di Hassane Zerrouky
(giornalista di le Matin e l'Humanité)
10 luglio 2004
Fonte: il Manifesto
Lunedì 14 giugno, Mohamed Benchicou, direttore di Le Matin, viene
condannato a due anni di prigione al termine di un processo piuttosto
sommario. Arrestato durante l'udienza, il giudice non gli ha nemmeno
lasciato il tempo di fare appello come previsto dalla tradizione
giudiziaria algerina. Le autorità hanno cercato di far credere che è
stato condannato, non per i suoi scritti, ma per «violazione della
legislazione sui cambi e i movimenti di capitale». In effetti, il 23
agosto 2003, in arrivo da Parigi, Benchicou era stato trovato dalla
polizia dell'aeroporto di Algeri con 13 buoni di risparmio bancari: è
accusato di «trasferimento illegale di capitali», messo sotto
controllo giudiziario con il divieto di lasciare l'Algeria. Questi
buoni di risparmio sono titoli di credito al portatore, non
negoziabili, emessi in dinari algerini e depositati in una banca
algerina, possono essere riscossi solo in una banca algerina. Inoltre,
la legge algerina non impedisce ai proprietari di portarseli in
viaggio. «Questa storia di buoni di risparmio - scrive Omar
Belhouchet, direttore de el Watan - non è altro che una facciata per
colpire un giornalista molto critico nei confronti del presidente».
Come el Watan, anche Liberté, el Khabar (arabo), le Soir d'Algérie, el
Fedjr (arabo), giornali che rappresentano l'80% della tiratura
nazionale, hanno denunciato il colpo di mano contro la libertà di
stampa e la volontà del potere di cancellare le conquiste dell'ottobre
1988. Non soddisfatti della condanna di Benchicou, la sede legale di
le Matin è stata messa sotto sequestro dal 21 giugno per «evasione di
imposte» e venduta all'asta il 26 giugno per una modica cifra. Fatti
che provano la decisione del potere algerino di farla finita con un
giornale che lo pungola. I veri motivi di questo accanimento sono
evidenti. Le autorità algerine non hanno perdonato al direttore del
giornale i suoi scritti molto critici contro la politica di Bouteflika
e soprattutto il suo libro Bouteflika, un'impostura algerina,
pubblicato nel febbraio 2004, un mese prima delle presidenziali,
venduto in 70.000 copie. Più in generale, rimproverano a le Matin
d'aver rivelato affari che implicano l'entourage del capo di stato e
di averne denunciato la politica neoliberale e di compromesso con
l'islamismo radicale. Il quotidiano è sotto accusa anche per il
sostegno alla contestazione in Kabilya, per le inchieste sulla
repressione contro i giovani kabili, per aver dato la parola alle
donne in lotta per i loro diritti, ai sindacati autonomi, aprendo le
proprie colonne al grido di rivolta che viene dal basso.
Il 24 maggio, due settimane prima della condanna di Benchicou,
Hafnaoui Ghoul, giornalista di Djelfa, corrispondente di al Jazair
news e militante della Laddh (Lega dei diritti dell'uomo) è stato
condannato a due mesi di prigione senza condizionale. Motivo della
condanna: il giornalista ha denunciato la corruzione che dilaga in
questa regione dell'Algeria. 38 querele per diffamazione sono state
depositate contro di lui. Finora è stato giudicato solo per 2, ne
restano ancora 36. Infine il 28 giugno, Ahmed Benaoum, direttore del
giornale arabofono er-Raï, anche lui arrestato in un'aula del
tribunale, a Orano, è stato condannato a due mesi di prigione senza
condizionale. Gli si contesta d'aver scritto articoli diffamatori
contro il direttore della polizia di Orano. In realtà, il potere non
gli ha perdonato un voltafaccia politico: Ahmed Benaoum, che aveva
sostenuto Bouteflika alle precedenti elezioni, nelle ultime, l'aprile
scorso, ha deciso di appoggiare la candidatura del suo rivale Ali
Benflis. Per i democratici algerini e l'opinione pubblica non ci sono
dubbi che le condanne dei giornalisti e le pressioni sulla stampa
indipendente - oltre 250 querele per diffamazione contro giornalisti e
giornali sono in corso di istruzione - confermano le minacce proferite
da Bouteflika e dal suo ministro dell'interno contro alcuni giornali e
giornalisti accusati di essere «terroristi della penna». E la volontà
di chiudere tutti gli spazi rimasti di libertà di espressione e di
pluralismo della stampa, dopo aver taglieggiato l'opposizione
politica. La reazione della società politica e civile non si è fatta
attendere. Diverse centinaia di persone si sono radunate davanti alla
sede del Matin. In Kabylia ci sono stati sit-in e manifestazioni di
protesta. Riunioni pubbliche hanno avuto luogo a Orano e in altre
città. Migliaia di messaggi di solidarietà sono arrivati al Matin.
Tutti i partiti democratici hanno denunciato il colpo di mano.
Nonostante il terribile attacco, Matin continua a uscire con una
tiratura di 130.000 copie. Il giornale, con quattro giornalisti, tra
cui una donna, assassinati dagli islamisti, che ha subito due
attentati con un'autobomba nel 1995, resiste. Il suo collettivo è
determinato a andare avanti. I lettori lo appoggiano. Resta però la
minaccia della chiusura.
In Francia la sinistra - socialisti, comunisti , verdi, Lega comunista
rivoluzionaria - ha denunciato questo attacco. Lunedì scorso in un
raduno di oltre 500 persone, Khedija Boucart (verdi), sindaco aggiunto
di Parigi, ha portato la solidarietà del sindaco, Bertrand Delanoe.
Intellettuali e artisti - algerini e francesi - hanno firmato una
petizione che chiede l'immediata liberazione dei giornalisti. La Fij
(Federazione internazionale dei giornalisti), Rsf (Reporters sans
frontières), l'Snj-Cgt (sindacato dei giornalisti) si sono rivolti al
parlamento europeo.
Condannando dei giornalisti, con false motivazioni, il potere algerino
ha fatto uno sbaglio. L'Algeria ha ormai i suoi «prigionieri
politici». Che inoltre non sono terroristi islamici per i quali
nessuno è disponibili a mobilitarsi. È difficile allora far credere
all'opinione internazionale che i giornalisti siano stati condannati
per delitti comuni e non per quanto hanno scritto. E, senza dubbio, è
proprio questo che ha costretto il ministro della comunicazione
algerino a giocare la carta della moderazione, dichiarando in un
incontro con la stampa algerina di essere «preoccupato e dispiaciuto»
che dei giornalisti siano in prigione. Rivolgendosi al ministro, che
ha invitato al dialogo con la stampa, Ghania Khelifi, redattrice capo
del Matin, si è detta d'accordo con il dialogo purché avvenga «su un
terreno che non sia quello della repressione». In attesa di risposte,
la lotta per la liberazione dei giornalisti continua.
La stampa indipendente era il fiore all'occhiello dell'Algeria. Era,
ma rischia di non esserlo più. Sull'onda del pluralismo politico
introdotto dopo la rivolta del 1988, insieme a decine di partiti
politici e associazioni erano nati numerosi giornali, decine di
testate in francese, altre, meno numerose, in arabo. Testate che
aprivano e altre che chiudevano nel corso degli anni e dei mesi, ma
sempre una grande ricchezza, di notizie e di professionalità,
invidiabile e invidiata dagli altri paesi arabi. Negli anni più bui
del terrorismo islamico la Maison de la presse, dove sono raggruppate
la maggior parte delle testate nel cuore di Algeri, era il riferimento
non sono dei giornalisti - anche stranieri che potevano trovare
informazioni, analisi, chiarimenti, indicazioni su come comportarsi -
ma pure di molti democratici e delle associazioni di donne che si
battevano contro l'islamismo. Non a caso, anche quando nessuno poteva
spostarsi per problemi di sicurezza, la gente telefonava per informare
su cosa succedeva nella propria città, nel proprio villaggio e nello
stesso tempo chiedeva informazioni sul resto del paese. Era un modo
per uscire dall'isolamento. E non a caso sia i giornalisti che la loro
sede sono entrati nel mirino dei gruppi islamici armati.
Molti giornalisti hanno pagato con la vita il diritto di informare,
tra gli altri anche il direttore di le Matin, Said Mekbel, il
quotidiano nato dalle costole dello storico Algérie republicain, che
ora è nel mirino delle autorità algerine.
La denuncia della stampa indipendente - ma qualcuno preferisce
definirla privata - algerina non si è però fermata alle violenze
islamiste, ha denunciato le violazioni del regime, la corruzione, fino
alla repressione della rivolta in Kabylia. Il regime pur repressivo
fino alla nuova «primavera berbera» non aveva però toccato la stampa,
nonostante fosse molto dura e critica, a volte feroce, nei confronti
delle autorità. L'unico tabù che invece è sempre esistito riguardava
il problema della sicurezza e le relative notizie.
Meno di un mese dopo lo scoppio della rivolta berbera (una pura
coincidenza?), il 16 maggio 2001, veniva varata l'annunciata e a lungo
contestata revisione del codice penale che introduceva pesanti pene
per i reati di diffamazione. Il nuovo codice penale costituisce ora la
spada di Damocle che pende sulla testa dei giornalisti algerini. Da
allora numerose sono le querele per diffamazione e le pene, come
riferisce l'articolo pubblicato qui accanto, sono pesanti e persino
senza appello.
L'auspicato processo di democratizzazione in Algeria aveva avuto
finora soprattutto nella stampa indipendente un pungolo acuto anche se
non sempre efficace che però ora si tenta di spuntare. E peraltro, nel
momento in cui, purtroppo, sull'Algeria, almeno in Italia, è calato il
sipario, il rischio è che chi ci ha sempre dato notizie rischi di
morire senza nemmeno fare notizia. (g.s.)
La tv algerina si espande, ma non apre ai privati. In risposta alla
richiesta sempre più pressante dell'opposizione al governo di
Bouteflika e della stampa indipendente di liberalizzare l'emittenza
televisiva, la tv di stato Entv ha annunciato il lancio di nuovi
canali per difendersi dall'«assalto» dei privati. Con nuove reti
dedicate allo sport, ai giovani, all'informazione e ai cittadini
berberi di lingua tamazight - un quinto della popolazione con le cui
richieste (più diritti civili e «culturali») il governo di Algeri deve
da tempo fare i conti - il network pubblico spera dunque di placare la
sete di pluralismo degli algerini e di invertire le rotte dei loro
telecomandi, da sempre molto più orientati sulle reti francesi. «La
televisione pubblica offrirà più contenuti nell'attesa di aprire il
settore ai privati» ha affermato un portavoce del ministro delle
comunicazioni «per il momento non ci sono condizioni adatte per questa
apertura». La Entv, intanto, oltre a fronteggiare l'opposizione che
l'accusa di aver lasciato poco spazio ai suoi candidati durante la
campagna elettorale che ha portato alla rielezione di Bouteflika, deve
vedersela sul campo con due temibili avversari: le reti francesi,
raggiunte grazie al satellite da più della metà della popolazioni, e
quelle arabe come Al Jazeera. Almeno quest'ultima, per un po' di
tempo, non darà più fastidio alla emittente di stato: i programmi di
Al Jazeera in Algeria sono stati «temporaneamente congelati» il 30
giugno scorso per consentire, dice il governo, una «riorganizzazione»
dei corrispondenti stranieri. (ir.a.)