LA CASA DELLE (MEZZE) LIBERTA’
di Stefano
Marcelli
segretario generale di Informazione Senza Frontiere
29 aprile 2005
La notizia: la
Casa delle Libertà è riuscita a far collocare l’Italia fra i Paesi “parzialmente liberi“ per quanto riguarda la libertà di stampa.
La spiegazione: l’associazione statunitense Freedom House, una delle
più autorevoli al mondo nella difesa dei diritti umani, fondata nel
1945 da Eleanor Roosvelt, ha appena pubblicato il suo rapporto sulla
libertà nel mondo e quello specifico sulla libertà di stampa. Il
rapporto punta il dito soprattutto sulla Russia e su gran parte degli
ex Paesi socialisti collocandoli nella categoria dei Paesi non liberi.
Ma se si cerca l’Italia, nella classifica della libertà di stampa,
bisogna scorrere un terzo del rapporto e arrivare fino alla tabella
77, quella dove, finiti i Paesi “free“, inizia l’elenco di quelli
“partly free”. Dopo Bolivia e Bulgaria, si trova finalmente il nostro
Paese, seguito a ruota dalla Mongolia.
Dopo aver appena ascoltato il presidente del Consiglio che alla Camera
e al Senato ha appena spiegato di aver eletto il presidente della
Commissione Europea, aver dispensato consigli ai grandi della terra,
indirizzato la politica economica comunitaria e aver portato il
benessere al nostro grande Paese, come dimostrano le vendite di
telefonini, automobili e l’aumento delle rendite immobiliari oltre
allo strapotere delle opposizioni nel controllo dei media, questo
stato di classifica in compagnia dei derelitti della terra e dei
principi liberali, ci arriva come uno schiaffo.
In particolare a chi, come noi di Informazione senza frontiere, dedica
il proprio impegno a mobilitare colleghi dei Paesi arabi o dell’Est
europeo sul fronte della libertà di informazione e pubblica alert
internazionali e rapporti che denunciano le violazioni in atto in
tutto il mondo. Potremo avere ancora credibilità sul fronte
internazionale dopo la pubblicazione di questa vergognosa classifica?
Per questo non possiamo farla passare inosservata ed è anzi nostro
precipuo dovere denunciarla prima di tutto di fronte agli italiani.
Potremmo chiedere a un collega iracheno, algerino, iraniano o russo di
rischiare la vita in difesa del sacrosanto principio della libertà
d’espressione se non potessimo dimostrare di fare lo stesso in uno
stato democratico?
Il rapporto di Freedom House riprende l’allarme lanciato lo scorso
anno dai giornalisti del Corriere della Sera per interferenze
politiche sulla linea editoriale del giornale. Si racconta che il
“media magnate” Silvio Berlusconi, che dal 2001 è Primo ministro,
controlla otto giornali nazionali e sei dei sette network televisivi
italiani, i tre di Mediaset e i tre canali di Stato della Rai. Si cita
anche il rapporto dell’Osservatorio di Pavia secondo il quale, nel
mese di febbraio, le presenze televisive di Berlusconi ammontano al 42
per cento del totale di quelle dei politici.
Si giudica anche che la norma che doveva risolvere il conflitto di
interessi fra il businnes privato e il ruolo di primo ministro, si sia
risolta in un “little impact on Berlusconi’s media empire”. Per quanto
riguarda la legge Gasparri, il giudizio di Freedom House è che
“renforces Berlusconi ‘s power over the media”.
Si conclude ricordando la sentenza della Corte Costituzionale del 2002
che imponeva il trasferimento su satellite di Retequattro nel febbraio
del 2004, trasferimento, osserva il rapporto, che avrebbe comportato
una considerevole perdita di valore per il canale.
Nel rapporto si parla anche della cacciata di Lucia Annunziata e Lilli
Gruber dalla Rai.
Si può dunque dire che, Oltreoceano, è giunta l’essenza della
“questione italiana”, impasto greve di impero mediatico, conflitto di
interessi politico- istituzionale, e praticata con clamorosi colpi di
mano legislativi e banali epurazioni di professionisti non graditi.
Che fare, ora, per reagire a quel pesante senso di vergogna che il
rapporto di Freedom House ci produce? L’elenco delle proteste formali,
delle denunce, delle iniziative persino di piazza su questi temi è
ormai completo.
Certo è che in una democrazia compiuta l’apparato istituzionale
prevede un bilanciamento di poteri che funziona da antidoto a certe
derive di predominio individuale sull’interesse collettivo.
Il Presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale, le varie
Autorità interessate sia al mondo della comunicazione che a quello
della libera concorrenza hanno strumenti e indipendenza tali da poter
intervenire. Ma possiamo dire che, oggettivamente, finora non lo hanno
fatto e il “Berlusconi’s media empire” si allarga e si rafforza
incontrollato. Anzi, la lettera con la quale il coordinatore di Forza
Italia Bondi ha replicato all’editoriale del Corriere della Sera
sull’indipendenza della magistratura ha un tono talmente minaccioso da
far temere una prossima recrudescenza della pressione politica delle
forze di governo sui media, già denunciata da Freedom House.
Sul processo di rinnovo del consiglio di amministrazione della Rai,
peraltro dettato dalla legge Gasparri, quello che si tenda a
congelarlo di fatto, impedendo la convergenza su vertici bipartisan,
appare più di un sospetto.
C’è un ultimo strumento democratico a cui spetterebbe l’ultima parola
per invertire questo Stato di “partly freedom” in cui viene ormai
classificato il nostro Paese: il Parlamento. Non c’è dubbio che è
all’organismo rappresentativo su cui si fonda la legittimità della
nostra Repubblica che spetta il compito di garantire l’effettivo
rispetto dei diritti costituzionali e la correttezza democratica della
nostra società. Abbiamo sentito dire in questa crisi di governo che
non c’è nessuna monarchia tra i soggetti che lo compongono. Eppure
nessuno, nemmeno fra i più critici della Casa delle Libertà, ha mai
fatto accenno a questi temi che minano la credibilità stessa della
nostra Repubblica ormai a livello internazionale.
In un capitolo introduttivo del Rapporto sulla Libertà nel Mondo di
Freedom House si citano le riflessioni del sociologo Fareed Zakaria
sulla democrazia senza libertà. Si riflette, tra l’altro, sulla
contraddizione che si determina in alcuni Paesi tra l’esercizio
formalmente libero di elezioni democratiche e il sostanziale controllo
dei mezzi di informazione da parte di chi detiene il potere, che di
fatto ne limitano molto gli effetti.
“La democrazia è in pieno rigoglio, il liberalismo no”, osserva
Zakaria guardando agli ex Paesi socialisti. Forse qualcuno dovrebbe
cominciare a preoccuparsi anche qui.
Il rapporto è
consultabile in inglese al sito web:
http://www.freedomhouse.org/research/pressurvey.htm
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