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di Ignacio Ramonet
6 febbraio 2004
Fonte: Le Monde Diplomatique
A
Ginevra si è svolto per tre giorni, dal 10 al 12 dicembre
2003, il primo Vertice mondiale sulla società
dell'informazione, organizzato, su richiesta dell'Onu,
dall'Unione internazionale delle telecomunicazioni (Iut). Un
evento di grande rilievo
(1),
che in materia di tecnologia della comunicazione può essere
comparato, per la sua ampiezza, i suoi effetti e la portata
dei problemi che affronta, a ciò che il Vertice di Rio del
1992 ha rappresentato nel campo dell'ambiente.
Da meno di dieci anni Internet è alla portata del grande
pubblico.
In così breve tempo sono stato sovvertiti interi settori
della vita politica, economica, sociale, culturale e
associativa. Tanto che si può ormai parlare, a proposito
dell'informazione e della comunicazione nel mondo, di un
«nuovo ordine internet». Nulla è più come prima.
L'accelerazione e l'affidabilità delle reti hanno cambiato,
per una parte importante degli abitanti del pianeta, il modo
di comunicare, di studiare, di fare acquisti, di informarsi,
di distrarsi, di organizzarsi, di coltivarsi e di lavorare.
Grazie alla posta elettronica e alla consultazione del web,
il computer è al centro di un dispositivo di scambi
(completato dal nuovo telefono tuttofare) che ha
rivoluzionato l'universo professionale in tutti i settori
d'attività.
Ma questa formidabile svolta riguarda soprattutto i paesi
più avanzati, che già avevano beneficiato delle precedenti
rivoluzioni industriali.
E aggrava la cosiddetta «frattura digitale», cioè il fossato
sempre più profondo tra il mondo ricco in tecnologia
dell'informazione e l'altro, ben più vasto, che ne è privo.
Quest'ingiustizia può essere riassunta in due cifre: il 19%
degli abitanti della Terra rappresentano il 91% degli utenti
di Internet. Il divario digitale raddoppia e accentua il
tradizionale fossato Nord-Sud e la disuguaglianza tra ricchi
e poveri (ricordiamo che il 20% della popolazione dei paesi
ricchi dispone dell'85% del reddito mondiale). Se non si
porrà rimedio a questa situazione, l'esplosione delle nuove
tecnologie cibernetiche finirà per lasciare definitivamente
al palo gli abitanti dei paesi meno avanzati, e in
particolare quelli dell'Africa nera (appena l'1% degli
utenti di Internet, con una quota bassissima di donne).
Chiunque aspiri a un mondo meno disuguale non può rimanere
indifferente a questa situazione. Il problema è stato al
centro del Vertice di Ginevra, cui hanno partecipato una
cinquantina di capi di stato e di governo e più di 10.000
delegati di circa 175 paesi. Per la prima volta - segno
delle trasformazioni in corso - accanto ai rappresentanti
degli stati questo Vertice dell'Onu ha convocato dirigenti
di imprese e responsabili di organizzazioni non governative
(Ong), come espressione della «società civile». Anche se le
cose non sembrano aver funzionato bene, dato che questi
ultimi si sono lamentati di essere stati in qualche modo
emarginati, e largamente usati come alibi.
La Dichiarazione finale
(2)
dissimula a malapena l'insuccesso sui principali temi del
dibattito. In primo luogo, il progetto di creare un «Fondo
di solidarietà digitale» non ha potuto decollare perché i
paesi ricchi hanno rifiutato di impegnarvisi
finanziariamente.
Il presidente del Senegal, Aldoulaye Wade, che da tempo
propugna il principio di questo Fondo, ha proposto di
aggirare il rifiuto degli stati lanciando l'idea di un
contributo volontario di un euro su ogni computer acquistato
nel mondo. Altri hanno suggerito di aumentare di un
centesimo di euro il prezzo di ogni comunicazione
telefonica, indipendentemente dalla sua durata, per favorire
la «coesione digitale» del pianeta.
Altro grande motivo di preoccupazione: il controllo
esercitato su Internet da numerosi stati autoritari (tra cui
la Cina) con il pretesto della lotta al terrorismo, e la
crescente ingerenza poliziesca nella vita privata dei
cittadini attraverso la sorveglianza delle attività sul web,
anche in molti paesi democratici (tra cui gli Stati uniti,
dopo l'11 settembre 2001). Anche in questo senso, non è
stato possibile alcun passo avanti; in nome della
«cyber-sicurezza» gli Usa non hanno fatto concessioni.
Terza questione cruciale: il dibattito sulle modalità di
regolazione e di gestione di Internet. Per il momento, a
dettar legge sono gli americani
(3).
La faccenda però è ormai talmente importante, e condiziona
un così gran numero di decisioni in tutte le sfere della
vita politica ed economica che Washington accetta di
discuterne. Ma solo nell'ambito del G8, il consorzio delle
otto potenze che pilotano il mondo...
All'inizio il Vertice postulava una gestione multilaterale,
trasparente e democratica di Internet, con la piena
partecipazione dei governi, del settore privato e della
«società civile». Accarezzando l'idea, sostenuta da numerosi
stati (ma anche dall'inventore del World Wide Web, il fisico
britannico Tim Berners- Lee) di trasferire la relativa
responsabilità a un'istanza speciale delle Nazioni unite. A
questo però Washington ha opposto un netto rifiuto, con il
pretesto che solo una gestione affidata al settore privato
possa garantire che Internet rimanga uno strumento di
libertà....
Tutte queste questioni torneranno sul tappeto nella seconda
fase del Vertice, prevista a Tunisi nel novembre 2005.
Nell'attesa, non sarebbe il caso di lanciare da subito un
formidabile Piano Marshall tecnologico?
note:
(1) Leggere
Armand Mattelart, «Jeter les bases d'une information
éthique», Le Monde diplomatique, dicembre 2003.
(2)
Disponibile sul sito ufficiale del Vertice: www.itu.int/wsis
(3)
Internet è amministrato dalla Internet Corporation for
Assigned Names and Numbers (Icann), che gestisce gli
indirizzi e i nomi degli ambiti dei siti, e dipende
direttamente dal Dipartimento del commercio americano, vale
a dire dal governo degli Stati Uniti.
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