Iraq: «Via
dalla città santa o il reporter è morto»
19 agosto 2004
Fonte: il Manifesto
La vita del giornalista
americano Micah Garen potrebbe essere appesa ad un filo. Ieri notte la
televisione araba «al Jazeera» ha mandato in onda un video di un
fantomatico gruppo autodefinitosi «La Brigata dei Martiri» secondo il
quale il giovane rapito a Nasseriyah il tredici agosto scorso potrebbe
essere ucciso nelle prossime 48 ore se le truppe americane non si
ritireranno dai luoghi santi di Najaf. Nel video, assai poco chiaro,
si vede un uomo - che secondo la Tv araba sarebbe proprio Micah Garen
- inginocchiato davanti a cinque uomini armati. La drammatica svolta
si è avuta a poche da un appello lanciato da Marie Helene Carlton,
compagna di Garen e sua socia nell'agenzia di produzione di
documentari Four Corners Media, a New York, «alla polizia irachena e
alle autorità militari italiane presenti nell'area» di fare il
possibile per salvarlo, «ma evitare tutto ciò che potrebbe mettere in
pericolo le loro vite». Ai rapitori ha ripetuto: è un giornalista
indipendente, non è un «contractor», non ha nessun legame con i
militari americani. «Sta lavorando per conservare l'eredità
archeologica dell'Iraq». Il saccheggio del patrimonio archeologico
iracheno è l'oggetto principale del lavoro di Micah Garen, 36 anni,
documentarista. Sul suo sito web, la Four Corner Media ha messo
parecchi saggi del suo lavoro nel corso dell'ultimo anno: articoli
apparsi su riviste di archeologia e su grandi quotidiani, filmati,
servizi fotografici. Al momento Garen sta lavorando a un documentario
e un articolo per il New York Times proprio sul saccheggio di
antichità, ormai divenuta un traffico organizzato.
Per questo Garen ha trascorso parecchio tempo a Nassiriya, dove è
stato ospite del contingente italiano. Dal campo italiano Micah Garen
usciva ogni giorno per lavorare sui predatori dei siti archeologici.
Andava nel bazar di Nassiriya. Certo il saccheggio di antichità è un
traffico ben organizzato, perché i preziosi oggetti finiscono
all'estero: e di certo lui aveva messo i piedi su bande di trafficanti
ben organizzati «e potenzialmente pericolosi», a quantoha raccontato
ai colleghi del New York Times incontrati giovedì 12 agosto a
pranzo a Baghdad, appena prima di rimettersi in viaggio per Nassiriya.
Quel pranzo (ne riferisce il giornale newyorkese) è una delle ultime
occasioni in cui Micah Garen è stato visto. Il giorno dopo, il 13
(venerdì), ha spedito un messaggio e-mail alla madre. Il 16, lunedì,
la famiglia dell'interprete dà notizia della scomparsa dei due; quello
stesso giorno l'agenzia Ap intervista un negoziante di Nassiriya che
racconta come due uomini armati siano entrati nel suo negozio, venerdì
sera, e abbiano portato via Garen e Doushi.
C'è però un'altra parte della storia. Negli ultimi tempi, a
Nassiriyah, Micah Garen non era più ospite del campo italiano. Il
fatto è che era a Nassiriya durante un certo scontro tra le truppe
italiane e l'«esercito del Mahdi», ovvero le milizie di Moqtada al
Sadr: è quello in cui un'ambulanza è stata colpita, e l'esercito
italiano ha parlato di auto-bomba. Garen però aveva filmato
l'ambulanza bruciata e intervistato alcuni testimoni, tra cui
l'autosta dell'ambulanza, sopravvissuto: risultava che il veicolo
portava quattro persone tra cui una donna incinta e che sono stati i
militari italiani a fare fuoco. «Ho dato il materiale a Rai2,
anch'essa presente sul campo», ha scritto lo stesso Garen qualche
giorno dopo in un e-mail al Comitato per proteggere i giornalisti
(Cpj, organizzazione con sede a New York). Il Tg2 ha mandato in onda
sabato 7 agosto un servizio dell'operatore Agostino Mauriello in cui
si spiega la storia e si mandano in onda le immagini di Garen. «Dopo
la messa in onda siamo stati chiamati dalla polizia militare italiana
per essere interrogati. Sono stato trattenuto fino alle 5 del
mattina», scrive Garen; dice di un secondo interrogatorio, la
richiesta di consegnare il filmato originale, e poi dice: «In qualche
modo ho paura che continuino a perseguitarmi, visto che hanno aperto
un'inchiesta militare» (il messaggio inviato al Cpj, di cui abbiamo il
testo originale, è stato ripreso dall'Unità ieri).
Dunque Garen è stato costretto (o si è sentito costretto: «me ne sono
andato», dice) a lasciare l'ospitalità italiana, anzi temeva
ritorsioni: nelle ultime visite a Nassiriya la relativa protezione del
campo italiano gli è mancata. Se questo abbia a che vedere
direttamente con il rapimento, è difficile dire.