torna alla home page

 

 

  Free Fire Zone

di Joel Simon e Carlo Lauria *

10 gennaio 2005
Fonte: Committee to Protect Journalists


La violenza è entrata in questa città di confine due anni dopo che i capi del traffico di droga che erano a Tijuana sono stati arrestati o uccisi, lasciando libere le band rivali di scatenarsi per le strade in una sanguinosa lotta per il controllo delle rotte della droga.
Il giornalista Francisco Ortiz Franco, colpito il 22 giugno 2004 da un proiettile in un quartiere tranquillo vicino al centro della città in pieno giorno, probabilmente è stato vittima di questa battaglia.
Ortiz Franco è stato ucciso in circostanze strane, appena a due isolati dai quartieri della polizia. Redattore  ed editore del settimanale Zeta, Ortiz Franco era un giornalista tranquillo, meticoloso e umile, e che solo ultimamente aveva iniziato e ad occuparsi del traffico di droga.
I procuratori federali, anche se non escludono altre possibilità, hanno annunciato dei possibili collegamenti con l’omicidio del capo del traffico, che a Tijuana è controllato dalla famiglia Arellano Felix. Gli investigatori credono che Ortiz Franco sia stato ucciso a causa del suo lavoro di giornalista, considerando gli articoli scritti su Arellano  Felix un possibile movente.  

“Il fatto che i procuratori federali abbiano assunto la direzione del caso è un passo molto importante”, ha dichiarato Jesus Blancornelas, editore dello Zeta. “C’è un grande impegno politico ai vertici del governo messicano per risolvere il caso. Ora che gli investigatori hanno identificato i sospetti, devono trovare gli assassini e assicurarli alla giustizia.”
La mattina del 22 giugno,
Francisco Ortiz Franco,  stava ritornando da una visita medica e stava attraversando un quartiere residenziale vicino al centro della città. Aveva chiesto una settimana di permesso al giornale, di cui era co-direttore, per curare la minaccia di una paralisi facciale probabilmente causata da stress. Su ordine del dottore, il giornalista stava tornando verso la sua abitazione, e avrebbe dovuto lasciarla solo per tornare alla clinica. Aveva dato una settimana di permesso anche alla guardia del corpo che solitamente lo accompagnava.
I due figli di Ortiz Franco, Hector Daniel di 11 anni  e Andrea di 9, lo avevano accompagnato all’ospedale quella mattina  e stavano camminando dietro la sua auto, parcheggiata in fondo alla strada. Dopo aver fatto sistemare i figli nei sedili posteriori ed essere salito in macchina, Francisco non ha fatto neanche in tempo a girare la chiave per avviare il motore che una Jeep Cherokee nera gli si è affiancata e un uomo che indossava un passamontagna è saltato fuori dalla vettura. L’assassino ha sparato quattro colpi da una calibro 380 attraverso il finestrino colpendo il giornalista al collo, alla testa e al torace, e uccidendolo immediatamente. Il killer sarebbe poi risalito nell’auto e fuggito. Tutto in pochi secondi.
I figli di Francisco sono fuggiti e si sono rifugiati nella casa di un vicino hanno poi raccontato alla madre che gli spari non hanno attirato l’attenzione, facendo ipotizzare agli inquirenti l’uso di un silenziatore. Cinque minuti dopo l’omicidio, Blancornelas ha ricevuto una telefonata dal procuratore generale di stato Antonio Martinez Luna che lo avvisava che un membro del suo staff era stato ucciso. Blancornelas è uscito dal suo ufficio per controllare che ci fossero tutti gli operatori, dimenticandosi nel panico che Ortiz Franco era a casa malato. Jesus ha subito inviato un fotografo, suo figlio Ramon Blanco, e un giornalista, Lauro Ortiz Anguilera, fratellastro di Francisco, a documentare l’incidente. Arrivati sul luogo dell’omicidio appena dieci minuti dopo la sparatoria, i due giornalisti hanno trovato la scena del crimine circondata dal nastro giallo e la polizia che svolgeva le prime analisi. Solo quando hanno riconosciuto la macchina hanno realizzato con orrore che era proprio Ortiz Franco la vittima.
Il giorno seguente il presidente messicano Vincente Fox ha telefonato a Blancornelas promettendo all’editore il sostegno governativo alle indagini, affidate a Martinez Luna. I giornalisti di Tijuana e della Baja California hanno organizzato marce per chiedere giustizia. La settimana dopo l’omicidio, Zeta ha pubblicato un articolo dove si leggevano dei nomi di alcuni sospetti, tra cui un uomo legato al traffico di droga della famiglia di Arellano Felix.

I fratelli Arellano Felix, che fanno funzionare il commercio di stupefacenti, sono stati inseriti nel traffico di droga dal loro cugino, Miguel Angel Felix Gallardo, che ha amministrato l’impero della droga nello stato di Sinaloa fino a quando non è stato arrestato nel 1989 per l’omicidio dell’agente della DEA Enrique Camarena. Felix Gallardo ha costruito la sua fortuna importando a livello locale marijuana ed eroina dagli Stati Uniti, ma i fratelli Arellano Felix gestiscono un ramo diverso degli affari.
Usando il loro potere lungo i confini di Tijuana-San Diego, gli Arellano Felix hanno stretto un’alleanza strategica con i contrabbandieri colombiani per far arrivare la cocaina negli Stati Uniti. Grazie ai loro immensi profitti corrompono agenti di polizia e usano la violenza contro i loro rivali, in particolar modo contro il nuovo capo Sinaloa che si è impossessato della scena quando Felix Gallardo è stato arrestato.  
Molti degli uomini che lavorano per i fratelli Arellano Felix sono stati reclutati tra le violente gang del Barrio Logan di San Diego. Il capo di questo quartiere era un veterano della scena gangster, David Barron Corona, che aveva servito fedelmente la famiglia Arellano Felix salvando due fratelli in un agguato. Nel novembre del 1997 Blancornelas aveva pubblicato un articolo indicando Barron Corona  come uno dei personaggi più importanti all’interno del commercio della droga.
Appena qualche settimana dopo, il 27 novembre, Barron Corona, insieme ad una squadra di suoi uomini, aveva teso un agguato a Blancornelas mentre si stava recando al lavoro. La guardia del corpo del giornalista, Luis Valero, era rimasta ucciso nell’attacco mentre Blancornelas era rimasto gravemente ferito. L’attacco fallì solo perché Barron Corona rimase ucciso nell'agguato per essere stato colpito ad un occhio da un proiettile rimbalzato che era stato sparato dai suoi uomini.  

L’agguato a Blancornelas fu ampiamente documentato dai media messicani e internazionali. Stimolato dalla reazione popolare, il governo messicano lanciò una controffensiva contro la corruzione sospendendo numerosi luogotenenti, tra cui la guida finanziaria, Jesus “Don Chuy” Labra Aviles. Nel marzo 2002 le autorità messicane arrestarono Benjanim Arellano Felix. Un mese prima, suo fratello Ramon, il capo del traffico, fu ucciso a Mazatlan. 

“L’organizzazione di Arellano Felix fu gravemente danneggiata dagli ultimi arresti e dagli ultimi omicidi,” ha affermato l’agente speciale John Fernandes, capo della sezione della DEA di San Diego. “Questo ha creato un’occasione per gli altri gruppi presenti nel territorio.” In particolare la strada si è aperta per Zambada e per Sinaloa, per arrivare in città.
I giornalisti di Tijuana hanno registranto nel 2004 un aumento della violenza, da attribuire in parte al movimento creato da Sinaloa per entrare nella città. Secondo l’attivista per la difesa dei diritti umani Victor Clark la battaglia ha coinvolto anche il potere politico, l’influenza sullo Stato e sulla polizia. “Zambada è presente attraverso le sue relazioni con la polizia, con gli uomini d’affari e con i politici,” ha dichiarato Clark. “La sfida di Sinaloa è iniziata quando ha cominciato a comprare la lealtà degli ex collaboratori di Arellano.”
La corruzione che ha invaso le agenzie pubbliche di Tijuana ha avuto un profondo impatto sulla stampa. Molte delle fonti giornalistiche utilizzate a Tijuana, dalla polizia agli ufficiali del governo, sono legate agli Arellani e nutrono un grande interesse nel sorpassare i media che forniscono informazioni ai clan rivali. Anche se a conoscenza di tutti i rischi generali, i giornalisti sono generalmente ignari per quanto riguarda le relazioni specifiche tra tra le bande e i vari funzionari politici o di polizia. Inevitabilmente, i giornalisti hanno solo due possibilità: alcuni continuano per la loro strada mettendo a rischio la propria vita, mentre gli altri semplicemente lasciano scorrere queste notizie.
Ortiz Franco raramente si era occupato del traffico di droga durante la sua lunga permanenza a Zeta, ma aveva iniziato a trovare nuove fonti nei mesi che hanno preceduto la sua morte. In aprile aveva interrotto una vacanza a Las Vegas per incontrare un informatore a Mexico City. Dopo l’incontro Ortiz franco aveva scritto una storia dove affermava che un luogotenente di Arellano Felix, Arturo Villarreal Albarran (“El Nalgon”), sarebbe stato il responsabile dell’aggressione dell'ex procuratore Delgado Neri del 21 gennaio 2004.
Alcune settimane dopo l’articolo su Delgado Neri, Ortiz Franco aveva pubblicato un secondo pezzo sempre sul traffico di droga, Il 14 maggio 2004. Nell’articolo il giornalista aveva focalizzato il problema, sottolineando che “secondo le fonti dello Zeta, la partecipazione di qualcuno all’interno dell’ufficio del procuratore generale sarebbe stata necessaria“ per preparare i documenti.
In realtà l'articolo di Ortiz Franco non rivelava notizie nuove, ma fece allarmare ulteriormente i trafficant che decisero per l'eliminazione del giornalista.

Per molti dei giornalisti di Tijuana che hanno parlato con il Comittee to Protect Journalists, il fatto che Francisco sia stato assassinato a soli due isolati dai quartieri della polizia, suggerisce un’ipotesi di complicità o indifferenza da parte della forza armata. Per Blancornelas queste ipotesi sono state sostenute dal fatto che la polizia sia arrivata sulla scena del crimine solo dopo 30 minuti dopo l’omicidio, secondo Ramon Blanco, uno dei fotografi di Zeta. Blancornelas è anche insospettito per la telefonata che ha ricevuto da Martinez Luna pochi minuti dopo l’assassinio che lo informava che “qualcuno dello Zeta” era stato ucciso. Blancornelas si chiede come è stato possibile che Martinez Luna fosse stato al corrente di tutto ciò se i suoi uomini non erano arrivati subito sulla scena delitto? 
Martinez Luna ha dichiarato di aver saputo della morte di un reporter dello Zeta da uno dei call center per le emergenze di Tijuana, quello che aveva ricevuto la chiamata. Non è chiaro come chi ha chiamato fosse venuto a conoscenza del fatto. Martinez Luna sostiene che i suoi uomini sono arrivati 10 minuti dopo la sparatoria ma “doveva controllare i rapporti”. Ha anche puntualizzato che gli agenti della polizia sono degli investigatori che indagano nei crimini, non sono i primi a rispondere. Ed ha aggiunto che il suo ufficio si sta impegnando molto nelle indagini ed è in frequente in contatto con Blancornelas.
L’omicida di Ortiz Franco continua a gettare un’ombra sulla stampa a Tijuana. La continua violenza contro i giornalisti, così come la vincita dell’impunità per coloro che hanno commesso il crimine, dimostra che i trafficanti di droga sono liberi di spaventare la stampa, e di censurare le notizie. Il 7 giugno alcuni contrabbandieri hanno lasciato un’auto contenente della marijuana nel parcheggio del quotidiano Frontiera e poi hanno chiamato un’emittente televisiva locale per documentare che il giornale era coinvolto nel traffico di droga. L’emittente ha raccontato che il carico era una pianta, ma il messaggio dei trafficanti era chiaro: “voi ci accusate di traffici di droga, ma noi possiamo facilmente accusare voi”.
I giornalisti di Zeta, tra cui Blancornelas, dimostrano calmeae determinazione, ma la morte di Francisco è stata un duro colpo. I nomi dei killer dei colleghi uccisi, tra cui Hector Felix Mirando e la guardia del corpo Luis Valero, resteranno una colonna portante del giornale segnate da delle croci nere, uno strano ricordo del costo che il giornale ha pagato. Nel frattempo Blancornelas è un prigioniero virtuale: si sposta solo tra casa e ufficio circondato da 20 uomini armati, forniti dal governo messicano.
“Mi sento in colpa per aver creato lo Zeta”, ha dichiarato Blancornelas quattro mesi dopo la morte di Ortiz Franco. “Dopo aver perso tre colleghi, credo che il prezzo da pagare sia stato troppo alto. Vorrei essermi ritirato molto tempo fa, ma ora non posso permettere ai trafficanti di droga di colpire lo spirito dello Zeta, né ai nostri lettori posso far credere che abbiamo paura.”

*
Joel Simon is the Deputy Director of CPJ. Carlos Lauría is CPJ's Americas program coordinator

   
   

torna alla home page

   

per ulteriori informazioni e per scriverci: direttore.isf@libero.it