di
Roberto Reale
9 maggio 2005
Le sorti politiche del premier Blair, nel “dopo Iraq” risultano
certamente legate a quattro fattori: la sua forte personalità, la
spregiudicatezza dei comportamenti, le dinamiche interne al partito
laburista, la debolezza degli avversari conservatori. Alan
Rusbridger, direttore del Guardian quotidiano liberal, lo ha definito
nel gennaio 2004 “ un politico inaffondabile”. Lo stesso giornale ha
però avvertito i lettori: “ I modelli di Blair sono Putin e
Berlusconi: quando i media diventano un impiccio, fai qualsiasi cosa
per neutralizzarli”.
Greg Dyke, direttore generale della BBC, era stato costretto a
dimettersi, insieme al presidente Gavyn Davies e al reporter Andrew
Gilligan, alla fine di gennaio del 2004 dopo la pubblicazione della
sentenza emessa dal giudice Brian Hutton. Un verdetto che aveva
chiuso un durissimo contenzioso. Lo scontro si era aperto a seguito
di una trasmissione radio del 29 maggio 2003 nel corso della quale
Andrew Gilligan aveva accusato il governo di aver deliberatamente
“gonfiato” il rapporto presentato al Parlamento britannico il 24
settembre 2002. Una comunicazione in cui il premier inglese
aveva drammaticamente comunicato al paese che c’erano le prove che
Saddam fosse pericolosamente in possesso di un arsenale di armi di
distruzione di massa. Un apparato bellico così sofisticato da poter
entrare in azione dopo soli 45 minuti dall’ eventuale ordine di
attacco impartito dal Rais.
Il braccio di ferro fra l’esecutivo e il più prestigioso strumento di
informazione del paese, sviluppatosi lungo l’arco di otto mesi di
infuocate polemiche, era terminato con la pesantissima decisione
del magistrato che aveva ritenuto la BBC colpevole di aver mandato
in onda, senza sufficienti verifiche, una accusa/notizia che avrebbe
ingiustamente calunniato l’onorabilità del governo di Sua Maestà. Lord
Hutton il 28 gennaio 2004 aveva stabilito che quelle di Gilligan
fossero state “illazioni infondate” e che la BBC non avesse vigilato
permettendo la diffusione del report del giornalista. Ad uscirne
bene era stato solo il primo ministro Tony Blair, che non era stato
chiamato in alcun modo a rispondere della sostanza del problema: i
contenuti palesemente falsi della relazione che proprio lui aveva
letto al Parlamento. Eppure nel 2004 - persino a Lord Hutton - doveva
essere ormai chiaro che le armi chimico/biologiche di Saddam non
esistessero così come era palesemente evidente e tutti che non c’era
mai stata nessuna “oliata macchina bellica irachena” in grado di
reagire in soli 45 minuti. Dello staff governativo a pagare per
quanto avvenuto è stato pertanto, nella fase calda dello scontro,
unicamente Alastair Campbell, lo spin doctor ( il
manipolatore/suggeritore) del primo ministro, il potente direttore
della comunicazione di Downing Street che si era a sua volta dimesso
dall’incarico il 29 agosto 2003.
La morte dello scienziato testimone
Ma la vera vittima di tutta questa intricata vicenda era stata
in verità un’altra: il dottor David Kelly, consulente scientifico del
governo inglese sui temi della guerra chimica e batteriologica,
trovato senza vita coi polsi tagliati nelle campagne dell’Oxfordshire
il 18 luglio 2003. Il verdetto ufficiale riguardante il decesso aveva
parlato inequivocabilmente di suicidio, una tesi peraltro
contraddetta successivamente da alcuni testimoni che avevano avanzato
il dubbio che il dottor Kelly fosse morto in un luogo diverso da
quello dove era stato poi ritrovato.
E’ stato comunque questo l’ evento che ha tinto di giallo l’intera
storia. Lo scontro fra politica e informazione aveva provocato la
perdita di una vita umana, la scomparsa di un testimone eccellente,
dell’unica persona che avrebbe potuto probabilmente fare luce sulla
dinamica degli avvenimenti. Una morte insomma destinata a pesare
sulla coscienza di molti. Soprattutto di quelli che avevano interesse
a nascondere la verità. Ma perché David Kelly era così importante?
Perché era stato lui l’uomo che aveva fornito a Andrew Gilligan e ad
altri giornalisti, anche della stessa BBC, le informazioni secondo le
quali nella comunità degli esperti dell’intelligence britannico erano
maturate fortissime perplessità sulle scelte e sull’ operato del
governo circa la questione irachena. Questi “addetti ai lavori” non
condividevano la drammatizzazione del pericolo Saddam. Capivano che
fosse indispensabile al potere politico per superare le resistenze
del Parlamento e dell’opinione pubblica inglese contraria alla guerra.
Ma ritenevano non fosse suffragata da sufficienti dati concreti. Non
sapremo probabilmente mai - dopo la scomparsa del microbiologo -
quanti fossero e quali ruoli ricoprissero questi 007 critici nei
confronti delle esagerazioni anti Saddam. Sappiamo solo che ad alcuni
di loro non erano piaciute proprio le frasi pronunciate da Blair nel
settembre 2002 di fronte alla Camera dei Comuni. Parole che meritano
di essere rilette.
Il servizio d'intelligence è arrivato alla conclusione che l'Iraq è in
possesso di armi chimiche e batteriologiche, che Saddam ha continuato
a fabbricarle, che ha piani militari di pronta efficacia per l'uso
delle armi chimiche e batteriologiche, che possono essere attivate
nell'arco di 45 minuti, anche contro la propria gente; e che sta
attivamente tentando di acquistare strumentazioni per armi nucleari.
Su queste informazioni, fornite in modo plateale e angosciante al
paese, si è pronunciato il 14 luglio del 2004 anche un secondo
giudice, Lord Butler di Rockwell. Il suo compito era quello di
valutare nel merito le responsabilità di quanto era stato detto di
fronte alla Camera dei Comuni. Il verdetto ( simile a quella di un
analogo organismo senatoriale statunitense) è stato
straordinariamente pilatesco: ci fu un grave errore, ma Blair lo
commise in buona fede. Se proprio si fosse dovuto cercare qualcuno
che avesse sbagliato, allora conveniva piuttosto pensare ai servizi
segreti. “ Non ci sono prove di deliberate distorsioni del rapporto o
di colpevoli negligenze” ha scritto Lord Butler nelle 196 pagine del
suo “articolato giudizio”. Questo vuol dire che le false informazioni
sulle armi di distruzione di massa furono sì fornite ai cittadini ma
che non si potevano riscontrare responsabilità dirette, personali. Le
uniche colpe accertabili erano collettive, di un sistema che aveva
funzionato male. Purtroppo era andata così. Non c’era altro da
aggiungere.
Chi comanda nel mondo? George e Tony, gli “ ingannatori sinceri”
Che dire? Parlando di queste sentenze e del giudizio formulato in
Gran Bretagna e Stati Uniti l’Economist in copertina ha
rappresentato Bush e Blair con un impareggiabile ossimoro. Li ha
chiamati “sincere deceivers”, ingannatori sinceri. Legittimo
chiedersi allora se commissioni che giungono a simili conclusioni
abbiano avuto realmente senso di esistere. Meglio sarebbe stato che
le democrazie operassero senza ipocrisie. Se la valutazione sugli
argomenti che hanno giustificato la guerra diventa espressione di una
dinamica eminentemente politica ( condizionata dall’impossibilità di
sfiduciare i leader di governo) tanto sarebbe valso non fare finta
di giudicare “ sincere” le menzogne che l’ avevano supportata. E dire
chiaramente che anche nelle democrazie anglosassoni non corrisponde
più al vero l’antico assioma secondo il quale un politico che mente
meriti di venire sanzionato. A meno che non si sancisca un ulteriore
regola: che le uniche colpe di cui i politici devono rispondere siano
quelle strettamente private. E si festeggino con entusiasmo le (
momentanee) dimissioni del ministro degli interni inglese David
Blunkett che, nel dicembre 2004, ha dovuto lasciare il governo per
aver accellerato l’iter delle pratiche per il rilascio di un visto d’
entrata per la baby-sitter della sua ex amante. Rispetto all’Italia
sarebbe obiettivamente un passo avanti ma è questo il livello di
correttezza che bisogna chiedere a un uomo pubblico? Le grandi scelte
sono invece estranee al binomio verità/menzogna?
Quando, il 22 maggio del 2003, il microbiologo David Kelly accettò di
parlare con Andrew Gilligan, una sua risposta a questo doloroso
interrogativo l’aveva trovata. Era arrivato alla conclusione che sul
rapporto presentato alla Camera dei Comuni da Blair il 24 settembre
2002 il paese fosse stato ingannato e che fosse giusto che la gente
potesse sapere cos’ era accaduto. Risucchiato in un meccanismo
sicuramente più grande di lui, Kelly ha pagato con la vita questa
sua tormentata voglia di trasparenza. Gilligan aveva poi usato le
informazioni, ottenute dal suo preziozo informatore, alle 6 e 07 del
mattino del 29 maggio nella trasmissione radio “Today”. Il
giornalista della BBC aveva adoperato una formula lessicale
specifica. Ha affermato che, secondo fonti dei servizi segreti, le
parole di Blair fossero state “sexed up” ( aggiustate, gonfiate,
ingigantite) da componenti del governo che volevano comunicare nel
modo più inquietante possibile l’idea che Saddam fosse un pericolo
incombente. Lo stesso Gilligan aveva poi ripreso l’argomento in un
articolo pubblicato sul giornale “Mail on Sunday”, avanzando il nome
di Alastair Campbell come probabile grande manipolatore dell’ intera
faccenda.
Poco più di un mese dopo , il 9 luglio , il governo decideva di far
filtrare la notizia che la fonte di Gilligan fosse il consulente David
Kelly, il cui corpo veniva infine ritrovato privo di vita 9 giorni
dopo nella campagna inglese.
Ha vinto il governo in Inghilterra persino il pubblico di Sky sta
con la BBC
Torniamo allora sul terreno dello scontro in Inghilterra. Se si pensa
che nalla vita delle democrazie il potere sia tutto, la vittoria di
Blair non poteva essere più netta. I dirigenti della BBC, che si
erano messi di traverso, erano stati cacciati con ignominia. Ma gli
effetti della sentenza Hutton sono stati in realtà più complessi di
quanto possa spiegare la chiave di lettura basato sul binomio
vincitore/vinto. Nei giorni immediatamente successivi all’ emissione
del verdetto, ai primi di febbraio del 2004, tutti i sondaggi
commissionati da giornali e tv hanno fornito risultati
sorprendentemente convergenti. I consensi per il Primo Ministro erano
vertiginosamente calati. Il quotidiano il Guardian ha registrato un
crollo del 15 per cento del gradimento. Per l’Indipendent il 51%
avrebbe voluto le dimissioni di Blair e il 54 per cento era convinto
che il Primo ministro avesse mentito al paese. Ma anche un’indagine
realizzata da Sky News, la grande concorrente della tv pubblica, ha
dato risultati simili. Per il 67 per cento degli inglesi Lord Hutton
non aveva detto tutta la verità e per il 77 per cento non era giusto
che fossero andati a casa solo i capi della BBC.
Un risultato che si spiega solo ragionando con criteri diversi da
quelli italiani. Nel giudicare la sentenza non si è avuta, come da
noi, una meccanica divisione fra favorevoli e contrari alla guerra.
Contro le incongruenze e i “buchi neri” del rapporto Hutton, senza
alcun problema, si sono schierati anche giornalisti e uomini di
cultura che erano stati a favore dell’intervento in Iraq. Prendiamo
ad esempio Stephen Glover commentatore del Daily Mail . Aveva
espresso il suo sostegno all’azione del governo contro Saddam. Pur
ritenendo che Lord Hutton non fosse stato pilotato da nessuno, ha
però valutato così il verdetto
Lord Hutton ha enormemente enfatizzato gli errori della BBC ma ha ignorato completamente una serie di punti interrogativi sul comportamento del governo. Posso supporre che abbia una certa propensione a stare dalla parte dell’establishment, che gli piacciano il governo e i politici. E che non apprezzi particolarmente i media. Il danno per la BBC non è irreparabile. La sua reputazione è alta e , se eviterà di ripetere gli errori, non credo che la perderà. Anche perché il rapporto Hutton è così sbilanciato che la gente non ci crede: crede di più alla BBC
Le sorti politiche del premier Blair, nel “dopo Iraq” risultano certamente legate a quattro fattori: la sua forte personalità, la spregiudicatezza dei comportamenti, le dinamiche interne al partito laburista, la debolezza degli avversari conservatori. Alan Rusbridger, direttore del Guardian quotidiano liberal, lo ha definito nel gennaio 2004 “ un politico inaffondabile”. Lo stesso giornale ha però avvertito i lettori: “ I modelli di Blair sono Putin e Berlusconi: quando i media diventano un impiccio, fai qualsiasi cosa per neutralizzarli”. Nel suo libro di memorie, Inside Story, l’avvelenato Greg Dyke, da ex amico non gli ha risparmiato i colpi. Parlando delle conseguenze dell’ avventura irachena ha osservato
Le accuse contro Blair sono
schiaccianti. O è stato un incompetente e ha portato la Gran Bretagna
in guerra sulla base di analisi sbagliate, o ha mentito. È stato lui a
dire che i reportage di Gilligan erano “una montagna di bugie”. Ma non
era il momento più adatto per usare questa espressione . C’erano
state sì delle “montagne di bugie”, ma erano i dossier che lui e i
suoi colleghi di Downing Street avevano prodotto per giustificare la
guerra. E ancora oggi il Primo Ministro non ha mai detto agli Inglesi:
“Mi dispiace”. C’è stato un momento in cui avrebbe dovuto farlo, e
forse lo avremmo perdonato. Ma ora il momento è passato. Siamo stati
tutti gabbati. La storia non si schiererà dalla parte di Blair.
Cosa dirà la storia è ovviamente questione tutta aperta. Azzardare
previsioni è tutto sommato un esercizio retorico. Il problema che è
emerso con nettezza è risultato un altro. In un sistema maggioritario
come quello inglese si possono vincere le elezioni anche senza la
maggioranza assoluta dei consensi. Ad esempio per la debolezza e le
contraddizioni degli avversari. Quanto registrato in Gran Bretagna è
però ben diverso da quanto accaduto negli Stati Uniti. Fatta eccezione
per il marzo 2003, per i caldi giorni dell’attacco a Saddam,
l’opinione pubblica britannica è stata sempre maggioritariamente
contraria o critica verso l’operato del governo. Come abbiamo visto
anche nei momenti più neri del dopo Hutton, sette inglesi su dieci si
sono dichiarati vicini alla BBC, la cui infallibilità non era certo
un dogma di fede. La domanda aperta appare questa: quanto pesa in
una moderna democrazia la credibilità di chi gestisce il potere? Cosa
può produrre una diffusa sfiducia? Su queste percezioni dell’opinione
pubblica inglese, si badi bene, la BBC ha influito. Ma in modo
parziale, solo fino a un certo punto. Come giustamente ha fatto notare
Dario Di Vico sul Corriere della Sera, va tenuto presente che “se
c’è un posto al mondo dove non si può parlare di strapotere della tv è
proprio il Paese d’ Albione”. In Gran Bretagna la stampa indipendente
e i tabloid – con il loro scandalismo a 360 gradi - raggiungono tre
cittadini su quattro. Non sono ( lo saranno in futuro?) totalmente
subalterni al predominio televisivo. Cosa al contrario accaduta in
Italia e Stati Uniti. Negli ultimi anni la stampa libera britannica,
di destra o sinistra che fosse, non ha avuto difficoltà a contestare
il governo, influendo così anch’ essa decisamente sugli orientamenti
dell’opinione pubblica. Per questo molti quotidiani conservatori hanno
avvertito come una diretta minaccia lo spinning ovvero le strategie
manipolative e di gestione del consenso portate avanti da Alastair
Campbell. Ma qual è l’estrazione di Campbell, un uomo rimasto “nella
mente e nel cuore di Blair” anche dopo le dimissioni da Downing
Street? Ovviamente è un giornalista. E questo lo ha reso ancora più
insidioso agli occhi dei colleghi. Torniamo allora alla domanda
rimasta in sospeso : si può pensare di governare con successo un paese
come la Gran Bretagna neutralizzando i media che si pongono di
traverso ? E’ questo l’interrogativo che sta di fronte alla democrazia
più antica del mondo. Dove personaggi come Campbell hanno contribuito
a decuplicare il peso della propaganda e delle pubbliche relazioni. Un
obiettivo che un Primo Ministro conservatore come Margaret Tatcher non
si era mai posta. Lei era per le scelte politiche nette, giuste o
sbagliate che fossero. Le interessavano i fatti. All’ epoca della
guerra anglo/argentina delle Falkland/Malvinas, nel 1982, accadde che
un nutrito gruppo di parlamentari si lamentasse per l’ assenza di un
adeguata dose di patriottismo nei report della BBC. A chiudere la
polemica bastò però una dichiarazione del Presidente dell’emittente
che, dopo aver visionato i filmati, disse che i giornalisti si erano
comportati correttamente. Ma quelli erano tempi in cui la destra non
aveva bisogno della spinning machine per restare al potere.
La BBC? Una tv patriottica. Dati alla mano una ricerca dimostra che il mondo può credere alla favole
Ma resta il punto di fondo. Come ha raccontato la guerra la BBC? Era stata veramente una “nemica della Patria”? C’è un documento che ha dato una nitida risposta a questi interrogativi. Definirla “spiazzante” è dire francamente poco. Si tratta di una ricerca realizzata dal professor Justin Lewis dell’Università di Cardiff effettuata in collaborazione con altri due colleghi del Dipartimento dell’ Ateneo che si occupa di giornalismo. Hanno esaminato i contenuti dei telegiornali serali delle quattro principali emittenti britanniche: BBC1, ITV, Channel 4 e Sky News. Notiziari andati in onda nelle fasce di massimo ascolto. E che cosa è emerso? Che tutte le testate erano state molto prudenti e avevano ad esempio ( all’ americana) accuratamente evitato di mostrare gli aspetti più cruenti del conflitto. Ma questo è solo l’inizio. Perché fra le quattro tv quella decisamente meno “antiguerra” era stata proprio BBC1, meno critica e problematica verso il governo persino di Sky News. Non stiamo scherzando. Il professor Lewis non ha assolutamente giocato coi dati. Ha adottato criteri scientifici. BBC1 aveva usato le fonti militari e governative della coalizione occidentale in misura doppia rispetto a ITV e Channel 4 News. Non basta : era stata quella che aveva raccolto in misura minore le voci di soggetti indipendenti come la Croce Rossa. Per quanto riguarda poi lo spinoso argomento relativo al numero delle vittime irachene questo tema era stato affrontato nel 40 per cento dei servizi di Channel 4, nel 30% di quelli di Sky, nel 24% di ITV e solo nel 22% di quelli di BBC1. C’era stata insomma una fortissima selezione delle fonti e dei contenuti delle notizie. Ma anche sull’interpretazione di eventi controversi lo scenario non si era modificato. Era stato spudoratamente filogovernativo. Lo ha riferito direttamente il professor Lewis
Il Nostro team ha scoperto, ad esempio, che quando Tony Blair aveva accusato il regime di Saddam di aver giustiziato dei soldati britannici – un evento che successivamente Downing Street era stata costretta a smentire – il telegiornale della BBC è stato l’unico, fra quelli della sera, che ha evitato di esaminare la mancanza di prove a sostegno di questa affermazione, o a riportare il giorno dopo la ritrattazione decisamente imbarazzata del governo
Che riflessione trarne? Bisogna
fermarsi su questo elemento. E tentare di riflettere. Ma di cosa ha
parlato il mondo in questi anni? Della realtà o di autentiche
fantasie? Verrebbe da chiederselo leggendo questo rapporto del
professor Lewis. Tutti i riflettori si erano appuntati sul caso
Gilligan. E noi abbiamo invece scoperto che nel Tg1 della BBC si era
accettato il punto di vista del governo molto di più di quanto a cose
fatte abbia ammesso lo stesso Greg Dyke. E di cosa si andava
lamentando nella sua lettera Tony Blair se il notiziario di maggior
ascolto aveva assunto questa linea bellicista? C’è da rimanere
frastornati. A chi dobbiamo credere? Procedendo con ordine possiamo
dire a chi proprio non bisogna dar credito. Sono gli uomini delle
pubbliche relazioni, gli spin doctors dei capi di governo. Il loro
insaziabile appetito li porta comunque a stravolgere sempre e comunque
la realtà. E’ una bulimia da desiderio di consenso che li rende
perennemente insoddisfatti. E terribilmente pericolosi ( soprattutto
se sono giornalisti) per la loro crescente influenza sugli
esecutivi. Un nemico mortale per le nostre possibilità di comprensione
di ciò che accade nel mondo.
*Tratto dal libro “Ultime Notizie” di Roberto Reale.
Nutrimenti Editore
pubblichiamo questo testo, per gentile
concessione dell'editore, che ci consente di approfondire il
personaggio e la storia recente di Blair, argomento di stringente
attualità
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