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di
Donatella Della Ratta
5 luglio 2004
Fonte: il Manifesto
Il clima è dei più audaci, per essere il Cairo. Un
confronto aperto fra giornalisti ed esponenti dei
media per analizzare lo stato dell'arte
dell'informazione nel mondo arabo. Però è Bbc che
organizza, nelle vesti del Bbc world service trust, il
braccio di training e formazione della tv pubblica
britannica. L'obiettivo di questa tre giorni al Nile
Hilton del Cairo è quello di sollevare un dibattito
nell'intellighenzia dei media egiziani, da cui
ricavare impressioni concrete sul tipo di training da
offrire ai giornalisti arabi che vanno a formarsi in
casa Bbc. L'atmosfera è da subito infuocata: i
professionisti arabi presenti in sala - provenienti
dai giornali Al Ahram, Al Hayat, Rose Al Yusuf, Abhbar
Al Youm o dalle tv, come il broadcaster pubblico
egiziano Ertu e i primi canali privati del paese Dream
tv e Al Mehwar - denunciano il fatto di non produrre
notizie ma informazione «protocollare». Ci va giù
pesante persino Hossam Badrwai, responsabile della
commissione educazione presso il parlamento egiziano:
«Non ascolto mai le notizie della tv egiziana, perché
sento che non dice tutta la verità - commenta - In
Egitto abbiamo pochissime informazioni su noi stessi e
in più da fonti di cui non accertiamo la validità». E
non va meglio quando parla Anwar Al-Hawany di Egypt
Today Newspaper: «In Egitto manca una società moderna,
dunque non c'è una stampa moderna e indipendente. Le
nostre informazioni arrivano dalle agenzie o dal
telefono, nessuno di noi si sposta per una notizia,
non esiste nemmeno il concetto di reportage». Azza
Moheedeen, corrispondente di Bbc dal Cairo, aggiunge
che dal quartiere generale di Londra non riescono a
capire quanto sia difficile ottenere le fonti e le
notizie in Egitto, cosa che spesso comporta ore di
attesa, situazioni paradossali, telefonate incrociate,
passaparola fra giornalisti spaesati e mai certi di
quello che dicono. Sopra tutto ciò, sta la crisi
politica (ed economica) in cui versa oggi l'Egitto. La
denuncia, evidenziata dalla lettura dei risultati di
un questionario sottoposto ai presenti, della
«mancanza di un clima politico salutare» dentro il
quale sviluppare la libertà di espressione e di
stampa. C'è un governo che controlla rigidamente e fa
filtro sull'informazione, attraverso il ministro
deputato (sostituito in questi giorni con un rimpasto
di governo), concedendo margini di libertà vigilata:
come l'apertura delle prime tv private (satellitari,
mentre sull'etere resta il monopolio), salvo poi
imbrigliarne la programmazione dentro generi più
innocui (videoclip e intrattenimento), «obbligarli» a
fare news in partnership con la tv di stato e
soffocarle finanziariamente.
La discussione sulle tv private egiziane è una delle
più appassionanti. Lamees Al Hadidi, corrispondente
finanziaria per la joint venture Cnbc Al Arabiya, è
agguerritissima nel denunciare la mancanza di
obiettivi, di linea editoriale e di conoscenza del
proprio target di Dream tv e Al Mehwar, tv di
proprietà dell'imprenditore egiziano Ahmed Bhagat la
prima e di un consorzio guidato da Hasan Ratib la
seconda. La giornalista denuncia l'apertura di tv
private che però non agiscono dentro un mercato, non
competono fra loro, non sono quotate in borsa, non
guadagnano soldi e stanno lì per fare bella posa dei
loro proprietari, che in questo caso sono padroni a
loro volta asserviti al governo. I due imprenditori si
difendono, accusano la mancanza di cultura
imprenditoriale sui media in Egitto e riconoscono di
aver iniziato l'avventura televisiva in modo
avventato, pionieristico, ma comunque con un obiettivo
editoriale: dare voce ad una società civile che
cambia. E ci ha provato Ahmed Bhagat, con la sua Dream
tv e i programmi controversi dell'ex braccio destro
del defunto presidente Nasser, Mohamed Heikal, il
primo a parlare in tv degli scenari del dopo Mubarak.
Ma oggi la vita del canale è difficile, «lo stanno
uccidendo pian piano», dice amareggiato Baghat. Chi lo
sta uccidendo? «Un fantasma», scherza ed è chiaro che
vuol dire il governo. Mentre Ratib di Al Mehwar
insiste che in Egitto ci sono certi margini di libertà
di espressione, non meno che in altri paesi arabi:
«Sfido la liberale Al Jazeera a fare un programma
sull'emiro del Qatar», commenta.
Il vero problema dell'Egitto a questo punto non è
nemmeno più l'Egitto stesso, ma l'Arabia Saudita, che
controlla il mercato pubblicitario regionale, droga i
prezzi dei programmi tv e indirettamente controlla il
contenuto e la linea editoriale dei canali. Guai ad
offendere le monarchie del Golfo, paesi dove lavorano
migliaia di egiziani sui quali si scatenerebbero le
ritorsioni. «La solidarietà interaraba è il nostro
problema - dice qualcuno dalla sala - oggi l'unico
paese di cui possiamo dire male sono gli Usa». A
chiusura della tre giorni salta fuori l'annosa spina
nel fianco degli arabi: l'occidente. La sala è unanime
nel ritenere che l'immagine occidentale nei media
arabi è una sola: 95% Usa. Quindi, oggi, molto
negativa. Qualcuno prova a dire che presentare solo
alcune facce di una notizia ed esagerare in un senso
per creare un «nemico», non è un problema né
dell'Islam né dell'occidente, ma dei media in generale
e della loro stessa struttura. Un pensiero saggio e
ponderato, che però difficilmente trova spazio negli
animi agitati della sala. Poi, alla fine, il
questionario tira fuori la ragione principale di
questo «fuoco»: gli arabi non ce l'hanno tanto con gli
Usa per l'invasione all'Iraq quanto perché continuano
ad ignorare il problema palestinese.
Sincero, e istruttivo, questo seminario. Per una
volta, «loro» guardano «noi» e ci dicono alla fine la
«loro» verità. Peccato che la sensazione sia che,
chiuse le porte sontuose delle sale arabescate del
Nile Hilton, ognuno si ritrovi davanti il suo lavoro
quotidiano, il suo pezzo da scrivere o da filmare, e
tutti gli animi accesi si calmino per il quieto
vivere.
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