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di
Orsola Casagrande
21 gennaio 2004
FONTE: il Manifesto
È
durato otto ore l'incontro che ha messo la parola fine alle
polemiche lunghe due settimane che hanno visto la Bbc
accusata di dare lavoro a presentatori anti-arabi e
razzisti. Dopo diciassette anni di carriera televisiva
Robert Kilroy-Silk ha annunciato, in un comunicato firmato
assieme ai vertici Bbc, le sue dimissioni. Una decisione
inevitabile dopo le polemiche sollevate da un pezzo che il
presentatore aveva scritto sul Sunday Express nel
quale accusava «gli arabi» (tutti, senza eccezioni) di
essere, tra le altre cose, «kamikaze, amputa-arti,
oppressori di donne» e si chiedeva se «avessero mai offerto
un contributo positivo alla civilizzazione». Le velenose
parole vomitate dalle colonne dell'Express sono in
realtà soltanto l'ultimo exploit di un personaggio assai
controverso e molto noto nel mondo dello spettacolo.
Kilroy-Silk (che è stato anche un deputato laburista)
infatti si era già distinto per la sua peculiare e alquanto
xenofoba idea degli arabi e dei musulmani alla fine degli
anni `80 quando, durante l'affaire Rushdie, scrisse che se
«gli ayatollah residenti in questo paese non possono
accettare valori e legge britanniche, non c'è ragione per
cui noi inglesi dovremmo sentire il bisogno, e tanto meno il
dovere, di accettare i loro valori». Non solo. Nascondendosi
(in questo sostenuto da tanta parte dell'intellighenzia
britannica) dietro la falsa idea che il dibattito in corso
vedeva contrapposta la libertà di pensiero (rappresentata
dall'occidente) e la censura (l'oriente), Kilroy-Silk sentì
il dovere, nel 1995, di spingersi oltre affermando (questa
volta sulle colonne del Daily Express) che i
«musulmani si comportano ovunque con la stessa ferocia:
decapitano i criminali, lapidano le donne che commettono
adulterio, gettano acido in faccia alle donne che rifiutano
di indossare il chador, mutilano i genitali delle giovani
donne e compiono riti con gli animali». Il suo commento
durante la guerra in Iraq viene spesso citato come esempio
di un atteggiamento xenofobo e irrispettoso: «Un mucchio di
ladri». Se le precedenti esternazioni di Kilroy-Silk (che
alla Bbc presenta un talk show stile americano molto
seguito, dieci milioni di spettatori) sono passate indenni
attraverso la giustizia britannica (altrimenti piuttosto
attenta ed attiva nei confronti degli abusi xenofobi, specie
su radio e televisione di stato), l'articolo del Sunday
Express ha ricevuto un'attenzione diversa.
Anche perché la Bbc è stata subito inondata da lettere e
telefonate di protesta. I telespettatori si sono sentiti
chiamati in causa dalle esternazioni razziste di Kilroy-Silk
e hanno voluto dire la loro. Non solo, la comunità islamica
in Gran Bretagna negli anni è cresciuta e si è organizzata.
Subito dopo la pubblicazione dell'articolo del presentatore
sull'Express le maggiori organizzazioni islamiche del
paese si sono mobilitate per protestare ma anche per
sollecitare proteste da parte di musulmani, islamici, arabi
e no. Alla Bbc, subissata di email, fax, telefonate di
protesta, è rimasto ben poco da fare che prendere atto del
profondo malumore causato dalle esternazioni di uno dei suoi
presentatori di punta ed agire di conseguenza. Fiacca è
apparsa la difesa di Kilroy-Silk e dell'Express
(«ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione»).
Non è dato sapere quello che è andato realmente in onda
dietro le quinte, ma è certo che ai vertici della Bbc, già
sotto i riflettori per la vicenda Kelly (il consulente del
ministero della difesa che aveva mosso dubbi sulle vere
motivazioni della guerra in Iraq e che si è suicidato nel
luglio scorso), non deve essere piaciuto ritrovarsi in prima
pagina per una storia assai meno edificante, intrisa di
razzismo e discriminazione. La mediazione è stata quella di
far presentare a Kilroy-Silk la decisione di dimettersi come
una sua scelta. In realtà già subito dopo la pubblicazione
del controverso articolo qualcuno ai vertici della
televisione di stato aveva chiesto la testa del controverso
presentatore. E alla fine è andata proprio così: una piccola
dimostrazione del potere reale del pubblico, che paga un
abbonamento annuo alla tv di stato e pretende di mettere
lingua e di incidere sulle sue scelte.
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