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Sans reporter

di Giuliana Sgrena
4 giugno 2005
Fonte: il Manifesto

Una delle vittime - oltre a quelle incalcolate e forse incalcolabili tra la popolazione - della guerra in Iraq è l'informazione. Quelli che ci pervengono da quel paese sono solo bollettini di guerra, numeri avulsi da un contesto terribile. Che non conquistano quasi mai la prima pagina. Tranne quando a riportarci alla drammatica realtà sono le morti dei soldati italiani, come è successo per i quattro elicotteristi i cui funerali si sono svolti ieri. Ancora una volta vittime inutili di una guerra negata. Non fa molta differenza se le cause sono metereologiche o altre, il terreno è comunque ostile. Anche perché sebbene gli italiani stiano trincerati dentro la base di Tallil, la loro presenza non può avere altro scopo che quello di garantire la partecipazione all'occupazione di un paese, una piccola parte, che però galleggia sul petrolio. Occupanti anche quando non si scontrano con la popolazione o distribuiscono bambole! E allora perché non vengono ritirati? A Nassiriya restano i militari trincerati ma a Baghdad non ci sono più giornalisti italiani. E allora come tornare a informare su quella guerra che non segna battute d'arresto? La domanda si è posta anche ieri mattina alla sala della Protomoteca in Campidoglio dove una sessione del Comitato esecutivo della Federazione internazionale dei giornalisti riguardava le «Giornaliste sulla linea del fuoco». E di giornaliste in questi anni in Iraq ce ne sono state molte. La guerra, tanto più se preventiva o basata su falsi pretesti, non vuole testimoni. E i fautori della guerra hanno fatto di tutto per evitarli istituzionalizzando i giornalisti «embedded», arruolati, e soprattutto maschi. Le ambasciate occidentali avevano tentato in tutti i modi di allontanare la stampa da Baghdad prima dei bombardamenti (con minacce, ordini o lo spauracchio degli effetti catastrofici delle armi di distruzione di massa, che non esistevano) senza riuscirci. I giornalisti erano rimasti e due di loro all'hotel Palestine avevano perso la vita per una cannonata americana, un altro sulla riva del Tigri lo stesso giorno, e altri ancora. Per i giornalisti la guerra in Iraq è la più pericolosa: da quando è iniziata (marzo 2003) 59 reporter sono stati uccisi e 29 rapiti.

Dove non arrivano le raffiche Usa arrivano i sequestri, a volte entrambi (come nei mio caso). La degenerazione della guerra con l'occupazione non conosce limiti. E così lo spazio per fare informazione si è andato esaurendo. La scelta si è sostanzialmente ridotta all'andare al seguito delle truppe (embedded), subendo le censure dell'esercito, oppure stare chiusi in albergo sguinzagliando i collaboratori iracheni che, spesso, rischiano quanto gli occidentali. Perché se qualcuno osa uscire per strada, senza scorte armate, per andare a parlare con la gente, magari con i profughi di Falluja, rischia il sequestro, come è successo a me e a Florence e Hussein (sono già passati 150 giorni!). Si può accettare questo ricatto?

Oggi la forza e la pervasività dell'informazione, la capillarità e la velocità delle notizie obbligano chi fa la guerra, quali che siano le sue ragioni, a negare la verità. La guerra moderna, che fa soprattutto vittime civili, si fonda solo sulla menzogna perché la verità la renderebbe sempre più insostenibile per qualsiasi opinione pubblica. La storia del giornalismo è stata anche la storia dei suoi inviati «di guerra»: dalla guerra di Spagna alla seconda guerra mondiale, al Vietnam. I giornalisti al seguito delle truppe c'erano anche prima ma non erano «embedded» e nessuno si è mai sognato di invocarli perché il controllo dell'informazione aveva tempi e strumenti diversi. Oggi invece l'informazione viaggia in tempo reale e su scala planetaria e i suoi effetti si ripercuotono immediatamente sugli scenari di guerra. Ma il diritto all'informazione è essenziale per la democrazia. Come si può parlare di processo di democratizzazione in Iraq se non esiste il diritto di informare? Sotto occupazione la stampa non ha diritto di cittadinanza, anche la libertà di informare passa attraverso una rottura del panorama attuale, iniziando con il ritiro delle truppe. L'Iraq si può aiutare con altri mezzi, anche informando.
   
   

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