Intervista con Roberto Reale autore di
Ultime Notizie
Indagine sulla crisi dell'informazione in Occidente. I rischi per la
democrazia
Hai dedicato il prologo del tuo
libro a Dan Rather. Perché?
Perché la sua sembra una vicenda italiana. Un direttore di una tv
costretto alle dimissioni dopo una polemica col governo. Ma è invece
in tutto e per tutto una “storia americana”. Col suo protagonismo Dan
Rather non è stato certo un santo. Figuriamoci: ha guidato Cbsnews per
24 anni. Adesso però tutti lo ricordano unicamente per lo scoop
fasullo sul mancato servizio militare di George W. Bush. Un infortunio
che gli è costato il posto. Si è persa invece completamente memoria di
un altro fatto recente: che CbsNews è stata la prima fonte ( il 28
aprile 2004) a dare notizia delle torture nel carcere di Abu Ghraib.
Perché questa asimmetria? Che cosa succederà quando in tv non ci
saranno più inchieste e approfondimenti graffianti? Ci è sembrato
questo un buon punto di partenza.
“Ultime notizie”. Un titolo per richiamare l’attualità?
Non solo. Certo è un saggio che parla di “storia contemporanea”, di come è cambiato il rapporto informazione/potere dal 2001 a oggi. Ma quell’aggettivo “ultime” contiene una ambiguità voluta, perché nel mondo sta mutando il senso del termine “notizie” così come l’abbiamo inteso per tutto il novecento.
Parli della fine del giornalismo?
Ovviamente no, ma del venir meno di un modello; quello del giornalista/sentinella, difensore civico della collettività. Oggi questa figura conta molto meno di alcuni decenni fa. Negli anni 2000 quando il “quarto potere” si è scontrato con il primo ( quello vero) ha rischiato di essere fatto a pezzi. E per la democrazia il problema è enorme. E’ in crisi l’ideale del cittadino capace di prendere decisioni in modo informato e consapevole.
Nella quarta di copertina dite che il vostro proposito è stato di fotografare cosa c’è ad ovest di Berlusconi. Perché?
Perché è a Occidente che si possono trovare le risposte fondamentali. Che l’Italia sia la terra del conflitto di interessi lo sappiamo. E il libro non lo nasconde certo. Ma volevamo mettere seriamente a confronto la nostra anomalia con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna del dopo 11 settembre e del tempo delle “menzogne irachene” . Per capire come si sviluppa il rapporto fra politica e informazione a livello planetario. Per scoprire quale sarà il futuro anche nel “dopo Berlusconi”.
A che conclusioni siete giunti?
Che l’Italia resta un laboratorio negativo. Ma è il caso estremo di una malattia ben presente a Occidente. Il giornalismo scritto negli Stati Uniti è estremamente debole. La televisione ( in primo luogo le cable/tv, i canali allnews come la Fox) propone un’informazione acritica, superficiale, salottiera. Il tutto è dominato da una cultura conservatrice e censoria dove la principale catena radio ( Clear Channell) è arrivata a mettere al bando persino Imagine di John Lennon, ritenuta una canzone troppo pacifista.
E i giornalisti che fanno?
I più avvertiti sentono la crisi. Ma non riescono ad adottare contromisure. Accettano le regole di un sistema dominato da pubblicità e interessi commerciali. Molti poi si adeguano. Basti un esempio: per trovare un’intervista tv in cui nel 2004 si facessero al Presidente Bush domande vere, siamo dovuti andare a cercarla nella tv pubblica irlandese. Quelle fatte in America erano comparsate, come nei nostri talk show.
Irlanda, Europa. Vi siete occupati anche nel dettaglio della BBC. Perché?
Per ricostruire in modo originale il caso Blair/BBC e raccontare come una ricerca dell’ Università del Galles avesse dimostrato che fra tutti i telegiornali della sera quello di BBC1 fosse stato il più governativo, il meno “pacifista”…
E allora come si spiega lo scontro fra emittente e governo?
Con la volontà di controllo dell’esecutivo e con la coda di paglia degli uomini che curavano le pubbliche relazioni di Blair. Hanno sfruttato un errore dell’emittente ( una notizia data alla radio ma non sufficientemente provata) per scatenare un’offensiva che facesse scomparire dalle prime pagine le falsità dette dal governo sulle armi di distruzione di massa di Saddam. Ma la BBC è importante anche per altre ragioni…
Quali?
Perché è il crocevia da dove passa il futuro del sistema globale della comunicazione. Perché compete sul mercato con le grandi corporation americane che la temono e perché rappresenta il servizio pubblico europeo più autorevole. A tale proposito è interessantissimo un sondaggio internet promosso dal governo. I cittadini britannici a grande maggioranza hanno detto di voler continuare a pagare il canone. Chiedono che l’emittente resti indipendente e credibile. Una lezione anche per l’Italia.
Nel libro vi occupate anche degli scenari più avanzati dell’informazione, fotografia digitale, internet. Che cosa è emerso?
Ci sono centinaia di storie straordinarie da raccontare. Poco note in Italia. Una “comunicazione dal basso” che cambia le regole del gioco e allarma i potenti. Basti pensare che il Pentagono recentemente ha realizzato uno studio in cui si dice che “nel nostro tempo è l’attenzione del pubblico la risorsa limitata, non l’informazione”. Gli strateghi della Difesa americana ritengono fondamentale catturare questa attenzione. Chi lo fa vince, sostengono.
Il libro è presentato come una vera e propria indagine, ci sono molti documenti inediti in Italia. Alcuni li pubblicate tradotti integralmente. Ce n’è qualcuno che ti pare particolarmente significativo?
Sicuramente ho trovato straordinaria l’intervista di Bruce Springsteen alla rivista RollingStone in cui l’artista accusa la stampa di aver lasciato solo il paese ( “the press has left the country down”). Ma il documento più interessante è costituito dai risultati di un sondaggio sulle “Impressioni sbagliate, i Media, l’Iraq”. Rivela in modo assolutamente scientifico come la tv ( non solo la Fox) abbia avuto “effetti devastanti” sulla percezione da parte degli americani degli eventi iracheni. Pensate che addirittura un cittadino su cinque, a distanza di mesi dall’attacco, era convinto che Saddam non solo avesse le armi di distruzione di massa ma che le avesse usate nel 2003 contro i marines in marcia su Baghdad. E’ una lettura da consigliare a chi in Italia sostiene che il controllo politico\culturale della tv non produca conseguenze sull’opinione pubblica.
Molti documenti americani e inglesi. Chi ha lavorato a questa “impresa”?
Il nostro non è un libro scritto da americanisti, ma il risultato di un progetto di studio promosso da un’associazione: “Informazione Senza Frontiere”. E’ frutto dell’attività di un gruppo di lavoro che ha tratto da Internet la fonte primaria della propria documentazione. Importante è stato anche l’apporto di Aidan White il segretario della Federazione Internazionale dei Giornalisti che ha dato valore alla nostra ricerca con la sua prefazione. Con molta chiarezza ha scritto che la fiducia del pubblico nei media non è mai stata bassa come oggi. E’ su questo che bisogna riflettere a fondo. Per guardare al futuro che si profila anche per noi italiani. Quando finalmente riusciremo ad andare “oltre il conflitto d’interessi”.
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