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CCTV
Il 30% di share, 10mila dipendenti
Il colosso Cctv in cifre: l'audience nazionale (misurata da
una società francese) raccoglie il 30 per cento di share in un bacino di 400
milioni di telespettatori abituali, con un tempo di visione di un'ora al giorno
in media. Quotidianamente vengono trasmesse 270 ore, di cui il 68 per cento
autoprodotte e così suddivise: 34 per cento news, 35 approfondimento, 16
intrattenimento, 13 film e sceneggiati e 1 per cento di pubblicità. Alla Cctv
lavorano 10 mila dipendenti (quanti ne occupa la Rai), i giornalisti sono 1200 e
14 gli uffici di corrispondenza (per l'Europa figurano la Germania, la Francia,
il Belgio e presto sarà la volta dell'Inghilterra). Cctv ha il più grande studio
di registrazione dell'Asia, stazioni mobili satellitari, un elicottero, un
grattacielo di 110 metri, mentre è già pronto il progetto di un altro, nuova
sede in previsione delle Olimpiadi di Pechino del 2008. |
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L'informazione in Cina, spot e propaganda
di Norma Rangeri
Fonte: il Manifesto
5 dicembre 2004
Un anno
fa Silvio Berlusconi, in visita di stato a Pechino, spiegava al nostro
corpo diplomatico le virtù della televisione, il vero business del
terzo millennio perché, diceva, «è la tv che fa muovere il mondo». E
dunque l'Italia avrebbe fatto la sua parte usando la televisione per
veicolare il marchio italiano nei rapporti di scambio tra la tv
italiana e quella cinese. Così saremmo arrivati prima dei concorrenti
europei. In effetti, i funzionari della Rai erano già con un piede
sull'aereo che li avrebbe portati nella capitale cinese per
perfezionare i primi accordi di uno scambio di 150 ore di tv. La Rai
avrebbe dovuto trasmettere i suoi programmi negli alberghi, attraverso
il canale internazionale di Cctv (China central television) e,
attraverso Raisat, la Rai avrebbe dovuto ricevere programmi cinesi per
i cinesi in Italia. Un primo passo che non è mai stato fatto.
L'occasione perduta
Li Ting, alto dirigente di Cctv se ne rammarica e attribuisce lo stop
del progetto Rai-Cctv alle dimissioni del presidente Lucia Annunziata.
In realtà, anche senza la presidente l'accordo si sarebbe potuto
ugualmente perfezionare, se Direzione generale e Tesoro lo avessero
ritenuto interessante. Invece tutto si è fermato e, nel frattempo,
sono arrivati i francesi e lo scambio delle 150 ore lo hanno fatto
loro.
Se l'Italia berlusconiana sconta il paradosso di mancare l'obiettivo
di una presenza italiana sul piccolo schermo cinese, la televisione
cinese non ne soffre davvero e continua la sua lunga marcia verso uno
sviluppo che lascia stupefatti per la velocità: in vent'anni si è
passati da un solo canale che trasmetteva per quattro-cinque ore al
giorno, a un bouquet di 13 canali free, di cui uno solo di notizie e 6
a pagamento, più le tv locali, nelle provincie e nei distretti. Un
colosso. Qui, nella patria dello statalismo, il canone è considerato
una tassa improponibile: perché pagare una cosa che è pubblica e si
alimenta con sovvenzioni statali e pubblicità?
La conferma di quanto la grande sorella abbia assunto il ruolo di
equivalente generale è immediata. A parte la grossa fetta di
programmazione educational sulla storia e la cultura della Cina, per
il resto i palinsesti somigliano a quelli di ogni tv europea. Può
anche capitare di accendere la tv e vedere il nostro popolare
Sebastiano Somma, protagonista di un seriale italiano, doppiato in
cinese sul Canale8 (quello riservato ai telefilm). Invece sul Canale1
(l'unico generalista, gli altri sono tematici), la sit-com ricalca i
modelli americani anni Settanta, con la famiglia di quattro persone
(madre, padre e due figli), le attrici con i capelli cotonati e le
unghie lunghe e laccate. Accanto a talk-show simili al nostro Mi
manda raitre, il pubblico si rilassa con la fiction sui
medici (una via di mezzo tra E.R. e Incantesimo), o con
un vecchio film francese (Quattro uomini e un
bebè). Lo sport gode di un canale specializzato (come anche la
musica e le scienze) e le fasi della partita sono accompagnate da un
uso abbondante di ralenty e musica strappalacrime mentre il bandierone
sventola sugli spalti.
In generale la grafica, il ritmo, la pubblicità connotano una tv di
tipo occidentale, i format di importazione aumentano l'omologazione,
ma ancora una gran parte dei contenuti è legato alla retorica
nazionale. Specialmente nei programmi per bambini dove i piccoli
disegnano e ritagliano (il nostro Art Attack) la Grande
muraglia, gli aquiloni o camminano nei nuovi quartieri residenziali
come fossero in paradiso.
Il programma più seguito resta il telegiornale, in onda per mezz'ora
alle 19 con l'edizione principale e un'unica struttura che fornisce
servizi a tutto il sistema. Il Tg Unico e la forte impronta
educational mescolati ai format esteri e agli spot somigliano a un
modello televisivo con una testa «bernabeiana» e un corpo
«berlusconiano».
Accanto al colosso televisivo c'è il gigante della carta stampata,
dove è arduo ritrovare i criteri di pluralismo dell'informazione. Pesa
il recente documento del Comitato centrale che raccomanda «di
mantenere fermamente il controllo dell'opinione pubblica» attraverso
«il principio del controllo dei media». Per un buon fine, dice il
leader Hu Jintao, ovvero la lotta alla corruzione. Per avere un'idea
di quanto la corruzione sia «una questione di vita o di morte» per le
istituzioni cinesi, forse è utile sapere che a Pechino esiste un
giornale, fondato nel `99, La verifica dei
conti, specializzato nella caccia ai corrotti dei ministeri e
dell'esercito. «In un anno - come afferma con orgoglio un
rappresentante dello staff dirigente - abbiamo denunciato 800
persone». Per noi sarebbe una pubblica gogna, per loro uno strumento
di grande potere.
La middle class
Il livello degli stipendi dei giornalisti è molto variabile. Se un
operaio meccanico guadagna l'equivalente di 100 euro al mese, un
professore di liceo alla periferia di Pechino 150 euro, un giornalista
di Chengdu (la Shangai del futuro, 6 milioni di abitanti di una
provincia che di milioni ne conta 80), prende 500 euro, ma un suo
collega di Shangai può arrivare a 2000 euro al mese. I giornalisti di
stampa e tv fanno parte di quei 50 milioni di cinesi che, secondo una
recente inchiesta della rivista Time, formano la «middle class»
di livello occidentale. Quella classe media che aspira
all'appartamento di cento metri quadrati nella semiperiferia di
Pechino (prezzo: 100 mila euro).
Jin Fu An, il vicepresidente del Wenhui Xinmin United
Press Group, il più grande gruppo editoriale della Cina
(un assets reaching di 282 milioni di euro alla fine del 2003),
ci riceve a Shangai in un lussuoso salone, illuminato da eleganti
lampadari decò. Nell'atrio del grattacielo otto silenziosi ascensori
salgono verso gli uffici dai quali basta affacciarsi per salutare il
dirimpettaio Mr. Murdoch junior :«Tra i nostri due palazzi c'è solo
una strada», dice Jin Fu An «per il momento abbiamo solo contatti, non
ancora vere e proprie trattative». Jin Fu An ha passato sei anni nei
campi di rieducazione durante la rivoluzione culturale e ringrazia il
riformatore Deng Xiaoping per averlo riportato al suo lavoro, «ho
sempre fatto il giornalista e anche in quei sei anni di vita nelle
campagne ho imparato molto».
All'ultimo piano, dove è pronta la cena, la vista sulla notte di
Shangai è splendida, una visione da mille New York, accentuata dal
bianco abbagliante dei marmi di Carrara che ricoprono il salone con il
soffitto alto dieci metri sulla nostra testa. Dalle grandi vetrate,
oltre le silhouette dei grattacieli, si vede il serpentone illuminato
della strada che porta a Xian, l'antica capitale imperiale: «4000
chilometri senza interruzioni, in macchina sono 10 giorni di viaggio e
quattro cambi di ruote».
Sei quotidiani (tra i quali lo Shangai Daily in
inglese), sei settimanali, sei periodici, una casa editrice,.... 3000
impiegati ma nessuna televisione perché «un gruppo editoriale di
queste dimensioni - spiega - non può possedere televisioni». Grande
apertura invece per i capitali privati anche se, per il momento, ed è
la linea a cui si uniformano tutti i media cinesi, i privati entrano
solo nella stampa e nella distribuzione, in parte nella pubblicità,
fino a lambire l'amministrazione.
Generale è la regola del contratto annuale (al massimo biennale) per i
giornalisti. Un esempio di precariato, di contratti a termine, per noi
difficile da digerire, espressione di una condizione di ricatto
perenne (se non mi piace quello che scrivi dopo un anno ti licenzio)
mentre qui i manager lo portano ad esempio di libertà («uno se ne può
andare quando vuole»), da contrapporre al passato quando il posto di
lavoro del giornalista era a vita. Il vicepresidente dell'Associazione
dei giornalisti di Chengdu, Yao Zhineng conferma: «I contratti annuali
sono una grande riforma, lo dico dall'esperienza dei miei 40 anni di
servizio». Poi ammette che «i giornalisti sono un po' nervosi. Noi
rispettiamo questa protesta e li difendiamo da chi li attacca, per
esempio gli industriali, tuttavia devo dire che c'è una parte di
giornalisti a cui questa riforma piace. Chi sono? Quelli più in gamba.
Inoltre - aggiunge - in questa provincia il giornalismo è molto
sviluppato e se uno è licenziato può andare a lavorare in un altro
giornale». Le ragioni più frequenti di licenziamento? «Errori gravi,
bassa qualità, corruzione».
Salario variabile
A Chengdu, negli uffici di un altro grande gruppo, il Sichuan
Daily Press Group (fondato nel 2000, all'attivo
12 quotidiani, 2 periodici, un sito Internet classificato da Amazon
tra i primi 500 del mondo), il vicecaporedattore, Luo Xiao Gang,
spiega che la loro remunerazione «è collegata al lavoro svolto, cioè
all'individuo che, grazie alle riforme, non appartiene più all'ente
che lo ingloba e lo sovrasta». Dopo aver lodato Dante, Leonardo e il
Milan (la Cctv trasmette la nostra serie A), racconta che i giornali
che parlano della società, della cronaca, hanno meno iscritti al
partito. Mettiamo a confronto le prime pagine del giornale di
«opinione» (che tira 700 mila copie) e di quello di partito, il più
venduto (un quotidiano costa l'equivalente di mezzo euro) il
Sichuan Daily. Il primo «apre» con dieci morti sul lavoro,
il secondo con il sacrificio di un militare morto per salvare la
popolazione da un alluvione.
Nella redazione del Sichuan Daily (la testata più antica
del gruppo, nata nel `52), una piccola task-force si occupa solo del
rapporto con i lettori (13 linee telefoniche che consentono un
contatto capillare con il territorio, così da correre sul posto prima
degli altri). La concorrenza comincia a farsi sentire «e
all'autorevolezza bisogna aggiungere la tempestività». L'età media dei
redattori è di trent'anni e non indaghiamo sul destino dei
cinquantenni. Quando ci trasferiamo nel ristorante gestito dal
quotidiano (in Cina è normale che ogni gruppo editoriale abbia un
ristorante aperto al pubblico, fa parte del business), l'attenzione si
sposta sull'economia della regione (monitorata da una testata del
gruppo, Il quotidiano economico, nato nel'92 con
lo sviluppo della borsa cinese). Sichuan è la provincia più forte
dell'Ovest, con le sue industrie siderurgiche, elettriche,
informatiche. Qui c'è la più grande fabbrica di televisioni di tutta
la Cina, la Chang Hong, che produce un decimo dei televisori del mondo
e nessuno spende più tempo a decantare l'antica manifattura tessile
che fa ancora di Chengdu la capitale del broccato. 88 delle 500
aziende internazionali hanno fatto investimenti nella nuova frontiera,
sempre meno con il sistema della joint-venture e sempre più con
capitali solo stranieri, tipo la Intel (370 milioni di dollari).
Microsoft ha costruito a Chengdu un centro di ricerca (perché adesso i
cervelli sono qui), la Francia produce il cemento, la Toyota non teme
rivali. E naturalmente l'Italia non c'è. Per risalire la china degli
asfittici scambi commerciali tra i due paesi, grande attenzione è
riservata alla visita del presidente della repubblica, Ciampi. Per il
momento il nostro paese somiglia a quei Panda tenuti in una zona verde
fuori Chengdu, dove un pool di esperti si occupa di allevarli nei
boschi di bambù.
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