`More Intimidation Than Crime-Busting´ Says International Federation of Journalists As Police Target Independent Media Network
"We have witnessed an intolerable and intrusive
international police operation against a network specialising in
independent journalism," said Aidan White IFJ General Secretary. "The
way this has been done smacks more of intimidation of legitimate
journalistic inquiry than crime-busting."
The IFJ believes that the authorities may have abused their powers in
carrying out the action, which is said to have been carried out at the
request of the Federal Bureau of Investigation in the United States.
Yesterday police seized two web server computers in London used by the
Indymedia network. The servers were located on the premises of the
Rackspace company, which is now not giving out any information.
Initial reports suggested FBI officers themselves had seized the
servers. The seizure follows visits by the FBI to Indymedia personnel
in the US inquiring about the publication on the French site Indymedia
Nantes of photographs of Swiss undercover police photographing
protestors. The photographs remain available on other websites.
Indymedia sites, which provide challenging and independent reporting,
particularly of political and social justice issues, are open forums
where any member of the public can publish their comments.
The IFJ believes the seizure may be linked to a September 30 court
case in San Jose California, in which Indymedia San Francisco and two
students at Swarthmore College in Pennsylvania successfully opposed an
application by Diebold Election Systems Inc to remove documents
claiming to reveal flaws in the design of electronic voting machines
which are due to be used widely in the forthcoming US Presidential
election.
Although Indymedia UK was back in operation within hours, several of
the other 20 sites affected remain silenced today.
"The seizing of computers and the high profile nature of this incident
suggests that someone wanted to stifle these independent voices in
journalism," said Aidan White. "We need a full investigation into why
this action took place, who took part and who authorised it."
di Sara Menafra
Fonte. il Manifesto
Sequestrati.
I server che ospitano la maggior parte dei
siti di Indymedia - tra cui il sito internet
globale indymedia.org e quello italiano
italy.indymedia.org - sono nelle mani del
governo americano. Il sequestro potrebbe essere
stato eseguito dalla Fbi, ma neppure questo, a
quasi due giorni dall'intervento Usa, è stato
reso noto. Di certo, a prescindere dalle sue
segretissime motivazioni, l'azione è un attacco
in piena regola alla rete di informazione
alternativa e indipendente più diffusa al mondo.
Gli agenti federali si sono presentati giovedì
sera nella sede americana di Rackspace - il
provider che ospita circa 20 Indymedia locali -
esigendo che gli hard disk siti a Londra fossero
consegnati all'agenzia americana. Una lettera di
spiegazioni inviata ieri mattina ai responsabili
del sito, però, chiarisce che l'azione è partita
altrove e che dietro l'oscuramento dei siti
potrebbe esserci un'indagine sul terrorismo
internazionale: «La Rackspace si sta muovendo in
ottemperanza a un ordine di una corte americana
che fa riferimento al Mutual Legal Assistance
Treaty (Mlat), che stabilisce le procedure con
cui gli stati si assistono l'un l'altro durante
le indagini sul terrorismo internazionale, i
rapimenti e il riciclaggio di denaro. Rackspace
ha risposto ad una ordinanza relativa al titolo
28 del Codice americano, sezione 1782, su una
indagine che non riguarda gli Stati uniti.
Stiamo collaborando per cooperare con le
autorità di sicurezza internazionale. La
magistratura ci ha proibito di fornire ulteriori
informazioni». Di più i gestori del provider non
dicono. Né alla stampa e neppure ai diretti
interessati.
A fermare Indymedia ci hanno provato mille volte
i governi di mezzo mondo, e in particolare
quello americano. L'ultima due settimane fa
quando, come spiega il comunicato che appare on
line al posto dei siti oscurati, «l'Fbi ha
chiesto che Indymedia rimuovesse un messaggio su
Nantes Imc che conteneva delle foto di alcuni
agenti della polizia svizzera». I volti degli
agenti elvetici immortalati durante gli scontri
dello scorso anno al G8 di Evian erano oscurati,
ma sembra che sul sito comparissero alcune
informazioni personali sugli agenti.
Smentita invece l'idea che nel sequestro possa
entrarci l'azione legale tra Indymedia Italia e
la Diebold, la ditta che costruisce le macchine
conta voti usate per le elezioni in Florida,
decisive per la vittoria di Bush nel 2000. La
scorsa primavera infatti Indymedia Italia ha
vinto una causa contro l'azienda - che aveva
chiesto l'oscuramento del sito a causa di un
articolo che illustrava il funzionamento delle
macchine pro-Bush - ottenendo il diritto a
mantenere on line l'articolo dedicato ai
prodotti Diebold.
La Mlat cui fa riferimento la lettera del
provider a Indymedia è un accordo precedente al
famigerato Patriot act, la legge che con la
scusa del terrorismo internazionale ha
attribuito enormi poteri al governo e alle sue
agenzie di sicurezza. E molte leggi Usa
autorizzano la Fbi a sequestrare gli hard disk
di aziende sotto indagine, senza alcun obbligo
di motivare il provvedimento. Detto che le
autorità inglesi avrebbero potuto opporsi al
sequestro avvenuto nel loro territorio, le
ipotesi sulle ragioni del sequestro rimangono
mille.
Tra i server portati via ce ne sono diversi
utilizzati per lo streaming di alcune stazioni
radiofoniche, tra cui Blag, una radio che
avrebbe dovuto coprire l'Esf che aprirà la
prossima settimana a Londra. Ma nella lista
degli Imc oscurati ci sono anche Uruguay,
Andorra, Polonia, Massachusetts occidentale,
Nizza, Nantes, Lilles, Marsiglia (che copre
tutta la Francia), Euskal Herria, Liegi,
Vlaanderen est, Belgrado, Portogallo, Praga,
Galiza, Italia, Brasile, Regno Unito parte del
sito della Germania ed il sito della radio
on-line di Indymedia.org. Il comunicato
pubblicato su tutti i siti oscurati si chiude
con un invito: «Per ulteriori informazioni non
possiamo che invitarvi a chiedere al Fbi
(info@fbi.gov)».
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