- Algeria,
manette alla stampa libera
Il governo di Bouteflika arresta i giornalisti
«scomodi» e chiude i giornali che ne criticano
le scelte politiche Tra gli altri, Mohamed
Benchicou, il direttore del quotidiano «le
Matin», la cui sede è stata messa sotto
sequestro e venduta all'asta. Mobilitazione in
tutto il paese.
«Le
Matin», fine annunciata di un giornale troppo scomodo
di Giuliana Sgrena
9 agosto 2004
Fonte: il Manifesto
«Sito in lavorazione». Da ieri è bloccata anche l'edizione on line del
quotidiano algerino Le Matin, indipendente e di sinistra. Il
dissanguamento della stampa libera algerina continua. Ma quella di Le
Matin è la storia di una morte - che speriamo non definitiva -
annunciata. Il direttore e il suo giornale sono stati travolti da
quella impostura di cui lo stesso Mohamed Benchicou parla nel suo
libro: «Bouteflika, une imposture algerienne». Sembra una storia di
altri tempi, di quando la stampa indipendente non era ancora il fiore
all'occhiello che l'Algeria vantava nei confronti degli altri paesi
arabi. Sebbene Benchicou non sia l'unico giornalista finito in carcere
negli ultimi tempi in Algeria, ci limitiamo a parlare del suo caso
perché è strettamente legato alle vicende del suo giornale, fin dalla
nascita.
Il direttore di Le Matin è stato condannato a due anni di carcere,
senza condizionale e senza possibilità di appello (contrariamente a
quanto previsto dal sistema giudiziario algerino), il 14 giugno
scorso, dopo un processo sommario, per «trasferimento illegale di
capitali»: si trattava di buoni di risparmio bancari algerini,
trovatigli in tasca il 23 agosto mentre tornava da Parigi (buoni che
possono essere emessi e riscossi solo in Algeria, vedi il manifesto
del 9 agosto). Una settimana dopo l'incarcerazione di Benchicou, la
sede del giornale veniva messa sotto sequestro per «evasione di
imposte» e venduta all'asta il 26 giugno per una modica cifra. Le
Matin, comunque, continuava ad essere nelle edicole. Finché la
tipografia (statale) non ha chiesto il rientro immediato dei debiti
del giornale e ha respinto ogni possibilità di scaglionamento dei
pagamenti, sospendendo dal 26 luglio la stampa del giornale che tira,
o tirava, oltre 100.000 copie.
Da allora, e fino a ieri, i giornalisti hanno resistito pubblicando
esclusivamente l'edizione on line. Ma da ieri la scritta «sito in
lavorazione» è sintomo di gravi presagi.
E' noto che da anni le autorità algerine usano i debiti accumulati da
tutti gli editori nei confronti delle tipografie come mezzo di ricatto
per mettere a tacere i giornali che più nuocciono all'immagine del
governo, ma questa volta l'accanimento nei confronti di Le Matin,
nonostante la mobilitazione nazionale e internazionale, sembra molto
più pesante. E viene attribuita soprattutto alla pungente critica nei
confronti della politica del presidente contenuta negli articoli e
soprattutto nel libro di Benchicou che, quasi clandestinamente, ha
venduto 70.000 copie in Algeria e molte di più in Francia. Ma
evidentemente non si vuole colpire solo il direttore ma anche il suo
giornale.
Le Matin è nato nel settembre del 1991, per iniziativa di un gruppo di
giornalisti provenienti dallo storico giornale comunista, Alger
Républicain (della cui redazione aveva fatto parte anche Albert
Camus), che aveva ripreso le pubblicazioni dopo l'introduzione del
pluripartitismo e che tirava allora 150.000 copie. Il gruppo dei
fondatori di Le Matin aveva lasciato Alger Républicain in seguito a
una crisi del giornale provocata, nella primavera del 1991, dalla
decisione del Pags (Partito dell'Avanguardia socialista, comunista) di
imporre un direttore esterno al collettivo e una linea politica
«dogmatica», non condivisa dalla maggioranza dei giornalisti, che pure
erano militanti del partito, come ci ricorda uno di loro, Hassane
Zerrouky.
Tra i giornalisti che lasciarono il giornale, dopo tre mesi di crisi,
vi era anche Mohamed Benchicou, allora redattore capo di Alger
Républicain. Della redazione di Le Matin, che rivendica la sua
indipendenza dai partiti, fanno parte giornalisti provenienti dalle
fila comuniste, ex trostkysti e giovani senza appartenenza politica.
Tuttavia la linea del giornale è ben definita sia sul piano interno
che internazionale. Tra le sue battaglie: quella per la separazione
del religioso dal politico (laicità) senza compromessi con gli
islamisti, per il riconoscimento dei diritti delle donne e
l'ufficializzazione della lingua berbera (tamazight). Il giornale è
inoltre particolarmente impegnato a sostegno dei movimenti sociali, di
cui fornisce una esauriente informazione. Così come sulla rivolta in
Kabylia. Sul piano internazionale: chiede la creazione di uno stato
palestinese, ma riconosce l'esistenza di Israele.
Posizioni politiche scomode che l'hanno fatto entrare nel mirino sia
del governo che degli islamisti. Quattro giornalisti sono stati
assassinati tra il 1994 e il 1996, tra i quali il direttore di allora,
Said Mekbel. Sono stati invece sventati due tentativi di attentati con
autobombe contro la sede del giornale quando si trovava nel quartiere
orientale di Hussein Dey. Per questo la redazione si era trasferita a
la Maison de la presse, dove si trova la maggior parte dei giornali
indipendenti. Ma i problemi per Le Matin non sono finiti. Per chi
lotta per la democrazia in Algeria la strada è ancora lunga e irta di
ostacoli.
Per questo i giornalisti come Mohamed Benchicou e Hafnaoui Ghoul di
Djazaïr News che si trovano in carcere, meritano la nostra
solidarietà. Il posto dei giornalisti che hanno il torto di raccontare
verità scomode non può essere dietro le sbarre, ma dietro una
scrivania. Solo così l'Algeria potrà tornare a vantare nel mondo arabo
una invidiabile stampa indipendente.