e i tratti, schematizzano con un disegno e sintetizzano in un tratto un intero concetto, si pongono in una posizione di colpevolezza? Il pubblico, i lettori africani hanno decretato il loro successo. In Camerun, ad esempio, la caricatura è protagonista nei due giornali satirici con il maggior numero di copie distribuite nel paese: «Popoli» e «Mami Wata». I loro vignettisti-caricaturisti sono ammirati e rispettati dai lettori proprio per il coraggio che hanno dimostrato, pagndo con il carcere la scelta di raccontare «la loro versione dei fatti». Consapevoli che le caricature sono lo specchio di ogni società, l'immagine reale di un paese. La sua capacità di tollerare critiche e satira. Una sfida aperta con il potere costituito
.

 

   

torna alla home page

   

per ulteriori informazioni e per scriverci: direttore.isf@libero.it