L'Ue per la
libera stampa Incontro
all'Europarlamento tra il presidente Borrell e i direttori di diverse
testate europee
di Alberto D'Argenzio
24 marzo 2004
Fonte: il Manifesto
Liberare Florence ed Hussein e liberare le libertà di stampa, la
democrazia e la pace. L'hanno chiesto ieri al Parlamento europeo i
direttori di diversi mass media europei, da chi è toccato
direttamente, come Libération e il Manifesto, a chi
vuole condurre la medesima battaglia, El Pais, The Irish
Times, Die Welt, la Libre Belgique, l'estone Eesti Paevaleth
e la televisione francese Tf1. Con loro il presidente dell'Eurocamera
Josepp Borrell, in prima fila anche per la liberazione di Giuliana
Sgrena, i rappresentanti di organizzazioni internazionali della stampa
e di Reporters sans Frontières. Il tutto a 75 giorni dal rapimento
della giornalista francese e del suo interprete ed a appena tre ore
dall'inizio del vertice di primavara dei capi di stato e di governo.
Il messaggio è per loro: «Ricordiamo che non c'è libertà senza libertà
d'informare, ovunque - si legge nel cartellone-appello che alla fine
firmano tutti i partecipanti - questa libertà è un diritto
fondamentale che ognuno deve impegnarsi a difendere e promuovere.
Lanciamo un appello a tutte le istituzioni europee ed ai paesi membri
dell'Unione perché moltiplichino le iniziativa a favore dei due
ostaggi. E così diventino gli attivi difensori della libertà di stampa
senza cui non sapremmo parlare di democrazia. Oggi Florence ed Hussein
hanno bisogno di noi». Questa diventa la Dichiarazione di Bruxelles
per la libertà di stampa. Firma l'appello anche Jaqueline Aubenas,
madre di Florence, presente, minuta e forte. «Siamo viaggiatori della
libertà», dice alla fine inviando un saluto a Giuliana e ricevendo la
solidarietà di Gabriele Polo. «La cosa più dura è il disastro della
solitudine per 75 giorni», dice pensando alla figlia. Ai presenti
anche delle strisce di stoffa con i nomi di Florence ed Hussein da
legare al polso e tenere fino alla loro liberazione.
Il pensiero va anche a Fred Nérac, cameraman scomparso esattamente due
anni fa in Iraq, probabilmente ucciso dal «fuoco amico». Di lui non si
è mai saputo nulla. A Guy André Kieffer rapito in Costa d'Avorio il 16
aprile 2004. Ed anche agli altri 107 giornalisti attualmente
imprigionati nel mondo.
L'obiettivo della riunione è quello di sensibilizzare i 25 e tutta
l'opinione pubblica europea sul nesso che esiste tra libertà di stampa
e democrazia, un dibattito riesploso con i sequestri ma anche con la
guerra e l'informazione arruolata. Si parte così dalla liberazione di
Florence ed Hussein per arrivare a lanciare con forza la richiesta di
una Convenzione per i giornalisti. I presenti chiedono uno status ad
hoc che serva effettivamente per proteggere gli operatori
dell'informazione in tutte le condizioni, comprese le guerre.
«Non c'è democrazia - apre le danze il direttore di Libération
Serge July - senza libertà di informazione e non c'è libertà di
informazione senza libertà di circolazione e quest'ultima non c'è
senza istituzioni politiche che le garantiscono. Queste condizioni non
si realizzano in Iraq. I 25 devono spiegarlo ai cittadini europei».
«Negli ultimi 15 anni la situazione è peggiorata - il direttore del
quotidiano belga La Libre Belgique - dalla prima guerra del
Golfo, a quella in Jugoslavia, ed ora con la seconda guerra del Golfo
i giornalisti sono sempre più inquadrati e le guerre non sono più
classiche». «Ciò che succede in Iraq oggi - Bertrand Pecquerie del
Forum mondiale degli editori - può succedere domani in Giordania, in
Egitto, nel sud-est asiatico. Rapire un giornalista produce un ottimo
effetto mediatico. Siamo solo all'inizio, dobbiamo lavorare per la
protezione degli operatori dell'informazione». «Difendere la libertà
di stampa vuol dire difendere chi la fa - Robert Nemias della Tv
francese Tf1 - sul piano dei principi, e con tutte le differenze del
caso, sono la stessa cosa il rapimento di Florence e l'aggressione di
un poliziotto o di un militare a un giornalista».
E così la protezione per essere piena deve venire da fuori, dalla
politica. «Rischiamo di arrivare alla conclusione che in Iraq, come in
altre zone di guerra, l'informazione è impossibile - Gabriele Polo -
La libertà di stampa è un pilastro della democrazia ma i giornalisti
da soli non ce la fanno. È un obbligo della politica e della politica
europea in particolare creare le condizioni per permettere a tutti noi
di fare liberamente il nostro mestiere, trovando una soluzione
politica ai conflitti in corso. Oggi in Iraq si rischia di essere
arruolati o annullati, per cui anche chi fa il giornalista e lo vuole
farlo liberamente è un militante per la pace».
Il presidente dell'Eurocamera va via prima di firmare l'appello di
Bruxelles, ma lo condivide pienamente: «Il nostro sostegno alla vostra
causa è naturale. Sono convinto che non c'è democrazia senza libertà
d'informazione e che questa non può essere se i giornalisti non sono
messi nelle condizioni di esercitare il loro mestiere, anche nelle
zone di guerra, su tutte l'Iraq. Per questo condivido pienamente la
consegna di Reporters sans Frontières: non attendete che vi privino
dell'informazione per difenderla».