Studenti in
cerca di dissenso
di Anna Camaiti Hostert
27 aprile 2005
Fonte: il Manifesto
Negli Stati Uniti la guerra in
Iraq ha portato in evidenza, tra molti gravissimi problemi, anche la
mancanza di una partecipazione attiva dei giovani nella società
civile. Le università, dove negli anni Sessanta è nato e prosperato il
movimento pacifista contro la guerra in Vietnam e dove si sono formati
gran parte dei leader impegnati nelle battaglie per i diritti civili,
non sono più luoghi di protesta e di formazione del dissenso. Gli
studenti sembrano sempre meno interessati a prendere parte ai processi
di trasformazione della società che li circonda: è calato, e continua
a calare, il numero di quelli che vanno a votare e che si dimostrano
coinvolti nel processo di elaborazione delle decisioni. E anche i
giovani che leggono i giornali o che seguono abitualmente le notizie
nazionali e internazionali alla televisione sono sempre di meno. Come
è naturale, il fenomeno mette in allarme parte dei media e soprattutto
l'intellighenzia liberal di questo paese che considera una
partecipazione attiva dei giovani alla vita sociale e politica, non
solo come l'unico modo per formare una nuova generazione di leader, ma
soprattutto come la strada necessaria per sviluppare una dialettica
democratica. Con questo obiettivo è nato l'American Democracy Project
(Adp) che intende creare nei campus universitari americani un
rinnovato interesse nei confronti dell'impegno civile e sociale e si
rivolge soprattutto agli studenti undergraduate iscritti alle
università pubbliche. Il progetto coinvolge 144 campus che
rappresentano più di un milione e trecentomila studenti ed è
sponsorizzato e codiretto dal New York Times e dall'American
Association of States Colleges and Universities (Aascu),
un'associazione che, allo scopo di sviluppare il dibattito negli
atenei statali, ha rivolto agli amministratori delle università un
appello perché l'impegno degli studenti venga incoraggiato attraverso
progetti, corsi e insegnamenti curriculari e extracurriculari.
Si inserisce all'interno di questo progetto il convegno studentesco su
«Dissenso e democrazia» che si è tenuto nei primi giorni di aprile in
Florida a Boca Raton e che è stato organizzato dal dipartimento di
Comunicazione della Florida Atlantic University, in occasione del
quinto anniversario del programma di dottorato in Comparative
Studies centrato sulla figura dell'«intellettuale pubblico». Il
programma - nota Anthony Tamburri, vicepreside della facoltà di studi
umanistici della Fau - è nato dall'esigenza di «dare agli studenti
l'opportunità di trasgredire i confini di una ricerca
monodisciplinare: la figura del public intellectual, riportando
in primo piano l'interesse verso la res publica, risulta
infatti particolarmente significativa al fine di integrare i principi
teorici con la pratica sociale».
Anche il convegno, del resto, si è posto, per usare le parole di Becky
Mulvaney, docente di retorica nel dipartimento di Comunicazione e
organizzatrice dell'iniziativa, come una «sessione interattiva, utile
per incoraggiare gli studenti a discutere sul significato del dissenso
in rapporto ai diritti e alle responsabilità di quella che viene
definita una 'cittadinanza democratica'», intrecciando la teoria
politica con la pratica sociale. «L'obiettivo a cui miriamo - afferma
ancora Mulvaney - è di creare una sorta di rapporto tra arte e
attivismo per riflettere su forme di protesta che tengano conto
dell'interazione dei processi democratici con le azioni dei movimenti
sociali, dei media e delle istituzioni governative».
Figura centrale dell'incontro - una vera e propria jam session
che ha coinvolto, accanto agli studenti, anche gli amministratori
dell'università e attivisti di vari movimenti (erano presenti fra
l'altro anche i rappresentanti di Indymedia che hanno proiettato il
documentario The Miami Model sulla protesta e gli assalti della
polizia alla manifestazione della Free Trade Areas of the Americas del
novembre 2003) - è stato Todd Gitlin, noto esponente del movimento
contro la guerra del Vietnam e presidente, negli anni Sessanta,
dell'organizzazione Students for a Democratic Society.
Gitlin, che attualmente è docente di Giornalismo e di Sociologia alla
Columbia University ed è l'autore di numerosi saggi, nel suo ultimo
testo, Letters to a Young Activist, descrive la differenza tra
due periodi storici, due guerre e due generazioni di attivisti contro
la guerra. Sebbene le sue posizioni non trovino d'accordo la giovane
esponente del movimento antiglobalizzazione Naomi Klein, che le
ritiene troppo moderate e pertanto insoddisfacenti, lo studioso - che
ha dichiarato di «avere cominciato a non avere più sensi di colpa a
contatto con la parola potere solo verso i cinquant'anni» -
pone nel piccolo e appassionato pamphlet importanti questioni alle
nuove generazioni che non hanno rinunciato al desiderio di cambiare il
mondo. Con lui abbiamo parlato dei temi di attualità che il convegno
ha sollevato e in particolare della guerra in Iraq e dei movimenti
pacifisti.
Nel suo libro, «Letters to a Young Activist», lei mette in
parallelo la guerra in Vietnam e quella in Iraq. Ma non ritiene che le
differenze fra i due paesi siano tali da rendere molto difficile un
reale confronto?
In effetti, i due paesi attaccati dagli Stati Uniti, il Vietnam e
l'Iraq, sono molto diversi sia sul piano culturale, sia dal punto di
vista politico. Il primo, che usciva da un passato coloniale, era
stato artificialmente diviso dalla Francia che lasciava le consegne
del suo potere nelle mani degli americani. Quanto all'Iraq, anch'esso
proveniva da un passato coloniale ma da anni si trovava nelle mani di
un dittatore spietato che governava il suo popolo con regole ferree e
un potere sanguinario. Pure, quello che mi interessa maggiormente sono
le analogie fra queste due guerre, nate entrambe sulla base di falsi
pretesti e di bugie: quarant'anni fa, il conflitto è stato
giustificato agli occhi degli americani presentando un'immagine del
Vietnam del nord come aggressore, mentre nel caso dell'Iraq ormai non
è un segreto per nessuno che la guerra è stata basata su fabbricazioni
di false verità. Tuttavia i due conflitti, seppur costruiti su una
montatura, hanno prodotto risultati differenti. Gli unici effetti
della guerra in Vietnam, oltre a una sconfitta, sono stati morte e
distruzione. La guerra in Iraq è più complicata perché anche se i
motivi addotti da Bush per giustificare la sua ostinazione sono
ovviamente falsi, non si può negare che in Iraq ci fosse una tirannia,
che controllava la popolazione attraverso il terrore e aveva mire
espansionistiche ai danni di altri paesi. Io mi sono battuto contro
questa guerra perché, sebbene fossi convinto che esistessero legittimi
motivi di carattere internazionale per fermare Saddam Hussein, pensavo
che questo risultato si sarebbe potuto ottenere con altri mezzi. Mi
riferisco a quelle che sono state denominare «sanzioni intelligenti» e
«ispezioni obbligatorie» nelle mani di organismi internazionali quali
l'Onu. Portando la guerra in Iraq, Bush ha tradito l'interesse della
comunità internazionale che si stava adoperando per fermare le
attività illegittime di Saddam Hussein.
E oggi, secondo lei, quale dovrebbe essere la posizione degli Stati
Uniti e della comunità internazionale? Lasciare l'Iraq, come auspicano
i movimenti pacifisti, o restare nel paese?
Molte volte nella storia azioni intraprese per motivi sbagliati
determinano risultati auspicabili. L'effetto di questo conflitto
ingiusto è che Saddam Hussein è stato detronizzato. Continuo a pensare
che ogni guerra sia odiosa, e che questa non faccia eccezione: decine
di migliaia di cittadini iracheni sono stati uccisi e circa
millecinquecento soldati americani sono morti. Ma al tempo stesso,
penso che sia necessario porci di fronte alla situazione attuale e
constatare che qualcosa è cambiato. Per questo, per il fatto che
finalmente ci troviamo di fronte alla possibilità di una società
irachena autonoma e popolare - una possibilità che ha bisogno di
essere sostenuta senza il controllo delle basi militari - sono
persuaso che sarebbe errato abbandonare questo paese a se stesso, e
che la comunità internazionale, la Nato e l'Europa, in un certo senso
colpevoli di avere girato le spalle all'Iraq, dovrebbero essere invece
di supporto primario a quel paese sul piano economico e politico.
L'occupazione americana non è una soluzione ma non è un'opzione
praticabile neanche la scelta di andarsene, lasciando il popolo
iracheno in balia di fazioni di fanatici che potrebbero avere il
sopravvento. Esiste una responsabilità collettiva verso quel paese il
cui governo si sta avviando, e uso un termine in fieri, verso
la democrazia. Le elezioni di gennaio sono state, sotto questo
profilo, importanti, e meritano attenzione e considerazione. Pertanto
se i movimenti contro la guerra in Iraq e contro l'occupazione
americana, o meglio della coalizione di cui fa parte anche l'Italia,
si limitano a esprimere una semplice protesta, credo che non
raggiungano nessun risultato positivo. In Iraq si stanno muovendo
forze contrapposte alcune delle quali potrebbero portare il paese
indietro verso un regime antilibertario. Adesso più che mai è ora che
i movimenti contro la guerra si mobilitino e riescano a esprimere, in
termini concreti, solidarietà al popolo iracheno. Moralmente ritengo
obbligatorio, al di fuori delle soluzioni militari, sostenere la
società civile di quel paese.
A proposito di dissenso e democrazia, come è possibile creare negli
studenti un rinnovato senso dell'impegno civile e una capacità
critica, specie nei confronti di un tema come la guerra, così
importante per il futuro delle nuove generazioni?
Anche se naturalmente non ho ricette miracolose, ritengo che
l'università rappresenti un'arena essenziale per esporre gli studenti
a un impatto critico che è necessario sia nell'individuazione di
soluzioni diverse per i vari problemi sia nella formazione dello
stimolo a essere parte attiva di una società democratica. Come
docente, non mi interessano le conclusioni a cui gli studenti possono
giungere, che invece ovviamente mi premono come cittadino. Quello che
trovo importante è che i giovani riescano a capire le ragioni per cui
credono in certe cose e a comprendere che esistono altri modi di
pensare e di agire. Il compito principale dell'università rispetto
alla formazione dei cittadini consiste appunto nel far sì che gli
studenti, analizzando gli elementi che stanno alla base del loro modo
di pensare, si aprano anche alla possibilità di poter cambiare idea.
Se i giovani lasciano l'università esattamente con le stesse idee con
le quali sono arrivati, allora l'istituzione ha fallito la sua
missione, perché non ha educato nessuno, ha solo rinforzato
pregiudizi. Soltanto la possibilità di scegliere tra opzioni
differenti e qualche volta conflittuali crea quell'apertura mentale
che è necessaria alla dialettica democratica.
Quale può essere il ruolo dei media in questa situazione? Molti
sono convinti che la funzione della stampa e soprattutto della
televisione sia solo negativa. Lei è d'accordo con questo punto di
vista?
I media sono strumenti fondamentali della democrazia. L'idea che oggi
siamo corrotti dai media visuali e che l'università dovrebbe
correggere ed eliminare questa stortura è sbagliata, o per lo meno è
semplicistica. Certo, ormai in tutto il mondo, gli studenti, e in
genere i giovani, sono immersi in una cultura mediatica e ne hanno
assorbito il continuo bombardamento. Gli effetti che ne sono derivati,
una ricerca continua di distrazioni immediate e di emozioni effimere,
sono estremamente nocivi alla vita della mente e in particolare a
quella forma di riflessione ponderata che una società democratica
richiede. In questo senso, è necessario che le università promuovano
iniziative diverse rispetto a quello che propone invece il mercato e e
riescano a stimolare i propri studenti ad agire nel sociale. Ma le
modalità con cui si possono raggiungere questi scopi sono diverse, e
non è detto che non attingano proprio agli stessi media: il cinema
nelle sue forme di fiction e di documentario, la musica e tutto
il mondo dello show business sono strumenti essenziali, ma
devono poter incoraggiare le capacità critiche senza diventare fini a
se stessi. In questo senso i docenti hanno la responsabilità di aprire
le menti dei giovani a diverse possibilità di vedere il mondo e le
culture altre, insegnando loro che è possibile elaborare anche
progetti concreti, alternativi alle proteste spesso sterili mosse all'establishment.
Questo devono potere fare i movimenti contro la guerra e con essi
tutta l'ala liberal delle società democratiche.
Eppure, proprio in un momento in cui sembra necessario alzare la
voce per esprimere un disaccordo forte nei confronti della guerra e
più ancora della visione politica e culturale che l'ha resa possibile,
negli Stati Uniti come anche in Europa l'espressione del dissenso
appare spesso debole e frammentata.
Quello che manca alla sinistra sono i punti d'accordo. Negli Usa, ma
anche in Europa, la sinistra si presenta divisa rispetto a una destra,
che al contrario è molto compatta, e non sembra avere paura delle
gerarchie, di credere nei propri leader e di sostenerli. Noi dobbiamo
imparare la lezione di Gandhi, la cui protesta non si poneva mai come
fine a se stessa, ma presentava un'alternativa attraverso quella forza
dell'anima con cui riusciva a trasformare il nemico, a vedere in lui
l'umanità. E anche noi possiamo vincere trasformando il mondo soltanto
se riusciamo a trovare maggiori punti di contatto e di coesione tra le
forze interessate al cambiamento e se riusciamo individualmente a
vivere in un modo differente.
Todd Gitlin
Docente di giornalismo e sociologia alla Columbia University, fa parte
anche del comitato editoriale delle riviste «Dissent» e «The American
Scholar» e collabora abitualmente al Los Angeles Times, al
New York Times e al settimanale The Nation, è da diversi
anni uno dei più ascoltati osservatori della società e della cultura
americana, attento in particolare all'evoluzione dei media negli Stati
Uniti. I suoi libri più noti sono Uptown: Poor Whites in Chicago
(1970); Busy Being Born (1974); The Whole World is Watching:
Mass Media in the Making and Unmaking of the Left (1981);
Inside Prime Time (1983); The Sixties: Years of Hope, Days of
Rage (1987); Watching Television, (1987); The Murder of
Albert Einstein (1992); The Twilight of Common Dreams: Why
America is Wracked by Culture Wars (1995); Sacrifice (1999)
e Media Unlimited: How the Torrent of Images and Sounds Overwhelms
Our Lives (2002). Questo ultimo testo è stato tradotto in italiano
con il titolo Sommersi dai media. Come il torrente delle immagini e
dei suoni invade le nostre vite (Etas, 2003). Il suo saggio più
recente è Letters To a Young Activist, pubblicato nel 2003 da
Basic Books. Dopo l'11 settembre, Gitlin, che negli anni Sessanta era
stato uno degli esponenti più in vista del movimento contro la guerra
in Vietnam, ha preso posizione contro l'intervento militare americano
in Iraq e ha dichiarato che l'essenza stessa della politica americana
nella cosiddetta «war on terror» è una «monumentale arroganza».
Secondo Gitlin, questa arroganza non rappresenta soltanto la
caratteristica più evidente della politica estera del presidente Bush,
ma «è, nei fatti, la sua politica estera».
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