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di
Eric Klinenberg
(Docente alla
New York University)
24
maggio 2004
Fonte: Le Monde Diplomatique
Alcune società di media rappresentano una
minaccia per la pace mondiale?
Dopo l'11 settembre 2001, la deformazione dei fatti a opera
dei giornalisti americani ha contribuito non poco
all'appoggio popolare alla guerra.
Secondo un'inchiesta condotta dall'Università del Maryland
nell'ottobre scorso, il 60% degli americani - e l'80% di
quelli che seguono Fox News - credevano ad almeno una di
queste tre controverità: 1) sono state scoperte armi di
distruzione di massa in Iraq; 2) esistono le prove di
un'alleanza tra l'Iraq e al Qaeda; 3) l'opinione pubblica
mondiale appoggia l'intervento militare americano in Iraq.
Più i telespettatori interrogati seguivano i notiziari di
Fox News, più erano suscettibili a credere a tali asserzioni
(1).
Secondo Jeff Cohen, che dirige un osservatorio dei media
americani, Fairness and Accuracy in Reporting (Fair),
l'inchiesta dimostra che «se una menzogna è sufficientemente
grande e ripetuta abbastanza spesso, finisce per assumere
l'aspetto della verità». Queste manipolazioni hanno come
conseguenza soprattutto quella di legittimare la politica di
George W. Bush fra gli americani che, altrimenti, potrebbero
votare contro di lui.
Il giornalista di sinistra John Nichols arriva a valutare
che «se i nostri media fossero fedeli alla verità, George
Bush non sarebbe presidente, e noi non saremmo in guerra
contro l'Iraq». Fino a poco tempo fa un discorso di questo
tenore sarebbe suonato come vuota retorica. Ma il 2003 è
stato un anno spartiacque per quanto riguarda l'attivismo
dei media, e oggigiorno John Nichols, un leader del gruppo
per la riforma dei media Free Press, parla come esponente di
un movimento sociale in piena espansione che contesta la
struttura e la composizione del giornalismo a stelle e
strisce. Bernie Sanders, deputato del Vermont alla Camera
dei Rappresentanti, sottolinea che «per la prima volta nella
storia americana, il problema del controllo dei media ad
opera di imprese private è entrato nel dibattito politico».
Maurice Hinchey, anch'egli membro del Congresso aggiunge che
la riforma dei media «rappresenta il problema più importante
che deve affrontare attualmente il popolo americano. Noi
dobbiamo riappropriarci del dibattito; sono in gioco le
fondamenta stesse della democrazia».
Eppure, come smuovere le cose in un paese in cui dieci
giganti dominano il mercato dei notiziari
(2)?
Che cosa può sperare di fare un movimento deciso a
trasformare i media?
Nel 2003, due eventi hanno contribuito alla presa di
coscienza e alla mobilitazione di milioni di americani:
l'assenza di spirito critico da parte dei giornalisti sulla
guerra in Iraq e la decisione della Fcc (Federal
Communications Commission) che ha accelerato i tempi per la
deregulation dei media. Nel novembre 2003, una conferenza
sui media organizzata dalla Free Press a Madison ha
richiamato una folla di oltre 2.000 persone per tre giorni,
un fatto senza precedenti.
Erano presenti leader quali Jesse Jackson (candidato
democratico alle presidenziali nel 1984 e nel 1988), Bernie
Sanders, John Sweeney (leader dell'Afl-Cio), e l'esperto di
storia popolare Studs Terkel.
Come è avvenuto per gli ecologisti scesi in campo per la
difesa dell'ambiente trent'anni orsono, questi militanti si
accingono a politicizzare la questione dei media. Già adesso
la loro campagna fa vedere alcuni effetti concreti, anche se
non si può certo fare affidamento sulla televisione o sulla
grande stampa per esserne al corrente.
La Fcc disciplina il settore della comunicazione. In linea
generale, le sue decisioni, redatte in termini rigorosamente
tecnici, non attirano l'attenzione del comune cittadino. Ma
di recente, per impulso di Michael Powell (figlio del
segretario di stato Colin Powell), la Fcc ha preso una
deliberazione che consente ai giganti mediatici di
incrementare ulteriormente la loro quota di mercato. Quando
non andavano in viaggio a Las Vegas, a Hong Kong o a Rio,
completamente spesati dalle lobbies della comunicazione
(2.500 viaggi di questo genere in appena otto anni...) gli
esponenti della Fcc si incontravano con i dirigenti
dell'industria che dovevano controllare. Per Charles Lewis,
dirigente del Center for Public Integrity (Cpi), è lampante
che «la Fcc è venuta a patti con il settore privato».
Reportage simili a spot Proprio quando la Fcc si preparava a
ufficializzare la sua decisione, due milioni di americani -
una cifra senza precedenti - hanno scritto alla commissione:
il 99% di queste lettere esprimevano una opposizione alla
deregulation prevista. Tenendo conto di questo desiderio
popolare, due dei cinque direttori della Fcc, vale a dire
Michael Copps e Jonathan Adelstein, votarono contro tali
proposte. Gli altri tre, Michael Powell, Kevin Martin (ex
responsabile della campagna elettorale di George W. Bush) e
Kathleen Abernathy (ex dirigente dell'industria delle
telecomunicazioni) preferirono ignorare comunque le
preoccupazioni generali. Il 2 giugno 2003 la Fcc divulgava
la sua decisione, che autorizzava i giornali a possedere
reti televisive nella stessa città, e consentiva alle reti
radiotelevisive acquistare altre emittenti televisive locali
e nazionali. Per Adelstein, si è trattato dell'«attacco più
ampio e distruttivo alla tutela dei consumatori in tutta la
storia della radiotelevisione americana».
Non sono soltanto i progressisti a preoccuparsi. Per quanto
favorevoli al principio della deregulation, alcuni
parlamentari repubblicani si sono resi conto dell'entità
della reazione popolare e hanno modificato la loro posizione
iniziale. Nel 1997, Trent Lott, senatore conservatore dello
stato del Mississippi, aveva appoggiato l'ingresso di Powell
nella Fcc. Il 6 giugno scorso, invece, ha dichiarato che
«allorché la concentrazione diviene eccessiva, le imprese
non sono più sottoposte alle leggi della concorrenza. Non vi
è più nulla che le inciti a sviluppare prodotti nuovi e
originali, ad abbassare le tariffe o a far esprimere punti
di vista differenti. Già oggi, su alcuni mercati, gli
inserzionisti e i consumatori non hanno altra scelta se non
rivolgersi a un gigante mediatico particolare... Questa
scelta già fortemente limitata, o addirittura inesistente,
verrà aggravata ulteriormente dalle recenti decisioni della
Fcc... I grandi giganti nazionali della carta stampata, in
particolare, si trovano già in una situazione di monopolio
in alcune regioni. Favorire la concentrazione dei media può
rientrare negli interessi degli enormi conglomerati
insediati a Washington e a New York, ma non risponde certo
agli interessi dei fruitori dei media come voi e come me».
Nel settembre 2003, la Camera dei rappresentanti e il
Senato, per quanto a maggioranza repubblicani, hanno
invalidato la decisione della Fcc. A quel punto è scesa in
campo la Casa bianca per far accettare al Congresso un
«compromesso», che legalizzava di fatto le acquisizioni
operate dalla News Corporation di Rupert Murdoch
(proprietario di Fox News) e da Viacom (che già possiede Cbs
e Upn). Il «compromesso» votato dal Congresso consentirà gli
incroci di proprietà e a una stessa azienda di possedere le
più grandi reti televisive e i più grandi giornali di un
dato mercato
(3). La
volontà dei cittadini americani - e dello stesso Congresso -
è stata aggirata grazie ad accordi sottobanco.
Ma la lotta contro la Fcc è appena agli inizi, e il
Congresso riesaminerà questo problema della regulation dei
media. Le misure previste da Powell, infatti, hanno avuto la
conseguenza imprevista di porre i media al centro del
dibattito politico e di costringere i candidati alle
prossime elezioni del novembre 2004 (alla Presidenza e al
Congresso) a prendere posizione. Jeff Cohen, che segue i
media da quindici anni, ritiene che «per la prima volta la
Fcc si trova ad affrontare un'opposizione tanto unita,
efficace e compatta».
Come ha ben compreso il senatore Lott, gli americani seguono
con grande interesse la televisione, la radio ed anche la
stampa, e si preoccupano della scarsa qualità e
diversificazione offerta dalle attuali reti commerciali.
Bernie Sanders fa notare, per esempio, che gli incontri
politici in cui si tratta questo tema attirano le folle più
numerose. E non senza ragione. Dal momento in cui accendono
la televisione o la radio, gli americani subiscono le
conseguenze della concentrazione.
La legge sulle telecomunicazioni del 1996 ha provocato una
tale deregulation del mercato della radiofonia, che il
numero dei proprietari di reti è calato del 34% in appena
sette anni. Oggi come oggi, la sola Clear Channel possiede
oltre 1.200 stazioni. In alcune città, una sola impresa è
proprietaria di tutte le stazioni locali, e gli abitanti
faticano molto a trovare qualcosa di interessante da
ascoltare. Le televisioni non sono immuni da questo rischio.
Secondo Adelstein, «circa il 14% dei programmi trasmessi
sono di informercial [messaggi pubblicitari truccati da
notiziari d'informazione]. Forse riusciremo a rafforzare i
nostri addominali, ma la nostra democrazia diventa sempre
più flaccida. Questa potenza crescente della pubblicità non
fa presagire nulla di buono».
Tale prospettiva ha trovato la sua più valida
esemplificazione nei reportage di guerra dall'Iraq. Prima
dell'invasione del paese, i media non hanno prestato la
minima attenzione alla maggioranza degli americani, che
preferivano aspettare la fine delle ispezioni e non
desideravano scatenare le ostilità senza disporre del
sostegno dell'opinione pubblica internazionale e delle
Nazioni unite. Ancora oggi, gli stessi media rifiutano di
riconoscere l'entità della devastazione provocata
dall'invasione; sono molto rari i servizi che riguardano le
vittime civili in Iraq e in Afghanistan. Come riconosce
Colin Powell: «Non contiamo i nemici morti».
Fatto ancora più grave, i grandi organi della stampa
cooperano con il Pentagono per edulcorare la guerra, e
trasmettono la minima quantità possibile di immagini di
soldati americani uccisi e di «contenitori» con cui vengono
rimpatriati i loro corpi negli Stati uniti. Lo stesso
discorso vale per i feriti gravi, di cui si sente parlare
assai poco.
Amy Goodman, che presenta la trasmissione radio Democracy
Now in onda sulla rete Pacifica, afferma che «se gli
americani vedessero per una settimana quello che vede il
resto del mondo - e non parlo soltanto di Al Jazeera, ma
anche della differenza fra la Cnn e la Cnn International
(4)
- rifiuterebbero di sostenere la guerra. Ma la maggior parte
dei nostri reportage somiglia a spot pubblicitari per mezzi
militari. I media suonano i tamburi di guerra. E le loro
menzogne distruggono vite umane». Per John Stauber,
co-autore di Weapons of Mass Deception e redattore sul sito
PRwatch. com, «senza la complicità dei media, la popolazione
(americana) non avrebbe accettato la guerra».
Spezzare i monopoli Dall'inizio delle operazioni militari,
una quantità di telespettatori alla ricerca d'informazioni
più equilibrate, si sposta sui programmi della Bbc. Alla
conferenza di Madison, la deputata Tami Baldwin si è
lamentata del fatto che «in quanto esponente del Congresso
americano, doveva consultare la stampa estera per ottenere
un'informazione precisa e documentata - e non soltanto a
proposito dell'Iraq». Secondo Jesse Jackson, il modo in cui
la popolazione di ogni paese reagisce alla guerra dipende in
larga misura dalla stampa nazionale: «Abbiamo sottovalutato
l'importanza dell'impatto dei media. Perché le
manifestazioni contro la guerra hanno radunato una tale
folla in Europa? Perché gli europei sono meglio informati di
noi. Qui da noi, Fox News e Clear Channel organizzano
addirittura comizi a favore della guerra. I nostri
giornalisti se la facevano con i militari (...), non abbiamo
più accesso alla verità, e per questo siamo venuti qui».
I movimenti decisi a trasformare l'informazione per il
momento puntano i loro riflettori sull'Iraq e sulla Fcc, ma
il loro obiettivo non si limita ad annullare le leggi votate
nel 2003. «Non basta annullare le decisioni della Fcc, ci
avverte John Nichols, questo ci riporterebbe al 2 giugno,
quando ci trovavamo in una guerra illegittima, con una
copertura molto di parte». Per Robert Mc Chesney, professore
universitario e direttore di Free Press, è urgente e
necessario rimettere in discussione il «monopolio
mediatico», riorganizzare tutto il settore per arrivare alla
costituzione di una sfera pubblica più democratica. Spezzare
i monopoli costituisce quindi una tappa indispensabile. Dopo
di che, sarà necessario ottenere contributi governativi di
maggiore entità per la televisione pubblica e per i media
non profit.
L'ampiezza delle proteste mosse lo scorso anno contro la Fcc
induce all'ottimismo. Free Press, le organizzazioni
nazionali come Fair, Media Access, Media Channel e centinaia
di gruppi locali che si vanno formando, attualmente sanno
che non otterranno nulla gratis. Ma i leader del movimento
sono stati galvanizzati dagli eventi dello scorso anno, e
sono pronti ad una lunga campagna. Le luci della ribalta non
potranno ignorarli ancora per molto.
note:
(1) Cfr.
Harold Meyerson, «Fact Free News», The Washington Post
National Weekly Edition, 20 ottobre 2003. All'epoca, il 48%
degli americani credevano che gli Stati uniti avessero
accertato l'esistenza di uno stretto rapporto tra l'Iraq e
al Qaeda; il 22% riteneva che gli Stati uniti avessero
scoperto armi di distruzione di massa in Iraq, il 25%
riteneva che la maggior parte dei paesi del mondo avesse
sostenuto l'operazione militare lanciata dal presidente
Bush.
(2) Si
legga «Dieci padroni per i media americani», Le Monde
diplomatique/il manifesto, aprile 2003.
(3) Ex Ceo
della General Electric, Jack Welch ha ritenuto che tale
concentrazione non ponesse alcun problema e ha addotto come
prova in proposito il fatto che la Nbc (che è di proprietà
della stessa General Electric) «a volte gli dava
l'impressione di essere fra le mani dei comunisti, ma io non
potevo farci niente»... (Business Week, 8 marzo 2004).
(4) La Cnn
International trasmette programmi d'informazione meno
concentrati sui fatti di cronaca americani e sui
pettegolezzi delle celebrità, e anche meno campanilisti
rispetto alla Cnn.
(Traduzione di R.I.)
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