Morte di un reporter in diretta televisiva di Vittorio Zucconi
14 settembre 2004
Fonte: agenzia Misna
In una guerra combattuta per immagini d'orrore, nella quale gli esseri
umani sono semplici strumenti di intimidazione e fantocci da bruciare
sul palcoscenico globale, una battaglia importante è stata perduta
ieri a Bagdad dall'America e per conseguenza da tutti noi, quando in
diretta tv un giornalista di un network arabo è stato colpito e ucciso
dalle schegge di un missile Usa. L'abbiamo visto cadere, mentre il suo
sangue sporcava l'obiettivo della telecamera che lo stava riprendendo.
Il reporter di al Arabya abbattuto dalle schegge si aggiunge a una
lista ormai molto lunga di giornalisti arabi, oltre che europei e
americani, morti sotto i colpi dei carri armati e dei velivoli
d'assalto Usa, a cominciare dai corrispondenti della odiata al Jazeera
bersagliati "per sbaglio" nei loro uffici ancora nelle ore del primo
attacco alla capitale irachena. Non è dunque una novità, la sua morte.
La novità è nel fatto che la sequenza della sua uccisione sia stata
registrata in diretta e dunque rappresenti una delle rare e sicure
documentazioni di quegli "effetti collaterali", che nei rapporti dei
militari appaiono come esangui statistiche, seguite a volte da
inchieste di comodo e da insolenti scuse. Se la guerra di Bush può
vantare la propria "intelligenza" è perché della strage collaterale
non ci sono prove visibili e i morti innocenti sono soltanto sacchi
raccolti tra le rovine. Ma non c'è dubbio che se potessimo vedere le
migliaia di civili innocenti uccisi "per errore" durante il
bombardamento di un presunto covo terroristico, il disgusto
dell'opinione pubblica mondiale per il prezzo umano di questa guerra
crescerebbe ancora. Per la fortuna di coloro che appoggiano e incitano
la nostra guerra di civiltà, gli effetti collaterali raramente, o mai,
si vedono mentre accadono. O non esistono o sono cancellati. Ieri, in
Italia grazie ai tg che hanno mandato in onda una sequenza disponibile
a tutte le reti del mondo, invece si è visto.
E, attraverso al Arabya, l'hanno vista milioni di spettatori
nell'universo della mezzaluna, dall'Atlantico al Pacifico del Sud,
dove già la convinzione che l'America sia una superpotenza violenta e
ipocrita, che non pratica quello che predica, è tragicamente e
profondamente radicata.
La prima giustificazione data dai comandi americani, che hanno
spiegato l'attacco dell'elicottero come un'operazione lanciata per
proteggere la folla che si era raccolta attorno al relitto del
blindato Bradley, non ha fatto altro che rafforzare, nel cuore e nelle
menti di coloro che dovremmo conquistare, questa persuasione. Assai
più probabile è che l'equipaggio di quell'elicottero di pattuglia in
cielo abbia reagito alla vista del Bradley in fiamme sul quale
qualcuno aveva issato la bandiera di Al Qaeda, per rabbia, per
vendetta, forse per proteggere l'equipaggio del veicolo nel dubbio che
fosse ancora intrappolato nella carcassa. La sindrome di Mogadiscio e
del Black Hawk abbattuto è fortissima tra i soldati americani. Ma il
motivo di quell'assalto alla cieca dall'aria ha poca importanza.
Importante ed esemplare è che nella giornata di ieri, diciannove mesi
dopo la guerra e quattro mesi dopo l'operettistica fuga del proconsole
Paul Bremer dalla capitale e l'insediamento del presunto governo
sovrano di Allawi in una cerimonia morganatica semiclandestina, il
cuore di Bagdad sia ancora palesemente in balia dei ribelli, o
insorti, o terroristi, o fanatici o comunque di coloro che avrebbero
perduto la guerra e sarebbero in rotta. La morte del reporter arabo
non è stata una tragedia epocale, né un evento che possa consumarci
come l'abominio di Beslan o la prigionia oscura delle due giovani
volontarie italiane, sulle quali c'è chi sta addirittura giocando con
presunti comunicati diffusi nelle fogne di Internet. È stata soltanto
l'ennesima testimonianza del falso continuo al quale siamo sottoposti
da un'amministrazione americana condannata a mentire di fronte
all'enormità della menzogna iniziale, se non vuole perdere il potere.
Solo che questa volta, il falso è divenuto visibile, come il sangue di
un uomo sull'obbiettivo di una telecamera.