di Stefano Marcelli (segretario generale
di Informazione Senza Frontiere)
7 marzo 2005
Una premessa. Se Silvio Berlusconi non
riuscirà ad avere giustizia, o anche solo una risposta e delle scuse
dal governo di Washington sul “caso Calipari”, non si potrà fargliene
una colpa. Non sarebbe certo il primo capo di Stato o direttore di
media internazionale che non ottiene altro che generiche e frettolose
spiegazioni di fronte a una o più morti causate dal fuoco amico
statunitense. Riteniamo comunque che il capo del nostro governo, il
suo fedele collaboratore Gianni Letta e l’apparato del Sismi si siano
comportati come dovevano e li avremmo abbracciati anche noi in quel
breve sprazzo di gioia seguito alla notizia della liberazione di
Giuliana Sgrena. Siamo italiani e, per quanto siamo abituati a non
crederlo, esiste uno Stato che ci difende con funzionari disposti a
rischiare la loro vita anche per i più rompiscatole di noi. Chi
scrive, facendo il giornalista da trent’anni, ha fatto questa scoperta
sulla propria pelle molti anni fa e l’ha confermata più di una volta e
se oggi è ancora in grado di scrivere lo deve proprio a questo come
molti altri colleghi.
Per la stessa esperienza sappiamo anche che oggi la rabbia maggiore
verso i cugini americani è proprio quella del governo e dei colleghi
di Calipari che si sentono colpiti alle spalle.
E quindi probabile che la questione, nonostante le dichiarazioni della
collega Sgrena, sarà archiviata come un incidente, l’ennesimo
assassinio fortuito, destinato a ingrossare la lista di quelli
impuniti.
Una lista, che solo per quanto riguarda i giornalisti e questa sporca
guerra irakena è impressionante.
•
22 marzo 2003. A due giorni dall’inizio
della guerra un elicottero usa colpisce un’auto dell’emittente inglese
ITN. L’inviato Terry Lloid, rimasto ferito, muore a bordo del bus
civile che lo porta in ospedale, bombardato nuovamente dalle truppe
della coalizione. Il cameraman Fred Nerac e l’interprete Hussein Osman
sono tuttora introvabili. Nessuna spiegazione.
•
2 aprile 2003. Le truppe USA bombardano
l’hotel Sheraton di Bassra. Nessun ferito. Gli unici ospiti erano i
membri della troupe di Al Jazeera. Nessuna spiegazione.
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6 aprile 2003. Altra bomba USA su
convoglio civile. Muore l’interprete della BBC Abdurazaq Muhamed,
ferito l’inviato John Simpson.
•
8 aprile 2003 un tank americano punta il
cannone e spara sull’Hotel Palestine di Bagdad che ospita 150
giornalisti. Muoiono il cameraman ucraino della Reuters Taras Potsyuk
e lo spagnolo Josè Couso di Telecinco. Contemporaneamente vengono
bombardate la sede di Al Jazeera dove muore il collega Tareq Ayoub e
quella di Abu Dhabi Tv (nessuna vittima). L’esercito USA risponderà
che si è trattato di un errore. L’associazione newyorkese CPJ prova
invece con una propria inchiesta che i militari sapevano che quello
era l’albergo dei giornalisti.
•
17 agosto 2003. Mazen Dana, uno dei più
famosi cineoperatori della Reuters è ucciso da un tank americano
mentre riprende alcune immagini del carcere di Abu Gharib dopo essersi
presentato e aver mostrato i propri documenti. Nessuna spiegazione.
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18 marzo 2004. Uccisi a un posto di blocco
usa a Bagdad il cameraman Ali Abdel Aziz e il reporter Ali al Khatib
di Al Arabiya tv. Nessuna spiegazione.
31 marzo 2004. Muore a Falluja il cineoperatore Burban Mohamed Mazhour
che lavora per la tv americana ABC. Secondo il Washington Post è
rimasto vittima di un rastrellamento USA. Nessuna spiegazione.
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20 aprile 2004. Rimagono uccisi in
circostanze mai chiarite un report della tv Al Iraqiya e il suo
autista.
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15 agosto 2004. Ucciso a Falluja il
cameraman Hamid Abbas che lavorava per la tv tedesca ZDF a cui aveva
appena annunciato di aver girato il bombardamento di una casa.
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11 settembre 2004. Ucciso da elicotteri
americani il giornalista palestinese Mazen al Tomeiri, inviato della
tv Al Arabiya. L’ultimo stand up con la sua morte in diretta fa il
giro del mondo. Gli elicotteri sparano sulla folla che festeggia
un’azione della guerriglia che ha distrutto un blindato americano. Una
vendetta contro civili che costa 15 morti e 55 feriti fra cui altri
giornalisti. Nessun provvedimento.
Tutti questi “incidenti fatali” accompagnano la sepoltura ufficiale
della Convenzione di Ginevra operata ufficialmente dai vertici del
Pentagono nel corso della guerra in Irak . Ma sono crimini che non
possono restare senza risposta. Rilanciamo ancora una volta l’appello
dell’IFJ (International Federation of Journalist ) perché la comunità
internazionale intervenga a tutela della integrità fisica dei
giornalisti e consideri ogni attacco nei loro confronti come un
crimine di guerra.
Ci uniamo anche alla recente protesta del sindacato dei giornalisti
irakeni contro il varo imminente di misure restrittive della libertà
di stampa da parte del governo di Bagdad. Senza i giornalisti non si
fa la democrazia e senza testimoni non si fa nemmeno la storia.
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