di Sandro Viola
17 settembre 2004
Fonte: la Repubblica
Sono trascorsi centocinquant´anni da
quando il giornalista inglese William Howard Russel inviò al Times,
dai campi di battaglia della Crimea, le prime corrispondenze di
guerra. E un interessante articolo del Financial Times descriveva
l´altro giorno le trasformazioni che questo genere giornalistico ha
conosciuto dai suoi inizi sino ad oggi. L´equipaggiamento dei reporter
d´allora e quello degli inviati di questi giorni a Baghdad,
l´evolversi delle tecniche di trasmissione, le diversità man mano
intervenute nell´etica di questo particolare lavoro tra il XIX e il
XXI secolo. Personalmente, non ho una gran pratica della materia. Ho
fatto il corrispondente di guerra per poco, una quindicina d´anni sì e
no, e non lo facevo volentieri per due ragioni principali: per paura
di farmi male e per la pena di vedere le mie camicie - in certi luoghi
e frangenti: dalle guerre mediorientali a quelle indopakistane, dal
Biafra all´Uganda e all´Eritrea - stirate in modo vergognoso. E
tuttavia qualcosa, in quegli anni, ho visto. D´una parte delle
trasformazioni avvenute nell´ultima parte del secolo scorso, sono
stato testimone.
Comincerò dall´abbigliamento, anche perché è da qui che muove
l´articolo del Financial Times: da com´era vestito William Howard
Russel quando scriveva le sue corrispondenze nella piana di Balaklava.
Russel aveva sul capo un berretto di tipo militare, calzava stivali da
cavallo e dal fianco gli pendeva una sciabola. Il risultato, se oggi
guardiamo una sua fotografia, ci appare insieme marziale e pittoresco.
Ma quando io m´avventurai le prime volte in situazioni per così dire
di guerra -cinquanta, trenta o dieci chilometri da dove si sparava-, i
giornalisti erano ancora vestiti da città.
In quegli anni Sessanta tutto era rimasto infatti come nei Trenta e
Quaranta, vale a dire i tempi di Montanelli e Piovene in Spagna, di
Sandro Volta, Luigi Barzini jr. e Virgilio Lilli in Cina, di Giovanni
Artieri e Curzio Malaparte in Finlandia. Le loro fotografie d´allora
mostrano monopetti e doppiopetti di flanella o shantung o lino a
seconda della stagione, cravatte, le stesse scarpe con cui passeggiare
a via Veneto o in Galleria a Milano. A volte i vestiti appaiono un po´
stazzonati e le cravatte allentate, il segno di lunghi percorsi in
automobile nelle retrovie dei vari fronti. Ma in sostanza, nessuna
differenza dall´abbigliamento consueto. Ed era così, ripeto, ancora
una quarantina d´anni fa. Alcuni (non io) cominciavano a non mettere
la cravatta, altri già indossavano quelle brutte camicie col taschino
in cui sistemare matite, occhiali e la "press card". Ma se da dove ci
trovavamo fossimo passati fulmineamente in una strada italiana,
nessuno avrebbe potuto dire che eravamo vestiti in modo particolare. E
lo stesso, più o meno, era per i giornalisti stranieri: gli americani
ovviamente più "dégagés", ma francesi e inglesi anche loro in giacca e
cravatta.
Le cose cominciarono a cambiare nei Settanta. Apparvero infatti quei
gilé con tante tasche per il passaporto, il taccuino, le sigarette e
le penne, indossati sulle camicie a collo aperto, e dilagarono i
"jeans". Reduci dai soggiorni in Vietnam, i reporter e i fotografi dei
grandi giornali stranieri indossavano una specie d´uniforme verdastra
con molte tasche anche lungo i pantaloni, e spalline sotto le quali
far passare il laccio della Leica o del registratore. Non essendo
stato in Vietnam, fu nelle visite al Canale di Suez organizzate
dall´esercito israeliano durante la "guerra d´attrito" che mi venne
offerto per la prima volta un giubbotto antiproiettili. Passò qualche
altro anno, e all´assedio di Beirut nell´´82 gli israeliani presero a
distribuire, con il giubbotto, gli elmetti.
Temendo il ridicolo più che di farmi male, io non indossavo né l´uno
né l´altro. Ma il gruppo dei giornalisti cominciava a somigliare,
ormai, ad una truppa d´irregolari. E molti di loro dovevano esserne
entusiasti. C´era un inviato della Rai, per esempio, che nell´assoluta
assenza d´un rumore di sparo si faceva riprendere dal suo "cameraman"
sempre in giubbotto ed elmetto. Voleva tranquillizzare la madre,
mostrando d´aver preso tutte le precauzioni necessarie, o commuovere
un´amante intenzionata a lasciarlo facendo intravedere che era in
pericolo di vita? Non lo so: la cosa certa è che il cannone sparava
venti o venticinque chilometri più a nord.
In quegli anni di Beirut, l´´82 e l´´83, il colpo d´occhio mutò
radicalmente. La sera nei bar del "Cavalier" e del "Commodore", o
sotto gli oleandri del "Grenier", i giornalisti sembravano operai
edili nella pausa pranzo. Indosso, cenci; barbe lunghe; scarpacce a
stivaletto. Com´erano lontani, ormai, dai loro predecessori che
avevano assistito all´assedio di Madrid o all´"incidente di Mukden":
dalle foto - per fare un esempio - di Auden e Isherwood alla vigilia
dell´ingresso dei giapponesi a Shanghai. E con quale deliziosa ferocia
li avrebbe descritti Evelyn Waugh, che sui giornalisti (in Scoop,
Black mischief e Waugh in Abyssinia) ha scritto tante e sferzanti
verità. Ma è vero che molte cose, nel giornalismo, erano intanto
cambiate. Adesso succedeva che i reporter morissero sul lavoro: ciò
che a Montanelli o a Piovene o a Malaparte, ma anche ai giornalisti
italiani della mia generazione, non sarebbe mai potuto succedere. Per
le scrupolose cautele con cui ci muovevamo, per le lunghe, accorte
distanze che mantenevamo da ogni pericolo, e grazie alle scarse,
sommesse richieste di vere notizie che ci venivano dai nostri
giornali.
Ma la massima trasformazione nel lavoro del reporter di guerra, non è
stata quella dell´abbigliamento. È nelle comunicazioni, nel ricevere
qualche notizia sugli eventi che stavamo, come si dice, "coprendo", e
poi nel trasmettere i nostri articoli ai giornali, che le nuove
tecnologie hanno rivoluzionato il mestiere. Cerco di chiarire.
Trovandosi al Cairo durante la guerra del Kippur, un giornalista non
poteva affidarsi, è ovvio, alle sole informazioni di fonte egiziana.
Doveva perciò ricorrere alla radio, al suo transistor, per cercare di
capire come stessero andando davvero le cose tra le sabbie del Sinai.
Ma captare il miglior giornale radio del mondo, il World service della
Bbc, non era facile.
Mai o quasi mai, infatti, l´ascolto era nitido. A volte la voce dello
speaker giungeva troppo flebile a causa della lontananza del
ripetitore, altre volte saltellava per le scariche elettriche
nell´atmosfera, altre volte ancora era "scrambled" (confusa, mischiata
di rumori) dalle apparecchiature dei governi che praticavano la
censura delle informazioni, impedendo l´ingresso dei giornali
stranieri e l´ascolto delle radio. Ma un orecchio allenato riusciva
comunque a cogliere qualcosa: due o tre parole, una cifra, il nome
d´un leader o d´un luogo, il tanto che bastava a ricostruire - o
soltanto a immaginare - ciò che stava accadendo sul versante di guerra
opposto a quello in cui ci si trovava. Inutile dirlo, da questi
ascolti s´usciva estenuati: lo sforzo d´attenzione, il timore di non
aver capito bene, i lunghi silenzi o le scariche assordanti che ogni
tanto si sovrapponevano alla voce dello speaker, erano una tortura.
Oggi invece, con la sola pressione d´un tasto del suo computer, il
reporter ha a disposizione - ovunque si trovi e in qualsiasi
circostanza - pagine e pagine di notizie, commenti, analisi. Non sarà
al riparo dall´autobomba di Baghdad o dal fuoco incrociato
israelo-palestinese nelle strade di Gaza, ma per il resto è come se
fosse seduto alla sua scrivania in redazione. Sa tutto, non gli sfugge
niente. E infatti molti reporter si limitano a inanellare le notizie
d´agenzia, qui tot morti, lì l´oleodotto danneggiato, a Kirkuk un
attentato contro questo o quello. Uno strano lavoro, visto che per
farlo s´è dovuto viaggiare varie ore in aereo e spendere molti soldi,
mentre avrebbe potuto essere espletato ugualmente in una stanza del
proprio giornale.
Con la stessa facilità o quasi, i telefoni satellitari consentono oggi
di collegarsi alle redazioni per trasmettere i pezzi quotidiani.
Mentre un tempo era diverso: trasmettere costituiva un altro strazio.
Ottenere una linea telefonica con l´Italia da Kinshasa o da Lagos,
poter mettere le mani su una telescrivente ad Amman durante il
Settembre nero, spedire una pila di telegrammi dalla posta centrale
del Cairo in guerra, sono state le sole cose faticose che ho fatto
nella mia vita. E non a caso ne ho avuto abbastanza così presto.
Beninteso, non mi sogno affatto di sostenere che ai miei tempi il
compito d´un reporter in zona di guerra fosse più severo d´adesso. I
kamikaze, le autobombe, i rapimenti, lo rendono oggi, infatti, assai
più pericoloso. Ma per ciò che riguarda le comunicazioni, non c´è
dubbio : oggi sono facili, ieri erano logoranti.
Quanto a quel che è cambiato nell´etica della professione, che dire?
Con una flanella grigia tagliata da Ciro Giuliano come Luigi Barzini
jr., o in tenuta leopardo come i reporter della Cnn, i giornalisti si
dividono come sempre in bravi e non bravi. E la bravura non si ferma
certo (almeno per gli articoli di giornale) all´esattezza della
cronaca, al controllo delle fonti, all´aver visto con i propri occhi.
Quando leggevo gli articoli del mio amico Alberto Cavallari, non mi
chiedevo se fossero esatti, se avesse controllato le fonti o se avesse
visto con i propri occhi quel che raccontava. Quegli articoli erano
stupendi e basta. Ed erano tali perché davano il senso, l´atmosfera,
la profondità della prospettiva di questo o quell´evento. Dopo tutto,
nessuno ricorre alle collezioni dei giornali per capire una guerra del
passato. Ci s´avvicina agli scaffali della libreria, e si prendono i
libri di Tolstoj, di Crane, di Junger, Cèline e Solzenicyn. di
Hemingway, Mailer e Greene.
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