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di
Marco Santopadre
17 gennaio 2004
La
messa fuori legge della sinistra indipendentista ha privato
almeno il 15% della popolazione basca del diritto ad essere
rappresentata. Ma come dimostrano i 150.000 voti nulli
depositati nelle urne dagli elettori di Batasuna nelle
amministrative di maggio, il movimento popolare basco non
rinuncia alla lotta.
Continua le mobilitazioni per il riavvicinamento dei
prigionieri politici e per la liberazione di quelli che
hanno già scontato i 3/4 della pena; contro la tortura; per
la riduzione della precarietà nel mondo del lavoro e contro
le morti bianche; contro la "ley de estranjeria", una specie
di Bossi-Fini ancora più restrittiva; contro l´alta velocità
e l´inquinamento elettromagnetico; contro la diga di Itoiz;
contro le militarizzazione del territorio e la
partecipazione dei militari di Madrid alle guerre
neocoloniali di Bush.
Ognuna di queste mobilitazioni ci ricorda che parliamo di
una forza certamente non comunista ma che mantiene tra i
suoi obiettivi la costruzione di un ordine sociale ed
economico diverso dal capitalismo e che, ad esempio, rifiuta
la costruzione europea perché in essa intravede un nuovo
polo imperialista pronto alla competizione globale, e per
questo pericoloso per i popoli che la compongono nonché per
tutti gli altri.
L´illegalizzazione di Batasuna e la chiusura dei quotidiani
hanno messo la pulce nell´orecchio a una parte consistente
della sinistra italiana, preoccupata della degenerazione
autoritaria di Madrid, i cui "caudillos" rivendicano il
ritorno alla "vecchia Spagna eterna e civilizzatrice", come
suole ricordare il governatore della Galizia ed ex ministro
del "Generalisimo", Fraga Iribarne.
Ed infatti si moltiplicano gli articoli su alcuni giornali
della sinistra italiana - "Il Manifesto", "Carta", "La
Rinascita della Sinistra" - alcuni più informati e più
obiettivi di altri, ma tutti segno che la cosiddetta
"questione basca" non può essere rimossa dall´informazione e
tantomeno dall´analisi. A ciò corrisponde un maggiore
interesse per il confronto politico, dimostrato dalle
innumerevoli assemblee e incontri che esponenti della
sinistra italiana - semplici simpatizzanti ma anche quadri e
dirigenti nazionali - hanno voluto realizzare con quella che
è la componente maggioritaria, oltre che più dinamica, della
sinistra basca.
Decine di incontri realizzati in sedi di partito, feste
estive, centri sociali, librerie o circoli culturali hanno
permesso a tanti compagni di riannodare il filo della
solidarietà con il popolo basco. I dirigenti della sinistra
patriottica hanno potuto spiegare perché Batasuna non è la
Lega, perché pensano che l´indipendenza sia la soluzione
migliore anche dal punto di vista della
liberazione sociale, perché la vera sinistra iberica
collabori con l´indipendentismo basco e quella
"decaffeinata" invece no. Anche la partecipazione del
responsabile esteri di Batasuna, Joseba Alvarez, alla
delegazione italiana in Libano per l´anniversario di Sabra e
Chatila è stata un´ottima occasione.
Ma una nota dolente rimane l´atteggiamento di Rifondazione
che, nonostante l´evolversi degli eventi, continua a
ribadire la posizione ufficiale adottata il 15 settembre
2002 e che recita: "La divergenza di opinioni sul ruolo
dell´ETA tra il nostro partito e Batasuna rimane una
distanza incolmabile. Pertanto ribadiamo le decisioni già
assunte in passato di non avere relazioni
ufficiali con questo partito."
Con queste due righe il Partito di Bertinotti si nega la
possibilità di avere rapporti politici con esponenti della
sinistra basca, che pure riconosce come sottoposta ad un
attacco che contribuisce ad alzare la tensione e non, al
contrario, alla risoluzione negoziata del conflitto
basco-spagnolo che tutti auspicano.
Sulla posizione del PRC pesano diversi pregiudizi:
l'acritico legame con la sinistra istituzionale spagnola che
si è astenuta quando le Cortes hanno messo fuori legge
Batasuna; un'accettazione fideistica dell´UE come il male
minore e degli attuali Stati Nazionali come gli unici
possibili; una scarsa consapevolezza sul ruolo dei movimenti
di liberazione nella storia del
movimento operaio internazionale; la rimozione
dell´obiettivo della conquista del potere e della
possibilità di costruire egemonia politica anche in
condizioni di minoranza.
Per la segreteria del PRC la non condivisione dei metodi di
lotta di una frazione della sinistra basca giustifica
l´espulsione di Batasuna dal novero dei movimenti con
i quali collaborare. Qualcosa di simile avviene per la
resistenza palestinese, irachena e colombiana. Negarsi la
possibilità di interloquire con un´opzione politica per il
solo fatto che essa non condanna
esplicitamente e apertamente le azioni armate (il motivo
ufficiale che ha portato al bando!) vuol dire rinunciare ad
esercitare un qualsiasi ruolo politico anche contro l´uso
delle armi come mezzo di azione politica.
Se cessa la lotta armata, si afferma, tutto cambierà. Eppure durante
la tregua di 20 mesi proclamata unilateralmente
dall´indipendentismo basco solo pochi anni fa, non si è
vista la sinistra internazionale denunciare ad esempio il
sistematico uso della tortura nei confronti di centinaia di
militanti del sindacato, delle organizzazioni giovanili,
addirittura di giornalisti e preti.
Come
è evidente ai più, la fine delle ostilità da parte
dell´indipendentismo basco avverrà quando il conflitto, che
è di natura politica e storica, troverà una soluzione
politica basata sul compromesso ma anche sul rispetto di
almeno una parte delle rivendicazioni del popolo basco
difese da Batasuna e da un settore consistente della società
basca.
L´ha capito Tony Blair che, bisognoso di stabilità, ha messo
tutti gli attori del conflitto nordirlandese attorno al
tavolo della trattativa, ma non sembrano comprenderlo i
socialisti e i "comunisti" spagnoli, imitati da alcuni
dirigenti nostrani. Appellarsi alla "pace" senza adoperarsi
per costruirne le condizioni è mestiere da grilli parlanti.
Per fortuna registriamo il protagonismo di molti militanti e
dirigenti del PRC (alcuni nella neonata "Rete di Solidarietà
con Euskal Herria"), che hanno portato gli esponenti della
sinistra basca fin dentro le sezioni e i Municipi, spesso
accompagnati, invece che dai propri parlamentari, da
esponenti di altri partiti, come ad esempio il verde Mauro
Bulgarelli.
Che i baschi non siano soli lo deduciamo dalla liberazione
di Asier Huegun da parte della guerriglia colombiana. Rapito
dall´Esercito di Liberazione Nazionale insieme ad altri sei
turisti occidentali, il giovane basco è stato rimandato a
casa in nome "della comune lotta del popolo colombiano e di
quello basco per la libertà e l´indipendenza".
Non ci aspettiamo gesti altrettanto plateali da parte della
sinistra italiana.
Ma è troppo chiedere che termini la censura su Liberazione e
che, ad esempio, un drappello di parlamentari italiani ed
europei sia spedito in Euskal Herria a rendersi conto di
quanto sta avvenendo in quelle terre e per, semmai, portare
la propria solidarietà al popolo basco se non proprio a
Batasuna?
(articolo pubblicato
sulla rivista Contropiano del mese di dicembre del 2003)
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