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di Donatella Della Ratta
8 settembre 2004
Fonte: il Manifesto
«Si chiama come mio figlio, vuol dire
patria», dice sorridendo Faisal Al Yasiri, l'imprenditore iracheno che
ha lanciato nel giugno scorso Al Diyar Sat e che ritroviamo al
Mipcom, nelle giornate dedicate alla compravendita dei contenuti
audiovisivi. Al Yasiri è un volto noto nel mondo dei media iracheni e
arabi: dal 1991 al 1993 ha diretto il servizio radiotelevisivo di
stato e nel 1996 ha guidato la preparazione del canale satellitare
nazionale iracheno, sempre per conto del governo dell'ex presidente
Saddam Hussein. Più tardi, nel 1998, è passato a dirigere l'ufficio di
Baghdad di Al Jazeera, lasciato di recente per tentare la sua
scommessa televisiva nel post Saddam dalle mille promesse. E a vedere
Al Yasiri qui a Cannes, impegnato a fare il giro degli stand del
mercato, a incontrare compratori e venditori come qualsiasi
imprenditore televisivo che frequenta il Mipcom, l'Iraq sembrerebbe un
paese «normalizzato», con nuovi scenari che si aprono al di là della
violenza televisiva a cui siamo abituati.
Com'è la situazione dei media nell'Iraq di oggi?
Il settore sta esplodendo, la gente che lavorava nei media si è
finalmente svegliata dopo la caduta del regime. Dalla fine della
guerra sono state lanciate 200 testate giornalistiche nel paese, di
cui il 70% sono quotidiane. Allo stesso tempo sono fiorite piccole
stazioni televisive locali, ogni città ne conta numerose, anche se con
una copertura del segnale che non arriva all'intero territorio
nazionale. La sola televisione irachena che riusciva a servire il
paese era, a quell'epoca, Al Iraqyyia, di proprietà del governo
provvisorio, dunque fortemente influenzata dagli americani. Poi
all'inizio del 2004 sono spuntate stazioni televisive satellitari
indipendenti, di proprietà di privati cittadini iracheni o di consorzi
con imprenditori arabi. Al Diyar è una di queste.
Dove trova le risorse per finanziare la rete e che investimento
economico è stato fatto?
Sono una persona nota in Iraq, vengo da una famiglia sciita di Najaf
molto rispettata e la gente conosce la professionalità con cui ho
portato avanti il mio lavoro. Anche quando ero direttore della
televisione di stato durante il regime di Saddam Hussein, ho cercato
di mantenere una certa libertà. Quando ho visto che era difficile
seguire la loro idea di programmi, fortemente politica, ho lasciato il
mio posto. Sono andato al Cairo a lavorare per Art (gruppo di canali
tematici arabi, ndr) ma poi sono tornato in Iraq perché amo il
mio paese. La gente lo sa e mi rispetta. Quindi ho molti contatti e
molte amicizie, c'è gente che ha creduto in me e mi ha sostenuto
finanziariamente in quest'operazione di Al Diyar. Ci sono voluti circa
tre milioni di dollari, questo perché per fortuna già ero in possesso
delle attrezzature tecniche. Da molti anni ho una società di
produzione che lavorava per le televisioni arabe come Art e Dubai tv e
anche per la tedesca Ard o l'americana Cbs news, quindi ho messo a
frutto questa competenza. Poi ci sono le inserzioni pubblicitarie di
ditte giapponesi, europee, locali. Per esempio il ministero della
salute sponsorizza alcuni dei nostri programmi, in cambio della
visibilità che gli offriamo. In futuro la politica potrebbe essere una
fonte di finanziamento delle nuove stazioni irachene, penso che alle
prossime elezioni diversi politici vorranno avere un po' di visibilità
televisiva.
Lei prenderebbe tutti i tipi di pubblicità politca per il suo
canale?
Sì, ma mai quelli di un solo partito, perché voglio garantire una
visibilità a tutte le forze in gioco e non voglio essere identificato
con nessuna in particolare. Prenderei tutto ciò che fa il bene
dell'Iraq, che aiuta a ricostruirlo.
Che tipo di televisione è Al Diyar?
Un canale generalista, ma il nostro sguardo è molto concentrato sulla
realtà dell'Iraq di oggi. Facciamo 5 talk show al giorno dove si
dibatte selle prossime elezioni irachene ma anche dei problemi
sanitari, scolastici, etc. C'è un programma che si chiama The
screen is yours, lo giriamo in strada e diamo alla gente la
possibilità di dire ciò che vogliono. Molti parlano di politica,
alcuni cantano e basta, altri recitano poesie! Voglio dire che
cerchiamo di dare spazio a tutti gli aspetti dell'Iraq di oggi, non
solo alla violenza. Non operiamo censure, ma preferiamo toni pacifici
per non offendere nessuno, il sistema iracheno si basa su un fragile
equilibrio fra le sue diverse componenti sociali e politiche.
Quindi ha lasciato Al Jazeera per il suo stile troppo aggressivo?
Per otto anni sono stato a capo dell'ufficio iracheno di Al Jazeera, è
stata un'esperienza molto importante ma ho lasciato per due ragioni.
Al Jazeera ha subito vari cambi direzionali negli ultimi anni, e
soprattutto con la partenza dello storico direttore generale della
rete, Mohamed Jasim Al Ali, non mi sono più ritrovato a condividere
con loro alcune idee fondamentali. Innanzitutto la politica lavorativa
della rete, che ha scelto, da un certo momento in poi, di
privilegiare, anche per l'ufficio di Baghdad, personale non iracheno,
proveniente da altri paesi arabi. Ho sentito una certa
«discriminazione» nei confronti del personale iracheno (Al Jazeera fu
accusata di avere al suo interno «spie» collegate al regime di Saddam
Hussein, uno dei motivi, non ufficiali, della dipartita dell'ex
direttore generale Mohamed Jasim Al Ali, ndr). In secondo
luogo, non sono d'accordo con la loro impostazione professionale, non
condivido la loro idea di «informazione». Al Jazeera sta mostrando
solo il lato negativo degli avvenimenti in Iraq, agita gli animi e può
contribuire a istigare l'odio e la rabbia fra il popolo iracheno che
invece ha bisogno di pace, di un futuro in cui credere. Come
giornalista sono assolutamente contrario all'ordine di chiudere a
tempo indeterminato l'ufficio di Baghdad di Al Jazeera, ma come
iracheno comprendo le ragioni che hanno spinto l'autorità provvisoria
a prendere questa decisione. Anche la maggior parte della gente qui in
Iraq credo sia a favore della chiusura degli uffici della rete, perché
vuole vivere in pace piuttosto che vedere alzare la tensione.
Cosa pensa a proposito della trasmissione dei video degli ostaggi e
dei comunicati dei rapitori?
I rapimenti sono contro l'Islam e il Corano, non ci aiutano certo a
ricostruire l'Iraq. Sono contrario alla strategia di bombardare il
pubblico con i video degli ostaggi e dei rapitori. Proprio di questo
parlavo prima: Al Jazeera deve sentirsi responsabile se i terroristi
diventano degli eroi e se si sta accrescendo la spirale dei rapimenti.
Sono contro questo bombardamento mediatico e nel nostro canale
cerchiamo di fare il contrario, dare la notizia ma non soffermarci sui
particolari morbosi né tantomeno mandare in onda i video. Nei nostri
notiziari mostriamo il lato positivo della realtà irachena e diamo
spazio alle notizie sulla società civile irachena.
Lei non è forse troppo ottimista sulle capacità del nuovo governo,
pilotato del resto dagli americani?
Credo che si debba dare il tempo a questo governo provvisorio di
mettersi alla prova, almeno per arrivare alle elezioni. Certo è un
governo che ha un grosso difetto: è fatto di gente che ha passato gli
ultimi anni all'estero e non conosce veramente l'Iraq e le sue
problematiche. Però sono persone colte, forse sanno e possono dirci
cos'è la democrazia. L'occupazione americana è un altro problema,
molti iracheni pensano che gli americani accrescono la spirale della
violenza per avere la scusa per rimanere sul nostro territorio. La
gente è contro l'occupazione americana, ma certo vuole andare avanti.
Infatti la vita nella maggior parte delle città irachene non è come vi
fa vedere la tv: va avanti tranquillamente e normalmente. La
resistenza all'occupazione americana esiste, ma è difficile
distinguerla dal banditismo spicciolo.
Il fatto che ci sia un canale iracheno al Mipcom è molto
significativo.
Sì, è molto importante stare fra i colleghi dell'industria audiovisiva
di tutto il mondo, dare un segnale positivo: perché, nonostante la
difficile situazione in cui si trova il nostro paese, siamo qui per
instaurare rapporti e collaborazioni, per creare occasioni di scambio
con partner internazionali. Certo è più una presenza simbolica, non
abbiamo la forza economica di comprare programmi, li acquisiamo
piuttosto dai distributori arabi che li prendono qui e poi li
doppiano. Il Mipcom è stato importante per noi, abbiamo avuto
riscontri positivi, molti broadcaster internazionali ci stanno
affidando la realizzazione di programmi dall'Iraq. Cerchiamo
collaborazioni, scambi, aiuti sotto forma di training,
apparecchiature, contenuti. Vorremmo che l'industria audiovisiva
internazionale capisse che il settore dei media è promettente in Iraq
e che questo invogliasse a collaborare con noi.
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per ulteriori informazioni e per scriverci: direttore.isf@libero.it |