|
di
Giulia D'Agnolo Vallan
18 dicembre 2003
FONTE: il Manifesto
È una causa che ha
creato alleati improbabili come Noam Chomsky e il
leggendario editorialista conservatore William Safire, come
l'organizzazione progressista Common Cause e la National
Rifle Association, la Consumers Union che tutela i diritti
dei consumatori e il Parents Television Council, che vuole
controllare i contenuti di quello che passa in tv, il
deputato di «estrema destra» Tom De Lay e quella di «estrema
sinistra» Barbara Lee. È anche stato, quest'anno l'argomento
più discusso dietro alle quinte del parlamento, dopo la
Guerra in Iraq. Ma il fatto che le regole che controllano la
proprietà dei media americani sia stato uno dei soggetti
caldi nella politica Usa non stupisce. Solo la Casa Bianca
di Bush, e soprattutto il leader della Federal Communication
Commission, Michael Powell, non si sarebbero mai aspettati
che un'iniziativa di deregulation dei media - grazie alla
quale un unico network avrebbe potuto diventare proprietario
del 45% delle stazioni locali Usa, e un'unica compagnia
possedere un quotidiano, tre reti tv, otto stazioni
radiofoniche e anche il sistema cavo - sarebbe stata
violentemente bloccata da una corte d'appello federale e da
un'iniziativa bipartitica, corredata di voto, al senato.
Annunciati da Powell con una certa nonchalance in giugno i
sei punti della deregulation hanno istantaneamente scatenato
proteste un po' da tutte le parti. Da allora, mentre
l'inziativa rimane bloccata in tribunale (dove se ne
discuterà in febbraio), un gruppo di deputati sia
democratici e repubblicani avrebbe già collezionato 200
firme (ce ne vogliono 218) per portare il voto anche alla
Camera. E, mentre Michael Powell - il cui tentativo di
difendere il nuovo assetto legislativo ha solo peggiorato le
cose - teme per la sua poltrona, George Bush teme di
trovarsi nella spiacevole condizione di dover emettere il
suo primo veto, e scegliere così tra magnati dei media come
Rupert Murdoch e una fascia vastissima e altrettanto
diversificata di elettori. La ragione per cui una causa del
genere accomuna sostenitori tanto opposti tra di loro è
quella legata al primo emendamento della costituzione,
quello sulla libertà di parola, una pietra miliare in cui la
più vecchia e reazionaria guardia del partito repubblicano
crede quanto l'American Civili Liberties Union. Ma la
mobilitazione generale contro l'azione della Fcc riflette
quanto l'opporsi al progressivo consolidamento dei gruppi
mediatici Usa (a cui diede fortissimo incentivo il
Telecommunications Act del 1996, passato
dall'amministrazione Clinton) sia ormai meno «una questione
di principio», quanto la reazione viscerale a una situazione
già pesantemente compromessa. Scomparsa progressiva delle
news e dei programmi locali, omogeneizzazione dei prodotti
dovuta alle drastiche riduzioni del personale che seguono
ogni fusione, chiusura massiccia delle filiali all'estero,
scomparsa di tutta una fetta di cultura musicale fuori dalle
radio locali o indipendenti...
Il radicale declino della diversificazione dell'informazione
e dell'entertainment in Usa è plateale e, come si vede dalla
reazione contro la Fcc, non gradito dal pubblico e da parte
della leadership al governo. Ironicamente la ragione per cui
questa opposizione così forte, e così organizzata, sia nata
oggi e non nel 1996 può essere cercata proprio nelle news:
il reportage sciatto e miope sul recount della Florida alle
elezioni del 2000, l'appiattimento totale di qualsiasi
dissenso nei confronti dell'aministrazione Bush dopo l'11
settembre e il coverage pigro e Pentagono-dipendente della
Guerra in Iraq non hanno fatto che accentuare l'impressione
di un establishment sempre più monolitico, impermeabile e
consolidato e contro il quale è logico opporsi, da 360
gradi.
|