Il primo premio "World press photo" per il 2002 al danese Erik Refner


 

   
 

 

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Prigioniero di guerra con figlio. Foto dell'anno 2003
 

 

15 febbraio 2004
Fonte: Panorama

Al francese Jean-Marc Bouju il primo premio del World Press Photo 2003, per essere riuscito a cogliere un momento di umanità durante la guerra in Iraq. Erano oltre 63 mila gli scatti in gara. Al fotografo andranno 10 mila euro durante la cerimonia di premiazione, che si terrà il 25 aprile ad Amsterdam  
Questa è la fotografia dell'anno: un prigioniero iracheno, incappucciato, che in un breve, unico, ultimo momento di tenerezza, stringe a sé il suo bambino spaventato e scalzo, che i soldati Usa hanno lasciato restasse con loro.
Mentre tutt'intorno è una cortina di filo spinato: il segno più tangibile dell'atrocità della guerra in corso.
Non si sa - forse importa poco - chi siano quel padre e quel figlio: non hanno un nome (per l'esattezza il padre non ha neanche un volto, coperto con un cappucio di plastica). E forse, è bello pensare che, così ritratti e immortalati, siano ogni padre e ogni figlio nel momento, raro, di un'istantanea umanità, che si dispiega lungo percorsi inspiegabili e insperati, quando tutto intorno è distruzione, morte e guerra.
Non si sa, dunque, chi siano i protagonisti di questo scatto che ha vinto il prestigioso premio della World Press Photo per il 2003.
Se ne conosce, invece, l'autore: è il fotografo francese Jean-Marc Bouju, che ha lavorato per conto dell'agenzia Associated Press durante la guerra in Iraq.
L'immagine di Bouju ha ricevuto 63.093 preferenze alla 47ma edizione della competizione da parte di 4176 fotografi di 124 paesi.
Nell'immagine premiata, il filo spinato oscura solo in parte la figura del bambino a piedi nudi seduto nella sabbia assieme al padre che lo conforta passandogli una mano sulla fronte, in un campo di prigionia vicino a Najaf, in Iraq.
All'uomo, vestito di bianco, è stato fatto indossare un cappuccio di plastica nera da parte delle truppe Usa che lo hanno fatto prigioniero, ha detto la giuria.
Le foto della guerra in Iraq hanno dominato, c'era da aspettarselo, le categorie di premi dedicate alle notizie. Liberia, Medio Oriente e il terremoto di Bam hanno fornito crude immagini nel 2003.

CURRICULUM
Il francese Bouju, 42 anni, ha trascorso 9 settimane in Iraq tra marzo e maggio dell'ultimo anno per l'Ap. Era aggregato con la 101esima divisione aviotrasportata dell'esercito americano. Fotografo dell'Ap dal 1993, ha vinto premi Pulitzer per il suo lavoro in Africa nel '95 e nel '99. «Mi sono occorse alcune ore per rendermi conto che è tutto vero. Ho vinto questo premio. E' molto importante», ha detto Bouju dalla sua casa in California.

MISSIONE REPORTER
Molto importante, sostiene Bouju. Molto di più, bisognerebbe dire: fare il fotoreporter, soprattutto in zone calde, in aree a rischio, in regioni di guerra, significa, più e prima di tutto, essere dei testimoni.
Con un duplice dovere: quello, morale, della verità, su tutti. E quello della consapevolezza che per il mezzo della propria macchina fotografica si può (si deve?) influire sugli opinion maker, modificare le scelte politiche, mutare il corso degli eventi.
Per questo le foto degli inviati sono "belle", perché sanno andare oltre l'obiettivo (sia quello puntato dal "fuoco della macchina" che quello da raggiungere presso l'opinione pubblica): valgono sempre, al di là del momento in cui vengono scattate, oltre l'hic et nunc della scena immortalata, richiamano situazioni altre - passate e addirittura ancora di là da venire - grazie al loro "carico" di significato, di forza evocativa. Devono costringere a riflettere.
La foto è il messaggio e ogni suo elemento concorre a formarlo: l'immagine in sé potrebbe paradiossalmente non interessare, se non fosse in grado di comunicare il senso di quello che succede.
Così è accaduto alla foto dell' "iracheno con bambino": potrebbe anche non essere iracheno, potrebbe anche non essere una vittima della seconda guerra del Golfo, potrebbe anche non trovarsi nel campo di prigionia, a Najaf: quell'uomo, quel padre, resterà comunque l'icona, in aeternum, di tutta la disperazione di tutti i padri di tutte le guerre del mondo.

 

   

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