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L'omicidio del giornalista Kassir e la guerra alla Francia

di Stefano Marcelli
(segretario generale di Informazione senza frontiere)
8 giugno 2005
 

Samir Kassir era un uomo imponente. Alto, robusto, due belle spalle larghe. E con una bella faccia , aperta e intelligente. I suoi saggi aprivano squarci profondamente autocritici all’interno della cultura araba. Denunciava impietosamente la liturgia dell’impotenza dei Paesi Arabi, questo intellettuale ,accusato di ignorare incoscientemente i pesanti avvertimenti già ricevuti più volte. E sulle colonne di  An-Nahar, i suoi editoriali denunciavano non solo le pesanti ingerenze del regime di Damasco nelle vicende libanesi, ma anche, recentemente, la vacuità delle riforme proposte dai Bahatisti al popolo siriano.

Già nel ’91 i servizi libanesi, controllati da Damasco, gli avevano sequestrato il passaporto e lo avevano sottoposto a una lunga persecuzione a cui si erano aggiunte anche minacce di morte.

Ce n’è dunque quanto basta per spiegare perché il 2 giugno scorso, quando ha aperto lo sportello della propria auto parcheggiata nel quartiere cristiano di Achrafieh, qualcuno, nascosto là vicino ha premuto il bottone di un telecomando e ha fatto esplodere la bomba nascosta sotto il posto di guida.

Samir ha resistito in parte anche a quell’estrema violenza. Il suo grande corpo si è dissolto solo a metà. Dalla vita in su è rimasto intatto, con quelle due larghe spalle e il bel volto quasi pronti a continuare la sua battaglia intellettuale per la liberazione del Libano e il riscatto della società araba.

Duemila persone lo hanno accompagnato per l’ultima volta alla chiesa dei greco-ortodossi di Beirut, quella di San Giorgio Una piccola folla che lo ha salutato come “ martire del Libano indipendente” e come “ un faro che splenderà per sempre”.

Muti, invece, i colleghi giornalisti, che hanno sorretto piangendo la sua bara. Muti di rabbia, ma forse anche di paura. Per in Libano, patria delle autobomba, si sa dove si comincia, ma nessuno può mai prevedere dove si va a finire.

Questo contro Samir Kassir è il sesto attentato, seguito all’assassinio dell’ex primo ministro Rafik Hariri. Attentati che stanno accompagnando lo svolgersi delle elezioni politiche più delicate per il Libano, dalla fine della guerra civile. L’opposizione, che ora si è divisa, chiede a gran forza l’indipendenza dal Grande Fratello siriano. Ed è ormai chiaro a tutti che la partenza del contingente militare di stanza nella valle della Bekaa, non è sufficiente a garantire la fine delle ingerenze di Damasco sui destini libanesi. Si punta l’indice contro i vertici dei servizi segreti che sarebbero tuttora nelle mani dei bahatisti. Ma gli interessi siriani in Libano, di tipo economico e politico, in questi quindici anni si sono sedimentati a fondo nella società e soprattutto nella politica di Beirut.

Come nel caso di Hariri, sono dunque partite accuse precise verso Damasco per l’omicidio di questo intellettuale con la doppia cittadinanza libanese e francese che è giusto chiamare scomodo.

Ma persino la sorella di Hariri, assieme ad altri capi dell’opposizione che non sono certo teneri con i siriani, invitano alla prudenza e ad aspettare le conclusioni dei risultati della commissione di inchiesta indipendente sull’assassinio.

Sfogliando le cronache francesi sul delitto del 2 giugno, troviamo segnalata la presenza di non meglio identificati “ tecnici stranieri “ subito accorsi ad analizzare i resti dell’attentato. E sul luogo si sono subito precipitati anche i diplomatici d’Oltralpe.

Segnali di un allarme forte ed alto, non sostenuto però, da prese di posizione esplicite.

Il Libano è un tassello importante nel complicato puzzle del nuovo equilibrio del Medio Oriente messo in cantiere dall’ Amministrazione Bush  con la Guerra in Irak. Sul Libano inistono la Siria,

l’Iran ( attraverso il movimento di Hezbollah il cui disarmo rappresenta uno dei passaggi più delicati tra quelli indicati dall’ONU nella sua risoluzione), Israele ( con la questione palestinese e i contenziosi di confine nel sud del Paese), l’Arabia Saudita. Ma non basta. Il Libano è anche la porta per il ritorno della Francia  ( e quindi in qualche modo dell’Europa) nel gioco politico dello scacchiere. L’Eliseo  ha investito molto sulla primavera dei cedri. Il patriarca cristiano maronita monsignor Sfeir, capo morale dell’opposizione, nel corso di una recente visita ufficiale a Parigi  ha ricevuto gli onori di un capo di Stato. La famiglia di Hariri vive tra Beirut e Parigi E alla Francia fa riferimento anche uno degli altri leader dell’opposizione, il socialista druso Jumblatt. Parigi si è assunta il difficile compito di trarre il Libano fuori della pesante morsa di dittatura di velluto ben impastata con la corruzione, accompagnandolo verso una democrazia piena. Per far questo bisogna mediare con Siria, Iran, Israele e Usa. Sembrava facile, davanti alla folla di Place des Martyrs , unita nel nome dell’indipendenza all’indomani dell’uccisione di Hariri. Ma oggi, come sempre avviene, il puzzle mediorientale si rivela di nuovo un rompicapo.

Chi ha ucciso, dunque il collega Samir Kassir ? E lo hanno ucciso perché era libanese, o perché era francese ?

Il tam tam dei colleghi mediorientali soffia una notizia inquietante. La collega di Liberation Florence Aubenas sarebbe stata ceduta a un gruppo filosiriano. Il suo rapimento sarebbe divenuto un’ altra arma di pressione contro l’Eliseo.La liberazione di Florence sarebbe dunque condizionata a un passo indietro di Parigi nella vicenda libanese. E’ questa la pista da seguire ? In questo gioco ogni ipotesi proposta può rivelarsi una trappola. Oppure la verità.

La partita del Medio Oriente si è riaperta nel sangue. E nel sangue, com’è tradizione, rischia di continuare.

A noi spetta rilanciare un appello : “ Tenete fuori i giornalisti dai vostri sporchi giochi. Chiunque siate”. Credo sia il momento che salga un movimento forte e compatto dei giornalisti di tutto il mondo. E che qualcuno raccolga questo appello. Forse l’ONU. Se ancora c’è batta un colpo. Che almeno ai lati del campo, ci sia qualcuno che possa tenere il conto dei falli.

   
   

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