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2 febbraio 2004
Secondo un nuovo rapporto di Amnesty International, dal
novembre 2002 in Cina c’è stato un drammatico aumento del
numero di persone arrestate o condannate per aver espresso
le proprie opinioni online o per aver scaricato
informazioni da Internet: il numero dei prigionieri è salito
a 54, con un incremento del 60 per cento rispetto alla fine
del 2002. Inoltre, un numero imprecisato di persone rimane
in stato di detenzione per aver trasmesso via Internet
informazioni sulla diffusione della Sars. “Per noi si
tratta di prigionieri di coscienza. Rinnoviamo il nostro
appello alle autorità cinesi affinché siano rilasciati
subito e senza condizioni” – ha affermato Francesco
Visioli, coordinatore Cina della Sezione Italiana di Amnesty
International.
Tra le persone in carcere figurano studenti, dissidenti
politici, aderenti alla Falun Gong, operai, scrittori,
avvocati, insegnanti, impiegati della pubblica
amministrazione, ex agenti di polizia, ingegneri e uomini
d’affari. Sono stati arrestati per svariati “reati”, ad
esempio per aver firmato petizioni online, aver
invocato le riforme e la fine della corruzione, aver tentato
di costituire un partito per la democrazia, aver diffuso
“voci sulla Sars”, aver comunicato con gruppi all’estero,
essersi opposti alla persecuzione della Falun Gong e aver
sollecitato la revisione dei casi giudiziari legati alla
repressione del movimento per la democrazia nel 1989. La
maggior parte dei prigionieri sono stati incriminati per
“sovversione” e “minaccia alla sicurezza dello Stato”,
fattispecie penali che comportano condanne dai due ai dodici
anni di carcere.
La Cina risulta essere il paese che, su scala mondiale,
esercita la più vasta censura nei confronti di Internet.
Nell’ultimo anno, la tendenza è stata quella di assegnare
maggiori responsabilità di controllo e sorveglianza agli
Internet café, ai provider e ad altri fornitori di servizi.
Ciò nonostante, l’uso di Internet appare fortemente in
crescita, anche come strumento di solidarietà. Proprio
l’invio di messaggi di sostegno reciproco tra gli utenti ha
provocato un aumento degli arresti.
“Amnesty International considera difensori dei diritti
umani coloro che utilizzano Internet per promuovere riforme
in tema di diritti umani o per denunciare gli arresti” –
ha proseguito Visioli. “Le autorità cinesi dovrebbero
incoraggiare e sostenere le loro attività piuttosto che
metterli dietro le sbarre”.
Il rapporto descrive il caso di Liu Di, studentessa di
psicologia all’Università di Pechino, rilasciata di recente.
È stata più di un anno in carcere, senza poter contattare la
propria famiglia, solo per aver espresso critiche nei
confronti del governo in una chatroom e aver chiesto
la scarcerazione di un altro attivista utente di Internet,
Huang Qi. È stata rimessa in libertà nel novembre 2003 dopo
una grande campagna in suo favore, cui hanno preso parte
oltre 3000 utenti Internet, per la maggior parte dalla
stessa Cina. Questa campagna è però costata l’arresto a
cinque persone, quattro delle quali – Cai Lujun, Luo
Changfu, Du Daobin e Kong Youping – risultano tuttora in
carcere.
“Apprezziamo la liberazione di Liu Di, ma ribadiamo che
non avrebbe mai dovuto esser arrestata. L’arresto, poi, di
altre persone che si sono interessate di lei, non fa altro
che aggravare l’abuso” – ha sottolineato Visioli.
Nel suo rapporto, Amnesty International fa riferimento a
diverse aziende, tra cui Cisco Systems, Microsoft, Nortel
Networks, Websense e Sun Microsystems, che avrebbero fornito
tecnologia utilizzata per censurare e sorvegliare l’uso di
Internet in Cina. Amnesty International ritiene che,
vendendo questa tecnologia, le aziende non valutino in modo
adeguato le implicazioni che i loro investimenti hanno nei
confronti dei diritti umani.
“Chiediamo a tutte le aziende che hanno fornito questa
tecnologia di usare i loro contatti e la loro influenza per
spingere le autorità cinesi a porre fine alle restrizioni
nei confronti della libertà di espressione e di informazione
su Internet e a rilasciare tutte le persone detenute per
reati connessi a Internet, in violazione dei loro diritti
umani fondamentali”.
Ulteriori informazioni
Secondo statistiche ufficiali, il numero degli utenti
Internet in Cina è salito da 59,1 milioni nel dicembre 2002
a 79,5 milioni nel dicembre 2003, con un incremento del 34,5
per cento che rappresenta una forte minaccia ai tentativi
delle autorità di censurare e sorvegliare le attività
online della popolazione.
Il rapporto di Amnesty International contiene una serie di
appelli in favore di otto prigionieri. Tra questi figura
Huang Qi, programmatore di computer e possessore di un
proprio sito Internet. È stato arrestato il 3 giugno del
2000, dopo che alcuni dissidenti residenti all’estero
avevano “postato” sul suo sito una serie di articoli
riguardanti l’anniversario della repressione del movimento
per la democrazia del 1989. Tre anni dopo l’arresto è stato
sottoposto a un processo iniquo e condannato a cinque anni
di carcere. A seguito dei pestaggi subiti soffre di costanti
emicranie. La sua famiglia ha potuto incontrarlo una sola
volta, nell’ottobre 2003.
Il rapporto People’s Republic of China: Controls tighten
as Internet activism grows è disponibile presso il sito
Internet a questo indirizzo:
http://web.amnesty.org/library/index/engasa170012004
Altri rapporti di Amnesty
International su Internet e la libertà di espressione in
Cina dal novembre 2002:
- People's
Republic of China: State Control of the Internet in China
http://web.amnesty.org/library/index/engasa170072002
- People's
Republic of China: State Control of the Internet in China:
Appeal Cases
http://web.amnesty.org/library/index/engasa170462002
Il rapporto sulla libertà di
espressione e l’utilizzo di Internet in Vietnam è
disponibile a questo indirizzo:
http://web.amnesty.org/library/index/engasa410372003
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