di Ernesto Milanesi
15 giugno 2005
Fonte: il Manifesto
A settant'anni di
distanza, è una storia che conserva intatta la sua attualità in
Australia. Racconta la «diversità» dello straniero alle prese con
leggi spietate di un governo poco autorevole. Conserva la memoria di
un'eccezionale mobilitazione di popolo: giustizia e libertà come
resistenza agli scenari di guerra. E' la vicenda del burrascoso arrivo
e dell'avventuroso soggiorno di Egon Erwin Kisch. Invitato nel
novembre 1934 dal Movimento contro la guerra e il fascismo al
congresso di Melbourne (città che festeggiava il suo compleanno
secolare), salperà per Parigi nel marzo 1935 dopo aver lasciato un
segno politicamente indelebile. In quei quattro mesi, il giornalista
cèco sperimentò la rude miopia del governo australiano e la condizione
di «straniero indesiderato». Contemporaneamente fu al centro di una
straordinaria rivolta di popolo in grado di trasformare un giornalista
ebreo in un vero e proprio mito anti-nazista agli antipodi dell'Europa
ormai sull'orlo dell'abisso. Di Kisch colpisce sempre lo scatto
fotografico dell'epoca. E' un cinquantenne in piedi, sul ponte della
nave, con l'immancabile sigaretta protetta dal vento con due dita ed
il pugno destro alzato a salutare la folla. Sorride sotto i baffi, ma
con un velo di malinconia negli occhi, come se già intravedesse
dall'Australia il destino del mondo minacciato dal nazismo. «Piccolo,
vivace, gran parlatore con uno sguardo frizzante, impaziente, veloce
nel pensiero e nell'azione. Così ce lo descrivono. Allora era uno
sconosciuto in Australia, anche se in Europa il suo nome era invece
quello di una personalità di spicco: autore, giornalista, linguista,
filosofo ed umorista. In quei pochi, intensi mesi Kisch galvanizzò
l'opinione pubblica contro il governo australiano fin dal giorno in
cui cominciarono a soffocare la sua libertà di parola», scrive Avryl
Whitnall nel catalogo della mostra che ha curato insieme a Marcus G.
Patka del Jewish Museum di Vienna e a Heidi Zogbaum del Dipartimento
di storia di LaTrobe University di Melbourne. A Sydney, la Picture
Gallery nella State Library of New South Wales con «Kisch in
Australia» ha scelto di non dimenticare questa pagina della storia
del Novecento. Un tributo a Kisch, un'occasione per riscoprirne la
figura affascinante, una piccola lezione d'archivio a beneficio dei
manuali scolastici. E 70 anni dopo è evidente il monito nei confronti
dell'attuale politica australiana, tutt'altro che rispettosa dei più
elementari diritti umani degli stranieri «non graditi»...
Kisch, allora, si trasformò in un boomerang nei confronti del governo
australiano, più realista della monarchia inglese nella scelta di
sbarrare la frontiera e insieme meno legalmente ferrato degli stessi
tribunali coloniali. Un clamoroso «caso» capace di infiammare le
piazze, trasformando un giornalista in un'icona popolare. Tanto da
diventare un altro dei suoi reportage che rivoluzionarono il
giornalismo europeo: Landung in Australien, pubblicato due anni
dopo il suo ritorno a Parigi.
Un invito politico
Tutto comincia con un invito politico e un incarico giornalistico.
Kisch doveva intervenire al congresso pacifista di Melbourne, mentre
la Nouvelle Revue Française gli aveva proposto di scrivere un
libro sull'Australia. Così il 13 ottobre 1934 sale a bordo del
Strathaird, che salpa dal porto di Marsiglia. Viaggia in una
cabina turistica, con un baule zeppo di volumi sull'Australia
acquistati a Parigi: sarà una lunga traversata e vuole documentarsi.
Approderà il 6 novembre a Fremantle. Nemmeno il tempo di abbozzare i
primi appunti che Kirsch si trova davanti l'ufficiale di bordo. Lo
informa che il suo ingresso in Australia è proibito dalle autorità
governative federali. Gli ritirano il passaporto e, di fatto, viene
messo agli arresti. Il visto inglese di Kisch risulta scaduto nel
1933. Quel giornalista, ebreo e «rosso», in Australia non è
desiderato: c'è un dossier dei servizi speciali di Sua Maestà
che lo accompagna. Firmato Eric J. Harrison, ministro dell'interno,
che applica l'Immigration Act del 1901 al «ricercato
comunista». Quindi, Kisch resterà prigioniero del Strathaird
finché non farà rotta verso l'Europa via Auckland e Sydney.
Il «caso» esplode a Melbourne. L'International Labour Defence
ha deciso di dar battaglia. Il compagno Kisch deve essere libero di
parlare dell'orrore nazista. L'uomo, l'ebreo, lo straniero ha diritto
di essere trattato con giustizia. Così la nave che fa tappa nel porto
viene letteralmente abbordata da centinaia di battelli: «Kisch free»
è la parola d'ordine. Tocca, invece, all'avvocato Joan Rosanove
cominciare ad imbastire la sfida legale. Insieme ad un consiglio
azzardato, offerto d'istinto al giornalista di mezza età con un fisico
decisamente poco atletico: saltare dalla nave nella banchina del
porto. Kisch ci prova comunque. Sceglie di liberarsi dall'imposizione
delle autorità. Prova a guadagnare l'Australia a portata di mano nel
modo più semplice. Dunque, si butta dalla nave. Atterra pesantemente.
E non riesce a rialzarsi.
Kisch si è spezzato le gambe. Un'inutile prova di coraggio. Un gesto
che non ha risolto nulla. Kisch dovrà ritornare a bordo dello
Strathaird, ma senza nemmeno avere le cure necessarie. Per di più
con l'ordine delle autorità al capitano Carter di impedirgli ogni
contatto esterno. In compenso, il giornalista ebreo ha fatto notizia.
E lo straniero bandito dal governo è finalmente al centro
dell'attenzione. Il caso giudiziario è aperto: un'auto sportiva si è
lanciata verso Sydney con tutti gli incartamenti necessari ad
appellarsi all'Alta Corte. Serve una sentenza che annulli l'espulsione
prima che la nave di Kisch salpi di nuovo.
Il verdetto di Herbert Vere Evatt premia la resistenza
all'ingiustizia. Sancisce che non ci sono le condizioni legalmente
previste per la drastica applicazione dell'Immigration Act nei
confronti di Kisch. Il braccio di ferro si trasforma in scontro
politico aperto fra il governo (con malcelate simpatie naziste) e le
piazze dell'Australia, che adottano lo straniero perseguitato. Kisch
era stato bandito, di fatto, in base alla segnalazione dell'agente
segreto Snuffbox che da Londra lo aveva bollato come pericoloso
sovversivo. Ma per far scattare l'espulsione «giusta» occorreva l'habeas
corpus del diritto anglosassone: il ministero dell'interno avrebbe
dovuto esibire un rapporto ufficiale ottenuto dall'impero britannico
attraverso canali diplomatici. Così il governo rischia di perdere la
faccia, sconfitto legalmente e dalla mobilitazione popolare che si
moltiplica via via che il «caso Kisch» guadagna spazio e titoli
cubitali sulla stampa australiana.
L'indesiderato Kisch è quindi costretto a passare attraverso le forche
caudine di un espediente burocratico. Per poter essere accettato in
Australia, il giornalista poliglotta va all'esame di... gaelico
tradizionale. Non può certo superare il test d'ammissione linguistico
che alza le sbarre della frontiera aussie. Ma con questo misero
espediente il governo australiano si copre di ridicolo di fronte
all'opinione pubblica. Nemmeno gli onorati giudici australiani sono in
grado di misurarsi con parole gaeliche. Anche Gerard Griffin (un
irlandese arrivato dalla Nuova Zelanda e come Kisch delegato al
congresso pacifista di Melbourne) viene «bocciato» inevitabilmente
alla prova di olandese.
Così esplode definitivamente la protesta di massa: Kisch e Griffin, in
Australia, sono al centro di una campagna capillare sullo stampo di
quella per Sacco e Vanzetti. Migliaia di cartoline postali invadono
l'ufficio di Robert Menzies, Attorney General nella sede del
Parlamento di Canberra. Gli emigrati dell'Australia degli anni 30 non
faticano certo a sposare la causa dei due «indesiderabili». E la
stampa cavalca a tutta pagina ogni nuovo capitolo della storia che
allarga il fossato fra governo e popolo australiano.
Su una nave nazista
Ma Kisch nei cinque giorni che precedono la decisione del Central
Police Court a Sydney rischia grosso. E' stata preparata una vera e
propria trappola in modo da imbarcarlo forzatamente in una nave che
batte bandiera nazista. Soltanto l'allarme lanciato dai marinai
tedeschi, sussurrato all'orecchio del tassista, evita a Kisch di
ritornare immediatamente in Europa, per di più come ostaggio di
Hitler. Il «caso» resta di ordine pubblico. Per la seconda volta,
Kisch viene dichiarato un «immigrato indesiderabile» e condannato a
tre mesi di lavori forzati. Si tiene in piedi con le stampelle, eppure
conosce la galera australiana. Dopo aver pagato avvocati e spese
legali, l'International Labour Defence si accolla le 200
sterline di cauzione: Kisch torna in libertà.
Il 18 novembre, una domenica pomeriggio, Kisch è al centro di
un'indimenticabile manifestazione che assume i tratti dell'apoteosi.
Lo aspettano oltre 10mila persone al Sydney Domain, luogo
tradizionalmente votato alle manifestazioni della sinistra. Kisch, con
le stampelle, sale sul palco improvvisato di un camion. Ha di fronte
il più grande raduno di massa dell'epoca, che lascia a bocca aperta
perfino gli agenti che devono sorvegliarlo a vista. L'eroe viene
acclamato dal popolo australiano, che lo ha adottato. Kisch regala
poche parole: «Non posso parlare molto, perché fatico a reggermi in
piedi. Ma ho percorso 15mila miglia per incontrare i lavoratori
australiani. E allora vi devo dire di tenere gli occhi aperti e di
combattere contro chi prepara la guerra, contro il capitalismo e il
fascismo. In Germania c'è chi resiste a Hitler. Se potranno udire la
voce dei compagni australiani, sentiranno che non sono soli al mondo».
E a Melbourne, dove Kisch non riuscirà a partecipare al congresso
pacifista, i sostenitori della sua causa gli regalano una sorpresa
davvero speciale. Nel primo anniversario dell'incendio del Reichstag,
davanti al Trades Hall si accendono migliaia di fiaccole. Una marcia
che coinvolge 30mila partecipanti, paralizzando il traffico nel centro
cittadino. Alla fine, sale il coro dell'Internazionale fra i bagliori
delle torce.
Il 5 marzo 1935 Kisch risale a bordo della nave, che otto giorni dopo
salpa verso l'Europa. Si lascia alle spalle la richiesta di 1540
sterline della citazione per il pagamento della causa che lo ha
opposto al governo australiano. In Australia, ha lasciato il segno con
il suo profetico grido d'allarme sul nazismo e sulla guerra.
Nonostante tutto, ha raccolto materiale utile a scrivere il
reportage australiano: fra una passeggiata al Botanic Garden, la
visita alla Mitchell Library e l'amicizia con il collega John Fischer,
figlio del primo ministro che lo accompagnerà nel viaggio di ritorno.
E 70 anni più tardi lo «straniero indesiderato» Kisch testimonia
ancora all'Australia i rischi dell'«anima nera» del potere. Quella che
ora deporta i nuovi migranti direttamente nei lager: senza garanzie,
nel cuore del deserto, a discrezione del governo.