Anche di Raffaele
Ciriello si è detto e scritto che «se l'era cercata». Come per
Giuliana Sgrena. Quando in realtà stavano solo cercando di fare il
loro lavoro di cronisti. Ed anche Raffaele Ciriello, come Nicola
Calipari, è stato ucciso dal «fuoco amico», dai soldati cioè di un
Paese che è da sempre nostro alleato. Senza un motivo. Succedeva
esattamente tre anni fa, il 13 marzo del 2002. A Ramallah, in
Palestina. Diverse, troppe sono le analogie fra i due episodi. Sia
nella dinamica dei fatti che nel modo in cui i media italiani se ne
sono impadroniti, cannibalizzandoli prontamente e senza remore, a
scopo puramente politico e/o commerciale. La morte di Raffaele
Ciriello è stata una «tragica fatalità» oppure un «omicidio»?
Io c'ero quel giorno a Ramallah e la dinamica dei fatti non lascia
dubbi: che dire infatti quando il soldato di un carro armato in azione
di pattuglia, dopo aver puntato l'angolo di un palazzo, prende con
calma la mira e scarica sette proiettili calibro 7.65 su un target
scelto a caso, senza badare al fatto che impugna una telecamera e
non un kalashnikov?
Certo, si può dire che si è trattato di legittima difesa, dal momento
che i miliziani palestinesi che noi stavamo seguendo avevano in
precedenza sparato in direzione del tank con un kalasnhnikov. Ma è
sacrosanto anche asserire che si è trattato di un omicidio, sia perché
la reazione israeliana è stata non immediata, sia perché l'uso della
forza non è stato proporzionato al pericolo.
Né si può escludere a priori che ci sia stata premeditazione: la notte
prima gli israeliani avevano infatti sparato per mezz'ora sulle nostre
stanze d'albergo, al solo scopo di dissuaderci dal fare il nostro
lavoro, e quel maledetto 13 marzo sono stati feriti gravemente altri
due giornalisti.
Capisco perciò molto bene il turbinio di emozioni che animano in
questi giorni Giuliana Sgrena. Capisco innanzitutto la sua angoscia
nel ritrovarsi testimone oculare di una tragedia, in cui prevale non
l'esigenza di capire ma la smania di alimentare la polemica, in nome
di un'informazione sempre più «urlata». È umano in questi casi non
ricordarsi dei dettagli, confondersi, sbagliare. È invece diabolico
approfittarne, da parte dei colleghi, in nome di una presunta verità
che in realtà infangano ad ogni passo.
Capisco anche la scarsa fiducia di Giuliana nei confronti
dell'inchiesta varati dal governo Usa, quando è già palese che la sua
verità soggettiva verrà affogata nella ragion di stato, che ci impone
di venire a patti con gli americani. È successo anche nel caso di
Raffaele Ciriello. L'esercito israeliano ha assolto il soldato che ha
sparato sul nostro collega. Ed il governo di Tel Aviv si è rifiutato
di collaborare con la magistratura italiana che chiedeva la sua
identificazione. Ma il governo italiano non ha mai protestato,
immolando il nostro tanto esaltato orgoglio nazionale sull'altare
della convenienza politica.
Capisco infine la rabbia di Giuliana Sgrena nel ritrovarsi sul banco
degli imputati: proprio lei, che è stata una vittima. Con decine di
esimi colleghi e di illustri commentatori che si sono arrogati il
diritto di spiegarci come va fatto il lavoro degli inviati in guerra.
A questi signori non bisogna dare alcuna risposta. Perché è troppo
facile parlare dopo, quando c'è scappato il morto, regalandoci
lezioni di giornalismo. Dopo, seduti davanti alla tv, si è bravi
tutti. La morte invece esige il silenzio. Se non altro per rispetto
nei confronti di chi stava solo cercando di fare il proprio dovere.
Vale per Raffaele, per Giuliana e per Nicola Calipari.