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Il gatto mannaro
di Stefano Marcelli

segretario generale di Informazione senza frontiere


31 marzo 2005


Vi ricordate la violenza dei manganelli e degli stivali dei poliziotti turchi che si accanivano contro le esterrefatte manifestanti per la festa della donna?
Sì, ce le abbiamo tutti ben stampate in quella coscienza collettiva che i media hanno la capacità di costituirci in fondo al subconscio. Restano come file in memoria, ma di rado riusciamo a ripescarli in fondo al nostro archivio sempre troppo popolato. Ebbene il premier turco Tayyip Erdogan se la prese non con i poliziotti che certo in quell’occasione  hanno dato un bel colpo  all’immagine internazionale del suo Paese candidato all’ingresso nell’UE, bensì con i giornalisti colpevoli di aver “esagerato” un “ incidente non serio” e di aver “ favorito interessi stranieri”.
Tutto questo accade mentre i giornalisti turchi stanno manifestando per strada e nelle redazioni contro il nuovo codice penale proposto dal governo Erdogan che prevede le manette per i reati di stampa.
Il rappresentante permanente dell’UE ad Ankara Hansjorg Kretschmer ha minacciato di chiedere ufficialmente al governo turco di modificare queste norme giudicando la libertà di stampa “cruciale per la democrazia”. Ma sui nostri media e nel nostro dibattito semiclandestino sull’allargamento europeo, di questi eventi non si parla, come peraltro del tentativo effettuato lo scorso anno da Erdogan di reintrodurre la penalizzazione dell’adulterio nell’ordinamento turco.
 Tentativo sconfitto dalla mobilitazione della stampa e della comunità internazionale.
Per fortuna Erdogan, tira dritto e parla a briglia sciolta come certi suoi amici premier e questo suscita reazioni a livello europeo. Così l’Unione Europea è intervenuta nuovamente a livello ufficiale sul governo di Ankara per richiamarlo al rispetto dei giornalisti e all’eliminazione delle norme carcerarie contro di loro contenute nel nuovo codice. A riaccendere i riflettori sul leader del partito religioso turco, la sua pesante campagna repressiva ai danni di due giornali satirici colpevoli di averlo raffigurato sotto le sembianze di animali nelle loro vignette.
Ora nel mirino di Erdogan e suoi giudici c’è la rivista Penguin che aveva lanciato dell’Erdogan-animale in solidarietà con Leman, il cui vignettista Musa Kart è stato condannato dieci giorni fa a risarcire il premier con cinquemila euro.
Il collega Musa Kart aveva raffigurato Erdogan come un bel gattone che si era imprigionato da solo tra i fili di un enorme gomitolo. Si era avuto cura di escludere dalle vignette gli animali considerati impuri dal Corano , ma il giudice è stato inflessibile nel sanzionare l’oltraggio al premier.
Il gatto è animale sacro al Profeta, ma Erdogan (come molti politici che fanno riferimento a identità religiose) dimentica i precetti dell’islam e continua a manifestare esplicita e minacciosa insofferenza verso ironia, satira, insomma la libera espressione del pensiero e del dissenso. 
Un altro precetto che dovrebbe tener presente è che non si fa una democrazia senza accettare l’esercizio della critica e il pluralismo delle idee e del giornalismo.
Non sappiamo dire se il mancato rispetto di questa regola possa o meno ostacolargli l’ingresso nel regno dei cieli. Di certo, e dovrebbe averlo capito, gli renderà molto ripida la strada verso l’Europa. Ammesso che questo gli interessi davvero. Il gatto Erdogan potrà mangiare qualche topolino giornalista, bastonare le donne, continuare a perseguitare i curdi, ma non arriverà al lardo.
   
   

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