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Fuoco amico che uccide
di Amedeo Ricucci

Fonte: il Manifesto
16 marzo 2005


Anche di Raffaele Ciriello si è detto e scritto che «se l'era cercata». Come per Giuliana Sgrena. Quando in realtà stavano solo cercando di fare il loro lavoro di cronisti. Ed anche Raffaele Ciriello, come Nicola Calipari, è stato ucciso dal «fuoco amico», dai soldati cioè di un Paese che è da sempre nostro alleato. Senza un motivo. Succedeva esattamente tre anni fa, il 13 marzo del 2002. A Ramallah, in Palestina. Diverse, troppe sono le analogie fra i due episodi. Sia nella dinamica dei fatti che nel modo in cui i media italiani se ne sono impadroniti, cannibalizzandoli prontamente e senza remore, a scopo puramente politico e/o commerciale. La morte di Raffaele Ciriello è stata una «tragica fatalità» oppure un «omicidio»?
Io c'ero quel giorno a Ramallah e la dinamica dei fatti non lascia dubbi: che dire infatti quando il soldato di un carro armato in azione di pattuglia, dopo aver puntato l'angolo di un palazzo, prende con calma la mira e scarica sette proiettili calibro 7.65 su un target scelto a caso, senza badare al fatto che impugna una telecamera e non un kalashnikov?
Certo, si può dire che si è trattato di legittima difesa, dal momento che i miliziani palestinesi che noi stavamo seguendo avevano in precedenza sparato in direzione del tank con un kalasnhnikov. Ma è sacrosanto anche asserire che si è trattato di un omicidio, sia perché la reazione israeliana è stata non immediata, sia perché l'uso della forza non è stato proporzionato al pericolo.
Né si può escludere a priori che ci sia stata premeditazione: la notte prima gli israeliani avevano infatti sparato per mezz'ora sulle nostre stanze d'albergo, al solo scopo di dissuaderci dal fare il nostro lavoro, e quel maledetto 13 marzo sono stati feriti gravemente altri due giornalisti.
Capisco perciò molto bene il turbinio di emozioni che animano in questi giorni Giuliana Sgrena. Capisco innanzitutto la sua angoscia nel ritrovarsi testimone oculare di una tragedia, in cui prevale non l'esigenza di capire ma la smania di alimentare la polemica, in nome di un'informazione sempre più «urlata». È umano in questi casi non ricordarsi dei dettagli, confondersi, sbagliare. È invece diabolico approfittarne, da parte dei colleghi, in nome di una presunta verità che in realtà infangano ad ogni passo.
Capisco anche la scarsa fiducia di Giuliana nei confronti dell'inchiesta varati dal governo Usa, quando è già palese che la sua verità soggettiva verrà affogata nella ragion di stato, che ci impone di venire a patti con gli americani. È successo anche nel caso di Raffaele Ciriello. L'esercito israeliano ha assolto il soldato che ha sparato sul nostro collega. Ed il governo di Tel Aviv si è rifiutato di collaborare con la magistratura italiana che chiedeva la sua identificazione. Ma il governo italiano non ha mai protestato, immolando il nostro tanto esaltato orgoglio nazionale sull'altare della convenienza politica.
Capisco infine la rabbia di Giuliana Sgrena nel ritrovarsi sul banco degli imputati: proprio lei, che è stata una vittima. Con decine di esimi colleghi e di illustri commentatori che si sono arrogati il diritto di spiegarci come va fatto il lavoro degli inviati in guerra. A questi signori non bisogna dare alcuna risposta. Perché è troppo facile parlare dopo, quando c'è scappato il morto, regalandoci lezioni di giornalismo. Dopo, seduti davanti alla tv, si è bravi tutti. La morte invece esige il silenzio. Se non altro per rispetto nei confronti di chi stava solo cercando di fare il proprio dovere. Vale per Raffaele, per Giuliana e per Nicola Calipari.
   
   

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