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Liberata Florence: Bagdad rimane la Stalingrado dei giornalisti 

di Stefano Marcelli
segretario generale di  Informazione Senza Frontiere

12 giugno 2005 

La liberazione di Florence e Hussein ci riempie di gioia. Tornano all’affetto dei loro cari, al loro lavoro, alla libertà sani e salvi. Ma così come abbiamo detto in questi cinque mesi di sentirci tutti prigionieri, oggi per lo stesso motivo ci sentiamo tutti liberati.

Probabilmente neanche stavolta sapremo esattamente chi ha rapito l’inviata di “Liberation” e il suo collaboratore irakeno. Non sapremo chi e non sapremo nemmeno chiaramente con quali fini. Solo un sequestro a scopo di estorsione per finanziare l’eversione antiamericana? Solo milioni di dollari nell’obbiettivo di queste sempre più misteriose bande? Può darsi.

Certo che la vicenda irakena, nata sulle bugie, proseguita sotto le tempeste di sabbia e sfociata oggi in una spirale di violenze senza fine lontano dai riflettori dei media, rappresenta oggi uno scenario ben più inquietante di una qualunque sporca guerra civile in preda ai contrasti fra tribù ed etnie.

Noi giornalisti lo abbiamo avvertito stavolta forse per primi : all’ombra delle vestigia delle antiche civiltà Assire, rischiano di cadere i baluardi dei principi sacri della democrazia. Abu Graib non è un incidente, quanto la fine della Convenzione di Ginevra. L’Hotel Palesatine è la fine del ruolo istituzionale riservato dalla legislazione e della società americana ai media. L’atteggiamento e le norme restrittive allo studio del governo di Bagdad verso i media, sono l’avvio di una inedita teoria secondo la quale si può dare fondamento a una nuova democrazia  negandone dall’inizio uno dei principi basilari : la libertà di informazione.

I colleghi irakeni ( che cadono a grappoli nel disinteresse generale) sono costretti a fare il proprio mestiere in condizione di semiclandestinità. Gli inviati stranieri, stretti nella morsa dell’aperta ostilità della Coalizione e dell’aggressione violenta dei terroristi, sono o sequestrati in sedi blindate o addirittura espulsi (come avviene agli italiani per decisione del Governo e resa degli editori).

Ha ragione l’amico Mimmo Candito a vedere ormai stagliarsi sullo sfondo di questa tragedia uno spettro che rischia di incarnare il futuro della nostra professione : l’inutilità del cronista, la sua pratica e indolore sostituibilità. In questa guerra nessuno vuole i giornalisti e di fatto, senza accorgercene, abbiamo già imparato a farne a meno. In Italia, dalla liberazione di Giuliana Sgrena, non c’è più un inviato in Irak. Eppure ogni sera continuiamo a vedere servizi nei tg e la mattina leggiamo notizie sui giornali.

Chi gira le immagini ? Chi scrive quelle notizie?

Senza saperlo e senza nemmeno accorgercene, siamo tornati indietro di più di un secolo, quando gli inviati di guerra erano i militari. Sono gli eserciti stessi ( di qua e di là del fronte ) a girare le immagini e inviare la loro propaganda sui nostri schermi.

Se è libera Florence, non so se lo stesso valga per i giornalisti. No, non siamo liberi di fare il nostro mestiere. Lo siamo sempre meno in ogni circostanza, ma in Irak si combatte la Stalingrado della professione. 

L’appello lanciato dall’USIGRAI e dai colleghi inviati che chiedono, a rischio della vita ( lo si può ben dire ) di tornare al fronte, va letto in tutta la sua valenza e deve avere risposta.

Credo che la FNSI  potrebbe integrare benissimo questo diritto di cronaca internazionale ( che è diritto alla legittimazione della professione ) all’interno dello scontro per il rinnovo del CNLG.

Riprendendo lo slogan di una delle più belle iniziative messe in campo in questi cinque mesi di sequestro di Florence dai colleghi francesi, viene da dire che senza giornalisti si può forse fare una guerra, ma non si costruisce di certo una democrazia. L’Irak appare come l’incubatrice di una nuova forma di democrazia malata, che nasce già con un limite alla libertà di stampa, e riverbera questa sua patologia sulle nostre democrazie dove quelle libertà sono in sempre maggiore affanno.

Date un’occhiata all’ultimo libro della collega Politoskaya sulla “Russia di Putin”, ai carceri speciali di Cuba (Guantanamo e Santa Maria), alle persecuzioni iraniane, al genocidio dei cibernauti cinesi, alle mattanze in Filippine e Colombia, prima di buttare uno sguardo all’Africa. Non può essere un caso che a livello globale la violenza trovi nei giornalisti il suo bersaglio privilegiato.

Siamo nel mirino, colleghi. Siete nel mirino, cittadini.

Lo dico con grande affetto anche a Giuliana, non possiamo far passare il principio che si possa fare a meno di noi.

Per questo dobbiamo dire no a quel ricatto incrociato che viene da Bagdad. I giornalisti vogliono, debbono andare. Quella è la nostra Stalingrado. A Bagdad, come nelle redazioni, si gioca la partita del nostro futuro.

   
   

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