di
Roberto Reale
(Coordinatore “Rapporto Media e Democrazia”
di “Informazione Senza Frontiere”)
La Casa Bianca promette di fare piena
luce. Annuncia un‘inchiesta particolareggiata. Ma andrà veramente
così? Guardando ai precedenti c’è da farsi poche illusioni. Le
probabilità che il Pentagono dica tutta la verità sull’uccisione di
Nicola Calipari sono minime. Senza tornare a precedenti lontani nel
tempo basta restare in Iraq. Gli uomini della Terza Divisione di
Fanteria ( probabili protagonisti della sparatoria) erano stati già
in passato indagati per aver avuto il grilletto facile ai posti di
blocco. Alcuni di loro avevano ammesso di aver ucciso civili iracheni
disarmati , anche donne e bambini.
L’indagine si era conclusa con una nota di biasimo: forse i soldati avevano esagerato ma era in gioco la loro sicurezza. Non si sa se la morte di un uomo di primo piano dell’ intelligence di un paese alleato possa cambiare qualcosa nell’atteggiamento delle autorità Usa. Certo la linea non sarà quella del cinico Edward Luttwak, commentatore americano, che ha invitato gli italiani a prendersi un’aspirina e a dormirci sopra. La diplomazia richiede ben altre prudenze. Ma la sostanza difficilmente muterà. Per una ragione. La più semplice di tutte: fatti simili a quelli in cui Nicola ha perso la vita, in Iraq sono la norma, non l’eccezione. Scrive oggi il New York Times che le regole di ingaggio ( le disposizioni cui i soldati devono attenersi) consentono ai militari USA in Iraq di sparare ogni qualvolta lo ritengano necessario, quando sospettino un possibile attacco. Il numero complessivo di vittime civili ai posti blocco o provocati da pattuglie mobili non è noto. Come si sa il Pentagono si rifiuta di comunicarlo.
Le organizzazioni umanitarie però
dicono che è estremamente alto: che dal primo maggio 2003 sono morte
in questo modo moltissime persone. Al punto che fra la popolazione
sono proprio queste uccisioni, oltre alle torture ad Abu Ghraib, a
gettare il maggior discredito ( ci informa il Nyt) sul ruolo degli
Stati Uniti nel paese. Ma siamo davanti solo a un problema legato al
nervosismo di soldati giovanissimi e inesperti? Stressati dagli
attacchi suicidi? Dalla morte di 1500 commilitoni? Le cose non sono
proprio così semplici. Il Washington Post ( citiamo volutamente sempre
fonti americane) segnala che le associazioni che si occupano di
diritti umani hanno chiesto più volte al Pentagono di rendere note le
regole cui gli iracheni dovrebbero attenersi per non rischiare la vita
incontrando una pattuglia.
Ci sarebbe voluta una campagna informativa con manifesti, messaggi
radio/tv. Ma niente di tutto questo è stato fatto: i comandi Usa
ritengono che le norme di comportamento le possano conoscere solo i
soldati. Troppo pericoloso farle sapere ai civili: la cosa potrebbe
avvantaggiare i terroristi. E così siamo di fronte a una scelta
deliberata. L’esercito americano vuole avere le mani libere. Qualsiasi
comportamento verrà valutato sulla base di criteri conosciuti soltanto
dai vertici militari.
Ecco perché lo scetticismo è d’obbligo. Dal mese di dicembre ad oggi
anche altre auto con a bordo occidentali erano state prese di mira
sulla strada che da Baghdad porta all’aeroporto. Nel pantano iracheno
sta affondando quella che Luttwak definirebbe “la razionalità della
guerra”. Il terrorismo prosegue implacabile con le sue stragi e i suoi
sequestri. Mentre dall’altra parte, ricordano associazioni come
Amnesty International e Human Rights Watch, non viene rispettato il
principale compito che giustificherebbe invece la presenza delle
truppe di occupazione: quello di proteggere la popolazione. Altro che
le meschine polemiche di casa nostra. Dopo questa tragica vicenda che
ha avuto per incolpevoli protagonisti Nicola Calipari e Giuliana
Sgrena, l’unica riflessione seria che possiamo sviluppare noi
italiani riguarda il popolo iracheno.
Provare a immedesimarci nelle sue sofferenze e impegnarci perché
finiscano.
Al più presto.
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