torna alla home page

 


Michal Kubal è uno dei tre giornalisti cechi rapiti e rilasciati in Iraq. Questo è il diario della sua prigionia
 


 

21 aprile 2004
Fonte:
 la Repubblica.

Domenica 11 aprile
Le persone della Cnn in genere non parlano troppo con gli altri giornalisti. Ma Jim Clancy, una delle loro star, oggi nell´ascensore è particolarmente loquace: «Ve ne andate già? Si vede che non volete diventare famosi: non vi hanno ancora rapito!» Mi associo al tono scherzoso: «Ci stiamo lavorando, infatti andiamo ad Amman via terra!».
La macchina è pronta, l´autista ci si presenta dicendo di chiamarsi Fadel. Strada facendo incrocia una colonna di enormi jeep e all´improvviso svolta. Non passano neppure dieci minuti che compare il primo uomo armato col volto coperto. Siamo costretti ad accostare. Ci imbarcano su un´altra vettura. Bendati arriviamo in una baracca con il pavimento di terra e dei materassi lungo le pareti. Poi arriva un quarantenne con la barba e comincia l´interrogatorio. «Se siete americani, vi ammazziamo subito», ci minaccia. Usiamo lo scongiuro sulla stampa cecoslovacca: «Cekoslovakia, maku djeish in Irak», nessun esercito in Iraq. Sembra funzionare.
Ci portano in un altro posto. Di fronte a me, in un´officina abbandonata, sta seduto un uomo con la faccia coperta e con la videocamera e accanto a lui due uomini armati di kalashnikov. Vogliono che condanni gli americani, dicendo che uccidono bambini e donne, e che mandi un messaggio alla mia famiglia per farle sapere che mi manca tanto.
Lunedì 12 aprile
Non c´è la minaccia di un´esecuzione immediata ma non possiamo escludere la possibilità che vogliano mandare un avvertimento esemplare agli altri. Dentro di me, per sicurezza, mi preparavo a morire.
Le ore della mattina e del pomeriggio scorrono lente. Su una parete abbiamo inciso i nostri nomi e la data 11.04.04. Originariamente doveva essere il tabellone del punteggio - Vitek aveva costruito una scacchiera provvisoria e volevamo giocare a dama.
Petr cammina per la stanza, ogni tanto fa le flessioni e in tutto ciò raccontiamo delle storie, su ogni cosa possibile e immaginabile, storie serie e barzellette: semplicemente, dobbiamo ammazzare il tempo in qualche modo.
Martedì 13 aprile
Ogni tanto viene a trovarci uno che si fa chiamare "Ricardo Sanchez, comandante delle unità terrestri americane in Iraq". Disegnamo una meridiana. Per giunta abbiamo scoperto un altro magnifico divertimento: ci raccontiamo dei film. Vitek ha cominciato a raccontare il Dottor Zivago e così passiamo delle ore preziose.
Sappiamo anche, grosso modo, dove ci troviamo. A est di notte si vede un grande bagliore che con tutta probabilità è Bagdad, stimiamo che sia a circa 15 chilometri.
La mattina ci ha anche sorvolato un Black Hawk americano. Abbiamo cercato di fargli dei segnali con un sacco, ma la finestra era ancora in ombra e l´equipaggio dell´elicottero non aveva nessuna possibilità di notarci.
Prendiamo in considerazione perfino la possibilità di una fuga. Sopraffare un uomo armato probabilmente non sarebbe un problema, col tempo la sua vigilanza si allenta, ma la questione vera è cosa fare dopo.
Mercoledì 14 aprile
Ricardo promette per tutto il giorno che domani sicuramente ci libereranno e ci manderanno a Bagdad, se Dio vuole. Abbiamo cominciato a chiamare questa cosa TBI e davvero non passa giorno che non venga almeno uno del posto, non ci guardi ridendo e non dica l´odiata frase «Tomorrow Baghdad, Inshallah!» Ma abbiamo imparato a non crederci: non c´è niente di peggio di una speranza che non si realizza.
Giovedì 15 aprile
La mattina viene da noi un giovanotto con tre uomini. Lui si chiama Ajad, chiede se abbiamo ripreso qualche centrale elettrica, chi abitava accanto a noi all´hotel Palestina, se sappiamo dove sono alloggiati nell´albergo gli israeliani e gli americani. Alla fine tira fuori una fotografia e guarda a lungo Petr. Poi ce la mostra. C´è una coppia allo stadio durante una partita di football americano e davvero l´uomo è identico a Petr. Per fortuna, però, ha gli occhi marroni. Ajad ci dice anche che l´uomo è della Cia, che si chiama Robert e un giorno lui lo ucciderà.
Venerdì 16 aprile
Oggi il primo a venire è stato il cameraman. Non mi ha fatto una buona impressione quando ci ha definito crociati, il termine preferito da Al Qaeda. Ci ha chiesto se ci piaceva qua, dove avevamo questo bel panorama e un’aria così fresca. Mi sono preparato al peggio.
Ma neanche due ore dopo è tornato Ajad per comunicarci che ci stava aspettando la macchina. I nostri rapitori ci hanno salutato e se ne sono andati. Dopo sei giorni eravamo ai confini di Bagdad, senza niente, ma liberi.

   

torna alla home page

   

per ulteriori informazioni e per scriverci: direttore.isf@libero.it