La guerra delle reporter
di Natasha Lardera
20 maggio 2005 Fonte: Reporter Associati
Lo straordinario documentario sulla vita e il lavoro di Janine di
Giovanni e altre quattro giornaliste inviate di guerra in Medio
Oriente. "Crescendo
ho sempre desiderato di andarmene, se rimanevo in New Jersey sarei
finita sposata con un cardiologo e a giocare a golf," afferma
Janine di Giovanni, la senior foreign
correspondent del "Times" di Londra, giunta a New York per la
prima del documentario “Bearing Witness” presentato recentemente al
“Tribeca film Festival”, prima della visione ufficiale sul canale
televisivo A&E, programmata per il 26 maggio prossimo.
Janine e altre quattro sue colleghe -
Marie Colvin, del "Sunday Times" di Londra, Molly Bingham, fotografa
freelance che collabora con importanti giornali e riviste, Marie
Rogers, una delle più richieste operatrici di camera della CNN, e May
Ying Welsh, corrispondente al Channel News Asia – parla della
difficoltà di essere donna e giornalista, corrispondente di guerra in
questo documentario creato da una troupe da Oscar, capitanata dalla
regista vincitrice di ben 2 statuette, Barbara Kopple.
Le immagini del documentario seguono le cinque protagoniste che nel
2003 si trovavano in Iraq. Il risultato delle riprese è un
collage di immagini di guerra crude e crudeli, di interviste
fatte a donne che di solito si trovano dall’altra parte della
telecamera, di spezzoni di programmi televisivi, e di frammenti di
vita privata.
Al tempo delle riprese Marie Colvin, che porta il simbolo del pericolo
di essere corrispondente di guerra in faccia, ovvero indossa una benda
nera che le copre l’occhio perso per colpa di una granata, è la
giornalista che scopre una delle notizie più sconvolgenti dello
scontro in Iraq – la presenza di fosse comuni dove si sono trovate
montagne di ossa di persone scomparse, mentre Molly Bingham, torna all
prigione di Abu Ghraib, dove era stata incarcerata per
un’interminabile settimana e dove è stata trattata comunque con "umanità
da parte degli Iracheni, non con brutalità come gli americani hanno
fatto," dichiara.
May Ying si vede invece accusata di tradimento da colleghi americani
vista la sua posizione di producer
alla televisione mussulmana Al-Jazeera, mentre Mary testimonia la
totale mancanza di una vita privata e soprattutto di una vita
sentimentale.
Janine di Giovanni, invece, intervista le madri di ragazzini morti
come martiri, i cui visi innocenti coprono le pareti delle case
diroccate della capitale irachena, mentre lei stessa è in stato di
gravidanza da tre mesi: "Il medico che
mi ha visto in Israele mi ha detto di stare a letto per dieci
settimane, è impossibile. Voglio bene a questo bambino ma non posso
rinunciare a tutto", dichiara con angoscia al marito Bruno per
telefono, in una scena angosciante del film dove il pubblico si rende
conto che per questa donna è estremamente difficile scegliere cosa sia
più importante per lei, scelta che per il pubblico sembra più che
ovvia.
Italo-americana cresciuta a Calwell, New Jersey, Janine si è
spostata a Londra nel 1987 per appunto scappare da una realtà che le
stava scomoda: "Sono una giornalista"
dice "ma non mi definirei una
corrispondente di guerra. Le mie storie hanno la guerra come
sottofondo ma in realtà sono storie di abuso ai diritti umani. Ascolto
le persone e quello che hanno da dire. Scrivo delle vittime mai degli
aggressori o delle persone che combattono una guerra."
Quali sono le difficoltà e i sacrifici di questo lavoro?
"Il più grande scoglio da superare è l’avere una vita privata. Sono
più di 15 anni che faccio questo lavoro e ci sono dei periodi in cui
mi sono dedicata solo al lavoro al 100%. Sono fortunata ad avere un
marito che fa la mia stessa professione… ci capiamo."
Janine e Bruno si sono incontrati a Sarajevo nel 1992 e si sono
sposati nel 2003. Immagini del matrimonio si vedono nel documentario,
quando Janine era già incinta di Luca. "I primi sei mesi del nostro matrimonio eravamo separati
perché Bruno era a coprire una storia in Costa d’Avorio," spiega
Janine. "Ora viviamo insieme a Parigi e siamo totalmente presi dal
nostro essere genitori. Il lavoro è ancora importante ma la nostra
famiglia è la nostra priorità."
E quella donna vista nel documentario che non sapeva se scegliere il
figlio o rinunciare al lavoro?
"Ho un bambino che ha bisogno di me, che essere irresponsabile sarei
se mettessi la mia vita a rischio come prima?"