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di
Franco Pantanelli
9 gennaio 2004
FONTE: il Manifesto
Qualcuno ricorda l'episodio del 2 novembre scorso, quando non si capiva se
l'elicottero americano Chinok 47 caduto nei pressi di Fallujiah, in Iraq,
con 36 soldati a bordo era stato abbattuto dagli iracheni (come dicevano i
media) o era stato vittima di un incidente (come diceva il Pentagono)? Non era
facile stabilirlo, si disse allora, perché non c'erano «prove». Non era vero, la
prova era depositata nelle foto scattate da David Gilkey del Detroit Free
Press, ma non arrivò mai al pubblico perché quelle foto gli furono
confiscate e distrutte da un soldato della 82ma divisione aviotrasportata, i cui
superiori poi si preoccuparono così tanto della «sicurezza» sua e di altri
colleghi che li sbatterono via, a venti miglia di distanza. E' uno degli episodi
che hanno indotto recentemente una trentina di direttori di giornali, agenzie,
emittenti televisive a scrivere al Pentagono per protestare. A capeggiare la
«rivolta» è Sandy Johnson, la battagliera responsabile dell'ufficio di
Washington dell'Associated Press, stanca di avere a che fare con i
problemi che conitnuamente le vengono posti dagli inviati dell'agenzia in Iraq.
«In nessuna circostanza - si leggere nella lettera - è ammissibile che un
soldato americano confischi e distrugga, pistola alla mano, il materiale dei
giornalisti». E poi racconta a un collega spagnolo: «Nelle ultime settimane
abbiamo avuto una buona dozzina di episodi in cui i soldati hanno requisito il
materiale dei nostri inviati, intimidendoli costantemente e allontanandoli di
proposito dai luoghi in cui le cose accadono». Il Pentagono ha mostrato di
cadere dalle nuvole, ha girato la cosa ai responsabili «in loco» e il maggiore
William Thurnmond, del centro di informazioni delle forze occupanti, ha
ricordato che a tutte le unità fu a suo tempo distribuita una circolare «con lo
specifico divieto di requisire il materilae dei giornalisti», ma ha anche detto
di essere «cosciente» che «alcuni soldati, a titolo individuale, non seguono
quelle istruzioni». Dove sarà la verità? Di sicuro, dice Lucy Dalglish, del
Comitato dei giornalisti per la libertà dell'informazione, «la consegna del
Pentagono fin dall'inizio di questa guerra è stata quella di offrire un versione
il più addomesticata possibile».
Solo che finché si trattava di raccontare l'avanzata vittoriosa delle truppe
americane in Iraq andava tutto bene. L'idea di mettere i giornalisti al seguito
delle varie compagnie, quasi un «arruolamento», era stata stata accolta molto
bene perché loro avevano modo di mandare articoli e filmati di prima mano, la
guerra sui network «vendeva» e almeno fino all'episodio della Jessica Liynch, la
soldatessa «liberata» dall'ospedale iracheno con quella che è stata fatta
passare per un'ardimentosa azione di commando, tutti erano contenti.
Ora però i giorni della vittoria «facile» sono finiti e la realtà americana in
Iraq è quella che è: una forza d'occupazione soggetta a continui attacchi di una
resistenza che neppure riesce esattamente a individuare; il numero crescente di
morti; l'adozione di tattiche «israeliane» che riempiono le giornate dei soldati
americani di episodi da «sporca guerra». E l'idea che tutto ciò venga
raccontato, o addirittura filmato, diventa difficile da mandare giù, anche
perché i giornalisti non sono più «embedded» con le truppe, e quindi in qualche
modo agli ordini dei loro comandanti, ma vanno in giro a curiosare dove gli
pare. Non è ormai l'Iraq un Paese libero?
Per qualche tempo loro hanno cercato di barcamenarsi, un po' per la
«comprensione» nei confronti dei soldati finiti sotto uno stress incautamente
imprevisto da chi li ha mandati lì, un po' per paura che i loro lettori in
patria non gradissero e un po' perché dopotutto ciò che contava era mandare i
propri servizi anche a costo di qualche limitazione. Ma ora evidentemente si è
arrivati a un punto non più tollerabile.
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