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Burkina Faso: 'Caso Norbert Zongo". Quinto anniversario della morte del giornalista, direttore del settimanale ‘L’Indépendant’
 

 

FONTE: Agenzia Misna
14 dicembre 2003

Il 14 dicembre è ricorso un anniversario importante per la storia recente del Burkina Faso (alla lettera ‘terra degli uomini integerrimi’in lingua locale), segnata come è dalla vicenda di Norbert Zongo, considerato la ‘voce più libera’ dell’informazione, personaggio ‘scomodo’ per il presidente Blaise Compaoré. Il giornalista burkinabe, alla cui figura è intitolato anche il sito Internet 'www.cnpress-zongo.net', morì infatti in circostanze non ancora chiarite il 13 dicembre del 1998. Zongo condivideva in gran parte le istanze di Thomas Sankara, il ‘capitano’ che cambiò il nome del Paese dal coloniale Alto Volta in Burkina Faso lanciando nel 1984 la ‘rivoluzione della dignità’, per uno sviluppo autonomo, partecipativo, egualitario e sostenibile. Sankara finì assassinato il 15 ottobre 1987 nel colpo di Stato che portò al potere proprio Compaoré. L’omicidio di Zongo ancora oggi scuote gli animi della popolazione burkinabé, come dimostrano ogni anno, in occasione dell’anniversario della sua morte, le imponenti manifestazioni di piazza e le marce fino al cimitero di Gounghin dove riposano le sue spoglie. La ricostruzione degli eventi che portarono al suo omicidio parte dal dicembre del 1997: quel mese infatti quattro collaboratori di François Compaoré, consigliere della presidenza e fratello del capo dello Stato, vennero arrestati con l’accusa di furto e detenuti per diverse settimane. Durante gli interrogatori, i fermati vennero torturati da alcuni elementi della guardia presidenziale: uno di loro, David Ouedrago, non sopravisse alle percosse e morì il 18 gennaio 1998 nell’infermeria del palazzo presidenziale. Norbert Zongo, direttore del settimanale ‘L’Indépendant’, specializzato in giornalismo d’inchiesta, decise di venire a capo della vicenda. Ne fece la sua ‘rubrica fissa’ in tutti i 15 ultimi numeri della pubblicazione e il ‘caso Ouedrago’ gli valse subito numerose minacce di morte. Zongo si chiedeva, ad esempio, perché delle indagini sull’accusa di furto attribuita ai collaboratori di François Compaoré fossero stati incaricati uomini della guardia presidenziale. Scriveva l’8 dicembre 1998, pochi giorni prima del suo omicidio: “Supponiamo che oggi ‘L’Indépendant’ smetta definitivamente di uscire per una ragione o per l’altra (la morte del suo direttore, il suo arresto, il divieto perenne di pubblicare) noi resteremo convinti che il ‘problema David Ouedrago’ resterà tale e che, prima o poi, bisognerà risolverlo”. Cinque giorni dopo, il 13 dicembre, la carcassa di un’automobile venne ritrovata a circa sette chilometri dall’uscita di Sapouy, 100 chilometri a sud della capitale Ouagadougou. Conteneva i corpi carbonizzati di Zongo e altre due persone. La quarta vittima, l’autista, giaceva morto a fianco della macchina, con ustioni sulla parte inferiore del corpo. Di fronte a una mobilitazione senza precedenti della società civile, il governo istituì una commissione d’inchiesta indipendente, dotata di ampi poteri, per investigare sulle uccisioni. Esperti confermarono che Zongo e gli altri passeggeri dell'auto erano morti vittime “di un attentato criminale ben pianificato”. L’ipotesi più plausibile, secondo la commissione, fu che il crimine fosse legato all’attività giornalistica di Zongo come direttore de ‘L’Indépendant’ a seguito delle sue indagini sull’affaire Ouedrago. “Vi sono motivi per credere che se si fosse fatto tutto il possibile sul piano giudiziario per chiarire le circostanze della morte di David Ouedrago, il dramma di Sapouy avrebbe potuto essere evitato" affermò la commissione aggiungendo: "Dobbiamo però constatare che quel dossier non è stato trattato con la diligenza che meritava”.
Per il quinto anniversario della morte del giornalista Norbert Zongo, direttore del settimanale ‘L’Indépendant’ ed esponente di spicco della società civile burkinabé, forse le indagini sulla sua morte potrebbero essere riaperto granzie anche a un nuovo testimone,il sergente Naon Babou, ex membro della guardia del presidente Blaise Compaoré. Finora solo un uomo, l’ex capo della sicurezza presidenziale Marcel Kafando, è stato condannato per il crimine, ma pare che altri possano essere stati coinvolti. Secondo 'Reporters sans frontières' (Rsf) - che pubblica oggi sul suo sito Internet un'inchiesta svolta da Emmanuelle Duverger dal 7 al 10 dicembre e alcuni brani di una deposizione di Babou del 30 ottobre scorso - il giudice Wenceslas Ilboudo, che sta tentando da alcune settimane di riaprire l’inchiesta, dovrebbe essere in condizioni di interrogare il testimone da un momento all'altro. Il 7 ottobre scorso la presidenza burkinabé annunciò di essere riuscita a sventare un colpo di Stato e di avere arrestato alcuni militari sospettati di aver ordito il complotto. Uno di loro, il sergente Babou, in un successivo interrogatorio, affermò di avere informazioni inedite sul ‘caso Zongo’. Da allora il giudice Ilboudo ha tentato di ottenere un colloquio con Babou, oggi accusato di ‘attentato alla sicurezza dello Stato’, ma invano. Oltre a Babou, il giudice vorrebbe ascoltare anche altri due militari catturati nelle stesse circostanze, Abdoulaye Konfè e Souleymane Zalla, ex membri della guardia presidenziale che sarebbero stati contattati per partecipare all’omicidio di Zongo ma che decisero di rifiutare. Sarebbe stato coinvolta anche un'altra guardia presidenziale, Sié Poda, successivamente deceduto. I tre avrebbero comunque tutti rifiutato di partecipare all'operazione. La testimonianza del sergente Babou potrebbe risultare di vitale importanza per fare luce sull’uccisione del giornalista, il cui cadavere venne ritrovato il 13 dicembre 1998 nella carcassa di un'automobile data alle fiamme nei pressi di Sapouy, circa 100 chilometri a sud della capitale Ouagadougou. Rsf è riuscita a procurarsi alcune dichiarazioni relative alla morte di Zongo rilasciate dal militare al giudice Francis Somda che lo ha interrogato sul presunto tentato golpe. Babou ha raccontato che, non appena appresa la notizia della morte del reporter, si recò dal fratello del presidente, François Compaoré (tra i principali sospettati ma mai sentito dai giudici) per esprimergli le sue perplessità sul fatto che la colpa fosse ricaduta sulla guardia presidenziale. Un mese dopo, il 18 gennaio del 1999, Babou venne convocato da un superiore che lo accusò di aver incolpato un ufficiale, il colonnello Diendré, della morte di Zongo. Babou respinse le accuse ma, stando al suo stesso racconto, fu tutto inutile. “Mi considero attualmente un capretto morto perché so che mi stanno cercando” ha detto il sergente al giudice Somda. Qualcuno ipotizza ora che Babou potrebbe non arrivare vivo a un eventuale processo.

 

   

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