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Caso Newsweek: un paio di domande


di Roberto Reale
18 maggio 2005


Proviamo a metter in fila due domande. Nel mondo c’è bisogno di maggiore o minore trasparenza? C’è stato in questi anni troppo giornalismo o ce n’è stato troppo poco? Sono argomenti centrali nel nostro tempo: sono talmente tante le vicende che richiamano questi temi che non possiamo più fare finta di non vedere. L’ultima storia in ordine di tempo è quella del settimanale Newsweek.

In un trafiletto ha scritto che a Guantanamo per far parlare i detenuti copie del Corano erano state buttate in una latrina. Ha aggiunto che – sulla base di una fonte anonima – risultava che fosse stata aperta un’inchiesta sulla vicenda. Ieri il settimanale ha smentito: la sua era una supposizione, non una certezza. Nel frattempo il caso aveva contribuito a infiammare gli animi in molti paesi islamici, con morti e feriti.

La prima soluzione – ben vista da tutti i governi – potrebbe essere quella che i giornali non scrivessero più nulla di compromettente. Ma è un rimedio che non tiene: oggi c’è Internet, qualcosa prima o poi filtra. La seconda scelta possibile è invece favorire il massimo di trasparenza. Se dal campo di prigionia di Guantanamo escono notizie incontrollabili la ragione è semplice. Non c’è la possibilità di fare verifiche ufficiali. Su ogni cosa è steso un velo di silenzio e omertà. I reclusi non hanno diritto ad essere assistiti da un avvocato. Figuriamoci cosa possono scoprire da casa i giornalisti.

Adesso da molte autorità religiose pakistane e saudite si chiede la punizione dei responsabili. Ma non si comprende bene se l’inchiesta dovrebbe mettere a fuoco i comportamenti dei militari o quelli dei reporter.

Presi dai nostri problemi, in Italia non ci siamo ben resi conto di come dopo l’11 settembre del 2001 tutto il mondo occidentale sia scosso da una crisi che investe insieme informazione e democrazia. Il potere ha stabilito – in nome della lotta al terrorismo – di non dover rendere più conto delle proprie azioni. E i giornalisti o si sono adeguati in nome del patriottismo o non hanno capito cosa fosse avvenuto.  L’unica soluzione sarebbe stata quella di ristabilire un’alleanza con il pubblico, con i cittadini. Ma in molti hanno continuato a praticare il mestiere senza rendersi conto di essere entrati in una fase che richiederebbe anche ai media nuovi standard di comportamento.  Certo hanno contato tantissimo quelle che gli americani chiamano le “pressioni commerciali”, le esigenze delle aziende editoriali che chiedono ai reporter di produrre informazione/intrattenimento.

Resta il dato di fondo. Viviamo in anni in cui il giornalismo indipendente pare messo alle corde. Vittima dell’autocensura o della superficialità. Adesso in tanti scrivono che un articolo di Newwsweek ha infiammato il mondo islamico. Ma è vero? Non è meglio dire invece che è stato come un cerino buttato in una polveriera? “ La gente nei paesi islamici non odia la nostra libertà, odia piuttosto le nostre politiche, l’appoggio americano a regimi tirannici…” Sembrerebbe la frase di un estremista della democrazia.  Sapete chi l’ha scritta? Un’ equipe di esperti che per il Pentagono  nel settembre dello scorso anno ha redatto un rapporto sulla Comunicazione Strategica nel mondo. Leggerla è un esercizio decisamente utile.

   
   

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