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di
Geraldina Colotti
16 aprile 2004
Fonte: il Manifesto
Racconta un'«Africa che resiste e si rinnova» Jean-Léonard
Touadi, giornalista del Congo Brazzaville. Una società di
«donne autonome, contadini capaci di soluzioni alternative,
universitari capaci di farsi ammazzare pur di affermare la
libertà di espressione. È sui loro percorsi che bisognerebbe
puntare - dice -, non sull'emozione facile del bambino con
le mosche intorno al viso». L'«altra Africa» per dirla con
Latouche, che «ha smesso di guardare il cielo dei cosiddetti
aiuti» e costruisce alternativa. Anche con l'apporto di
giornalisti coraggiosi. «Un mese fa - racconta Touadi - in
Zambia leggevo Le Poste, un giornale indipendente di
Lusaka. Trattava temi scottanti come la corruzione dei
dirigenti, la mancanza di democrazia delle forze di polizia,
criticava la legge finanziaria appena varata. Ho detto ai
miei amici italiani: la democrazia che vorreste esportare,
qui è già andata più avanti». Dei giornalisti coraggiosi,
che dal Mozambico al Burkina Faso, «esprimono criticità a
prezzo della vita», Touadi parlerà nell'ambito di
Italia-Africa. (ore 18 al Centro Dionysia, villa
Piccolomini). Un'iniziativa «meritevole» per la sua valenza
politica quella organizzata dal Comune di Roma, anche se -
dice il giornalista congolese - «ha mancato un'occasione: il
coinvolgimento delle comunità africane in Italia». Alla
«democrazia esportata» in Africa dopo l'89, ai problemi
politici del Congo nel contesto geopolitico dell'Africa dei
Grandi Laghi, Touadi ha dedicato il volume Congo e Grandi
laghi, in uscita a maggio dagli Editori Riuniti. «In
quella parte di Africa - dice ora - si gioca una partita
grossa per la ridefinizione degli assetti geopolitici. Come
chiamare etniche guerre che rispondono a disegni strategici
extraafricani? Come chiamare guerra etnica il saccheggio
delle ricchezze del Congo? Si può solo se diciamo etnie ma
intendiamo multinazionali: le multinazionali dei diamanti,
del petrolio, della sicurezza che hanno corposi interessi
nella regione dei Grandi Laghi. La Francia ha favorito fino
all'ultimo il potere degli hutu in Ruanda, anche se sapeva
che preparavano il genocidio dei tutsi nel `94. E ha
sostenuto Mobutu fino al `97, per paura di perdere una
regione strategica. Sapeva che il polo anglo-americano
mirava a creare un'asse Khartoum-Kampala-Kigali, che avrebbe
dovuto arrivare fino a Kinshasa e che oggi ha interesse a un
Congo pacificato, più funzionale a questo piano che il
piccolo Ruanda».
Per parlare del suo paese, Touadi prende a prestito le
parole di Frantz Fanon: «Se l'Africa fosse una pistola, il
grilletto sarebbe in Congo». Il Congo che «con la sua
travagliatissima indipendenza, la secessione del Katanga e
l'uccisione di Lumumba, negli anni `60 ha segnato la storia
dell'Africa, oggi ne ridisegna di equilibri neocoloniali, e
ne diviene il simbolo». Ma «nessun pezzo del Congo, nessun
pezzo dell'Africa - dice Touadi - potrà risolvere i
conflitti da solo. Solo una conferenza internazionale sui
Grandi Laghi che affronti globalmente la questione della
regione potrà garantire la pace separata dei singoli stati».
Tutto è dunque solo nelle mani delle grandi potenze?
«L'abbandono dell'Africa alla sua solitudine geopolitica
richiede uno scatto d'inventiva di tutte le comunità
africane - risponde il giornalista. Pur con tutti i limiti
dell'essere potenze solo a metà, le potenze regionali
africane si sono messe alla prova ad Arusha. Ma i loro
interessi spesso collidono con quelli della pace. Penso alla
rivalità che sta crescendo tra il Sudafrica - che ha messo
tutta la sua politica estera al servizio degli interessi
economici delle multinazionali - e l'Angola - un gigante
militare che è un nano economico e politico». Ma la speranza
vera, risiede nella «socialità comunitaria», nelle madri che
nel `99 «marciavano a seni nudi contro i signori della
guerra», stufe di far nascere figli destinati al massacro.
Di fronte al disastro, «bisognerebbe però che gli stati
figli degli ideali di indipendenza, tornassero a un
nazionalismo non bellicoso, capace di gestire le nostre
risorse per i nostri bisogni». In Congo la priorità «è
risolvere i bisogni elementari, prima ancora del bisogno di
democrazia». 25 anni fa, Touadi era partito per studiare.
«Appartengo - dice - a quella generazione che i paesi
africani mandavano in Europa perché pensavano che
svilupparsi significasse rubare il segreto della potenza
europea. Invece la chiave sta laggiù, a casa nostra».
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