L´albergo
maledetto di Bagdad dove i giornalisti scompaiono
di Attilio Bolzoni
25 agosto 2004
Fonte: la Repubblica
Sono passati tutti da questo albergo, nel cuore di Bagdad dove si
arriva seguendo una strada sporca e polverosa. Il quartiere è quello
di Al Jadriya, palazzi color creta, dappertutto blocchi di cemento per
fermare le autobombe, zaffate di nafta, gas di scarico, fumi di kebab.
Sono passati tutti dall´hotel Al Dulaimi e, uno dopo l´altro, sono
spariti. Rapiti. Quattro giornalisti: i due francesi sequestrati
venerdì, l´inglese scomparso il 12 agosto a Bassora e riapparso due
giorni dopo, l´americano liberato domenica. Sul marciapiedi davanti
all´albergo, tre settimane fa hanno portato via anche un uomo d´affari
di Amman. Gli inviati che stanno a Bagdad già lo chiamano l´"hotel
maledetto". Probabilmente lì dentro o lì vicino c´è una spia dei
guerriglieri, un "basista" che fa le soffiate sui movimenti dei
giornalisti occidentali.
La strada passa tortuosa davanti a sei casermoni, sei alberghi. C´è il
Karma, ci sono il Sumerland e il Musafir, c´è l´Hambra e in fondo c´è
l´Al Dulaimi. Facciata bianca, cinque piani, una vecchia moquette
rossa a terra e lampadari orientaleggianti che scendono da un soffitto
nero. Quaranta appartamenti, otto per piano. Al primo ci stavano
Georges Malbrunot e Christian Chesnot, i reporter de Le Figaro e di
Radio France Internationale. Erano arrivati la mattina del 9 agosto.
Era il loro albergo, ci venivano sempre ogni volta che sbarcavano in
Iraq. Per una decina di giorni erano rimasti a Bagdad, poi sono
svaniti nel nulla. «Volevano andare a Najaf, ma li avevo consigliati
di fermarsi, gli avevo detto che era troppo pericoloso: c´erano gli
uomini dell´Esercito del Mahdi che controllavano ogni metro di
strada», spiega Hamza Al Doulaimi, il proprietario dell´albergo, un
uomo sulla quarantina che appartiene a una delle tribù più importanti
di Ramadi. E´ sunnita. Quasi tutti i suoi dipendenti invece sono
sciiti. «Gente fidatissima, ragazzi e ragazze che non farebbero mai
del male a nessuno», precisa Al Doulaimi mentre fa andare indietro la
memoria. Lui ricorda di avere visto i due colleghi francesi per
l´ultima volta venerdì mattina. Sospetta che li abbiano rapiti proprio
lungo la strada per la città santa. Un´impiegata dell´hotel che lavora
alla reception, ricorda invece di avere incontrato per l´ultima volta
Georges Malbrunot e Christian Chesnot venerdì sera.
Ogni appartamento costa 50 dollari. Antenna satellitare, decoder,
internet. Tutti attrezzati per la stampa. E alcuni hanno anche la
cucina. In uno di questi ha abitato per qualche giorno anche James
Brandon, un collaboratore del Sunday Telegraph che il 12 di agosto è
stato catturato a Bassora. Il giorno dopo era fortunatamente già
libero. E aveva soggiornato qui anche Micah Garen, il giornalista
americano appassionato di archeologia che è stato rapito a Nassiriya
il 13 e rilasciato ieri l´altro. Solo un caso? Solo una fatalità, che
quattro giornalisti siano spariti subito dopo aver lasciato l´albergo
Al Dulaimi di Bagdad? Risponde il proprietario: «Micah nel mio albergo
è stato sempre benissimo, Georges e Christian sono stati i primi
stranieri ad alloggiare qui dopo la caduta di Saddam. Io li considero
ormai come amici». Sarà come dice lui, ma l´ambasciata francese ha già
"consigliato" ai connazionali che ancora soggiornano al Dulaimi «di
cambiare albergo». Il sospetto che in quei paraggi ci sia un
informatore dei sequestratori è forte. Tante, le coincidenze. C´è
sempre qualcuno pronto a comunicare gli spostamenti del giornalista
occidentale, ad avvertire quando sta per lasciare l´hotel, a seguirlo.
In quindici giorni è accaduto troppe volte. Anche il 9 agosto.
Obiettivo diverso, quel giorno. I sequestratori caricarono su un
furgone Jamal Sadek Al Salaymeh, un uomo d´affari giordano. L´hanno
liberato quattro giorni dopo. Lui aveva una stanza al Musafir. Ma,
quando l´hanno preso, era a un passo dall´"hotel maledetto".