«Il canale arabo dal gusto iracheno», questo lo slogan di Al Diyar Sat, tv satellitare visibile dallo scorso giugno su Nilesat. La rete trasmette per 14 ore al giorno programmi di informazione, intrattenimento, talk show, serie tv. Il tono della programmazione non è anti americano, ma gli analisti politici invitati nei talk show spesso si riferiscono agli Usa come «forze di occupazione». Il canale ha un promo, ripetuto più volte nella giornata, dove una ragazza irachena si avvia verso la scuola attraversando una città distrutta dai bombardamenti e piena della presenza invasiva dell'esercito americano.

Il prossimo Ramadan Al Diyar lancerà uno show dal titolo Where are you?, una sorta di Di chi l'ha visto? panarabo, dove arabi di tutto il mondo collaborano telefonicamente per rintracciare iracheni scomparsi durante il regime di Saddam Hussein. Al Diyar ha una forte impronta locale nella programmazione ma lavora in collaborazione con Art, uno dei più grandi gruppi di canali tematici panarabi (un'importante sede di trasmissione si trova ad Avezzano) di proprietà del multimiliardario e media moghul Sheikh Salah Kamel. Art ha contribuito tecnicamente al lancio di Al Diyar, la cui messa in onda avverrebbe infatti dagli studi di Amman o di Avezzano del gruppo panarabo


 

   
 

 

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  Nuovi media si affacciano in Iraq

di Donatella Della Ratta
8 settembre 2004
Fonte: il Manifesto

«Si chiama come mio figlio, vuol dire patria», dice sorridendo Faisal Al Yasiri, l'imprenditore iracheno che ha lanciato nel giugno scorso Al Diyar Sat e che ritroviamo al Mipcom, nelle giornate dedicate alla compravendita dei contenuti audiovisivi. Al Yasiri è un volto noto nel mondo dei media iracheni e arabi: dal 1991 al 1993 ha diretto il servizio radiotelevisivo di stato e nel 1996 ha guidato la preparazione del canale satellitare nazionale iracheno, sempre per conto del governo dell'ex presidente Saddam Hussein. Più tardi, nel 1998, è passato a dirigere l'ufficio di Baghdad di Al Jazeera, lasciato di recente per tentare la sua scommessa televisiva nel post Saddam dalle mille promesse. E a vedere Al Yasiri qui a Cannes, impegnato a fare il giro degli stand del mercato, a incontrare compratori e venditori come qualsiasi imprenditore televisivo che frequenta il Mipcom, l'Iraq sembrerebbe un paese «normalizzato», con nuovi scenari che si aprono al di là della violenza televisiva a cui siamo abituati.

Com'è la situazione dei media nell'Iraq di oggi?

Il settore sta esplodendo, la gente che lavorava nei media si è finalmente svegliata dopo la caduta del regime. Dalla fine della guerra sono state lanciate 200 testate giornalistiche nel paese, di cui il 70% sono quotidiane. Allo stesso tempo sono fiorite piccole stazioni televisive locali, ogni città ne conta numerose, anche se con una copertura del segnale che non arriva all'intero territorio nazionale. La sola televisione irachena che riusciva a servire il paese era, a quell'epoca, Al Iraqyyia, di proprietà del governo provvisorio, dunque fortemente influenzata dagli americani. Poi all'inizio del 2004 sono spuntate stazioni televisive satellitari indipendenti, di proprietà di privati cittadini iracheni o di consorzi con imprenditori arabi. Al Diyar è una di queste.

Dove trova le risorse per finanziare la rete e che investimento economico è stato fatto?

Sono una persona nota in Iraq, vengo da una famiglia sciita di Najaf molto rispettata e la gente conosce la professionalità con cui ho portato avanti il mio lavoro. Anche quando ero direttore della televisione di stato durante il regime di Saddam Hussein, ho cercato di mantenere una certa libertà. Quando ho visto che era difficile seguire la loro idea di programmi, fortemente politica, ho lasciato il mio posto. Sono andato al Cairo a lavorare per Art (gruppo di canali tematici arabi, ndr) ma poi sono tornato in Iraq perché amo il mio paese. La gente lo sa e mi rispetta. Quindi ho molti contatti e molte amicizie, c'è gente che ha creduto in me e mi ha sostenuto finanziariamente in quest'operazione di Al Diyar. Ci sono voluti circa tre milioni di dollari, questo perché per fortuna già ero in possesso delle attrezzature tecniche. Da molti anni ho una società di produzione che lavorava per le televisioni arabe come Art e Dubai tv e anche per la tedesca Ard o l'americana Cbs news, quindi ho messo a frutto questa competenza. Poi ci sono le inserzioni pubblicitarie di ditte giapponesi, europee, locali. Per esempio il ministero della salute sponsorizza alcuni dei nostri programmi, in cambio della visibilità che gli offriamo. In futuro la politica potrebbe essere una fonte di finanziamento delle nuove stazioni irachene, penso che alle prossime elezioni diversi politici vorranno avere un po' di visibilità televisiva.

Lei prenderebbe tutti i tipi di pubblicità politca per il suo canale?

Sì, ma mai quelli di un solo partito, perché voglio garantire una visibilità a tutte le forze in gioco e non voglio essere identificato con nessuna in particolare. Prenderei tutto ciò che fa il bene dell'Iraq, che aiuta a ricostruirlo.

Che tipo di televisione è Al Diyar?

Un canale generalista, ma il nostro sguardo è molto concentrato sulla realtà dell'Iraq di oggi. Facciamo 5 talk show al giorno dove si dibatte selle prossime elezioni irachene ma anche dei problemi sanitari, scolastici, etc. C'è un programma che si chiama The screen is yours, lo giriamo in strada e diamo alla gente la possibilità di dire ciò che vogliono. Molti parlano di politica, alcuni cantano e basta, altri recitano poesie! Voglio dire che cerchiamo di dare spazio a tutti gli aspetti dell'Iraq di oggi, non solo alla violenza. Non operiamo censure, ma preferiamo toni pacifici per non offendere nessuno, il sistema iracheno si basa su un fragile equilibrio fra le sue diverse componenti sociali e politiche.

Quindi ha lasciato Al Jazeera per il suo stile troppo aggressivo?

Per otto anni sono stato a capo dell'ufficio iracheno di Al Jazeera, è stata un'esperienza molto importante ma ho lasciato per due ragioni. Al Jazeera ha subito vari cambi direzionali negli ultimi anni, e soprattutto con la partenza dello storico direttore generale della rete, Mohamed Jasim Al Ali, non mi sono più ritrovato a condividere con loro alcune idee fondamentali. Innanzitutto la politica lavorativa della rete, che ha scelto, da un certo momento in poi, di privilegiare, anche per l'ufficio di Baghdad, personale non iracheno, proveniente da altri paesi arabi. Ho sentito una certa «discriminazione» nei confronti del personale iracheno (Al Jazeera fu accusata di avere al suo interno «spie» collegate al regime di Saddam Hussein, uno dei motivi, non ufficiali, della dipartita dell'ex direttore generale Mohamed Jasim Al Ali, ndr). In secondo luogo, non sono d'accordo con la loro impostazione professionale, non condivido la loro idea di «informazione». Al Jazeera sta mostrando solo il lato negativo degli avvenimenti in Iraq, agita gli animi e può contribuire a istigare l'odio e la rabbia fra il popolo iracheno che invece ha bisogno di pace, di un futuro in cui credere. Come giornalista sono assolutamente contrario all'ordine di chiudere a tempo indeterminato l'ufficio di Baghdad di Al Jazeera, ma come iracheno comprendo le ragioni che hanno spinto l'autorità provvisoria a prendere questa decisione. Anche la maggior parte della gente qui in Iraq credo sia a favore della chiusura degli uffici della rete, perché vuole vivere in pace piuttosto che vedere alzare la tensione.

Cosa pensa a proposito della trasmissione dei video degli ostaggi e dei comunicati dei rapitori?

I rapimenti sono contro l'Islam e il Corano, non ci aiutano certo a ricostruire l'Iraq. Sono contrario alla strategia di bombardare il pubblico con i video degli ostaggi e dei rapitori. Proprio di questo parlavo prima: Al Jazeera deve sentirsi responsabile se i terroristi diventano degli eroi e se si sta accrescendo la spirale dei rapimenti. Sono contro questo bombardamento mediatico e nel nostro canale cerchiamo di fare il contrario, dare la notizia ma non soffermarci sui particolari morbosi né tantomeno mandare in onda i video. Nei nostri notiziari mostriamo il lato positivo della realtà irachena e diamo spazio alle notizie sulla società civile irachena.

Lei non è forse troppo ottimista sulle capacità del nuovo governo, pilotato del resto dagli americani?

Credo che si debba dare il tempo a questo governo provvisorio di mettersi alla prova, almeno per arrivare alle elezioni. Certo è un governo che ha un grosso difetto: è fatto di gente che ha passato gli ultimi anni all'estero e non conosce veramente l'Iraq e le sue problematiche. Però sono persone colte, forse sanno e possono dirci cos'è la democrazia. L'occupazione americana è un altro problema, molti iracheni pensano che gli americani accrescono la spirale della violenza per avere la scusa per rimanere sul nostro territorio. La gente è contro l'occupazione americana, ma certo vuole andare avanti. Infatti la vita nella maggior parte delle città irachene non è come vi fa vedere la tv: va avanti tranquillamente e normalmente. La resistenza all'occupazione americana esiste, ma è difficile distinguerla dal banditismo spicciolo.

Il fatto che ci sia un canale iracheno al Mipcom è molto significativo.

Sì, è molto importante stare fra i colleghi dell'industria audiovisiva di tutto il mondo, dare un segnale positivo: perché, nonostante la difficile situazione in cui si trova il nostro paese, siamo qui per instaurare rapporti e collaborazioni, per creare occasioni di scambio con partner internazionali. Certo è più una presenza simbolica, non abbiamo la forza economica di comprare programmi, li acquisiamo piuttosto dai distributori arabi che li prendono qui e poi li doppiano. Il Mipcom è stato importante per noi, abbiamo avuto riscontri positivi, molti broadcaster internazionali ci stanno affidando la realizzazione di programmi dall'Iraq. Cerchiamo collaborazioni, scambi, aiuti sotto forma di training, apparecchiature, contenuti. Vorremmo che l'industria audiovisiva internazionale capisse che il settore dei media è promettente in Iraq e che questo invogliasse a collaborare con noi.

   
   

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