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Pericolo blog
L'Iran è un buon esempio di quanto siano diventati
importanti i «blog», abbreviazione di web log, veri e propri giornali su
internet che ospitano commenti e aggiornamenti con minimo lavoro di editing. Lo
spazio web iraniano è esploso negli ultimi tempi. Il farsi è la quarta lingua
più usata su internet, il numero dei weblogs tenuti da iraniani è imprecisato ma
alto: le stima vanno tra 60 e 100mila, su una popolazione di utenti di internet
valutata da 5 e 7 milioni. I blog permettono a studenti o attivisti politici di
far circolare idee e critiche, oppure a appassionati di arte o di sport di
«chiacchierare» dele loro passioni. Quando Sina Motallebi, noto blogger, è stato
arrestato un anno fa per aver «minacciato la sicurezza nazionale attraverso
l'attività culturale», c'è stata una rivolta on-line di bloggers in tutto il
mondo. Si capisce dunque che il giornalismo internet sia nel mirino della
magistratura iraniana, roccaforte dei conservatori. Ma l'avvocato Mohammad
Seyfzadeh, difensore dei blogger arrestati, avverte: i prossimi in linea sono
gli attivisti di organizzazioni non governative, e anche gli avvocati dei
diritti civili».L'INTERVISTA
«Ma il cambiamento non
si può arrestare»
Parla un blogger
molto speciale, l'ex vicepresidente Mohammad Ali Abtahi |
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I «sovversivi» messi in rete
di Marina Forti
13 novembre 2004
Fonte: il Manifesto
L'ultimo arresto è
quelli di Mahboudeh Abbas-Gholizadeh, che dirige il giornale on-line
Farzaneh: è stata arrestata il 1 novembre, era appena tornata
da Londra dove aveva partecipato al Forum Sociale Europeo. La polizia
ha anche sequestrato l'hard disk del suo computer. Due giorni prima
avevano arrestato Fershteh Ghazi, giovanissima giornalista che
scriveva di diritti delle donne sul giornale Etemad (che in
farsi significa «Verità»): teneva anche un web-log, o blog,
uno di quei siti web che stanno tra il bollettino di notizie e il
diario personale o collettivo. Un paio d'anni fa aveva scritto una
lettera aperta in difesa di una donna condannata a morte per aver
ucciso l'uomo che tentava di violentarla, un caso di cronaca che fece
scalpore - tanto che la pena capitale fu poi revocata. Due settimane
fa Fershteh Ghazi è stata convocata in tribunale: «Hanno detto che
dovevano farle alcune domande, di andare in un certo ufficio del
tribunale all'aereoporto», dice il marito, Mohammad Beiglou, un
giovane dall'aria disorientata: «Siamo andati: dopo un po' mi hanno
detto che l'avrebbero portata in un altro ufficio. Non l'ho più vista.
Quando ho chiesto di lei mi hanno solo detto che era agli arresti».
L'arresto delle due donne fa parte di una nuova ondata di repressione
verso giornalisti e scrittori in Iran: 21 giornalisti incarcerati in
meno di due mesi, di cui 9 sono anche bloggers. Anche un numero
imprecisato di tecnici del web è stato arrestato. Diversi siti web
sono stati chiusi, alcuni personali e altri notoriamente legati alla
formazione guidata da Mohammad Reza Khatami (fratello del presidente
della repubblica, leader dello schieramento riformista che è stato
estromesso dal parlamento con le ultime elezioni), il quale ha
protestato. Internet insomma diventa un bersaglio, e si capisce: dopo
la chiusura di decine di giornali indipendenti, è rimasta l'unico
rifugio per giornalisti o attivisti politici riformisti. La settimana
scorsa il capo della magistratura, ayatollah Mahmoud Shahroudi, ha
perfino annunciato nuove norme di legge per punire chi «dissemina
informazioni atte a disturbare l'ordine attraverso i sistemi
informatici o di telecomunicazioni».
Di cosa siano accusati, questi giornalisti e blogger, non è chiaro: un
portavoce della magistratura ha parlato di «propaganda contro il
regime, attentato alla sicurezza nazionale, incitamento al disordine
pubblico e vilipendio dei valori sacri», le accuse standard rivolte a
chi scrive. L'ayatollah Shahroudi ha detto che saranno processati per
«reati morali». E' stata citata l'accusa di «atti immorali». Non è
chiaro neppure dove siano detenuti: «Sappiamo che sono stati arrestati
dalla sezione nona del tribunale di Tehran, e basta. Sono detenuti in
luogo sconosciuto, e questa è in sé una cosa illegale», dice
l'avvocato Mohammad Seyfzadeh, che incontro nel suo piccolo ufficio
nel centro della capitale iraniana. Omid Memariyan, giornalista
on-line, si sente contestare nuove accuse a ogni nuovo interrogatorio:
«Da quando l'hanno arrestato il 10 ottobre, nel suo ufficio, l'abbiamo
sentito due volte al telefono e una volta l'abbiamo anche visto: era
molto scosso. Continua a dirci di non parlare con nessuno. Lui stesso
non sa dove lo tengono», ci ha detto sua madre.
Salmaz Sharif, lei stessa giornalista, racconta che la polizia ha
fatto irruzione in casa sua all'alba quando tutti dormivano, ha
perquisito l'appartamento («senza mandato») e portato via suo marito,
Roozbeh Mir-Ebrahimi, giornalista che scrive sul web da quando in
luglio ha chiuso l'ultimo giornale indipendente in cui entrambi
lavoravano. «Non ho saputo nulla di lui fino a una settimana dopo,
quando mi ha telefonato: nervosissimo, ha detto di non dire nulla a
nessuno e ha riattaccato. Una settimana dopo di nuovo mi ha detto che
era sotto pressione, di non dare notizie sul suo conto perché avrei
peggiorato la sua situazione». Lei ha fatto il contrario: «E' quello
che vogliono, farti scomparire in silenzio». Lunedì i «parenti dei
detenuti di internet» hanno fatto pervenire all'agenzia semi-ufficiale
Isna un comunicato: si sono riuniti per fare insieme pressione
a favore degli arrestati. Ieri è comparsa sui giornali la notizia che
saranno tutti processati la settimana prossima.
«Tutto di questi arresti è arbitrario: non gli sono state contestate
accuse, non hanno contatto con un difensore, sono tenuti in luogo
sconosciuto», si indigna l'avvocato Seyfzadeh, che fa parte
dell'Associazione di avvocati per i diritti umani con la premio Nobel
Shirin Ebadi e altri due colleghi. Alcune delle famiglie si sono
rivolte a loro e lui, con un mandato della difesa, è andato a cercare
loro notizie a Evin, il carcere nel nord di Tehran tristemente noto
per aver ospitato oppositori fin dai tempi dello Shah: ma solo tre
degli arrestati sono là. «Non ho avuto il permesso di incontrare loro
né gli altri, non mi hano neppure lasciato depositare le carte per
costituirmi come difensore».
L'avvocato Seyfzadeh dipinge un quadro allarmante. La repressione
contro chi scrive su internet è l'ultimo atto di una storia cominciata
anni fa: «Prendiamo a riferimento il 2000 perché è allora che la
chiusura di giornali e l'arresto di giornalisti sono diventati una
cosa sistematica e organizzata, in tutto il paese». Era la reazione,
dopo il periodo di grandi aperture seguito all'elezione di Mohammad
Khatami alla presidenza della repubblica, quando erano fioriti
giornali indipendenti e un vento di libertà spirava sull'Iran: anche
perché, in un paese dove le organizzazioni politiche sono fragili e
hanno statuto legale incerto, la critica politica si è espressa
proprio attraverso i giornali.
Negli ultimi quattro anni dunque centinaia di testate sono state
chiuse, decine di giornalisti arrestati. E' vero però che nuovi
giornali continuavano ad aprire, magari con lo stesso gruppo di
redazione che ritentava con un nuovo nome. «Finora, in ogni momento
c'era almeno un paio di giornali riformisti in edicola. Ora le cose
sono cambiate: nessun giornale dichiaratamente riformista arriva in
edicola. Non ci sono giornali indipendenti: e questo è il segno di un
notevole peggioramento nella situazione dei diritti umani e delle
libertà».
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