Manca poco più di un anno al
suo decimo compleanno, e Al Jazeera ha deciso ancora una volta di
spiazzare. All'apice del successo mondiale, la all news araba cambia
strada e sceglie un nuovo look, nuovi programmi, una rinnovata linea
editoriale. Il cambiamento si respira nell'aria a Doha. La capitale
dello stato del Qatar - una piccola penisola di circa 800.000 abitanti
che naviga al centro di una grande Penisola, quella del Golfo arabico
- è dal novembre 1996 sede storica di Al Jazeera, l'enfant terrible
dei media, non solo di quelli arabi. Doha è una città in
espansione, se non in pieno boom, merito anche di questa piccola tv,
rivoluzionaria per aver rotto gli equilibri (o gli squilibri) del
flusso di informazione che ha viaggiato per anni indisturbato in
direzione unica Nord-Sud. Al Jazeera invece è stata «la terra delle
direzioni opposte» (non a caso il nome di uno dei suoi più famosi talk
show), il primo «paese» nel mondo arabo ad aver fatto scontrare
nell'arena televisiva punti di vista diversi, dando spazio a voci
scomode, ai governi arabi e occidentali, e rimanendo ancorata alla
regola dell'«opinione e l'opinione contraria» (il suo slogan dalla
nascita).
Una politica editoriale che ha conquistato le audience del mondo
arabo, procurando dall'altra parte un numero imprecisato di «mal di
testa» allo stato del Qatar, per le crisi diplomatiche consumate con
molti paesi arabi - più che disturbati dalla rottura di tutte le
regole di buon vicinato in uso nell'informazione araba, protocollare e
ossequiosa, attenta a non toccare leader e governi in carica - e per
le proteste ufficiali dell'amministrazione americana, livida per la
messa in libera circolazione di immagini «sgradite» (dalle video
apparizioni di bin Laden al loop dei prigionieri Usa in Iraq, fino ai
disperati appelli degli ostaggi occidentali).
«E tutto questo viene da una scatola di fiammiferi», ebbe a dire
incredulo il presidente egiziano Hosni Mubarak durante la sua prima
visita al quartier generale della rete a Doha. In effetti il primo
impatto visivo con Al Jazeera è una sorpresa. Tutti i tassisti, nella
capitale del Qatar, conoscono la sede del canale come «the tv
roundabout», la rotonda che bisogna doppiare per arrivare al cancello
che Al Jazeera condivide con la televisione di stato Qatar tv. Poi le
strade si dividono. Quella che porta verso Al Jazeera è semplice e
sbuca in un viale di palme dove fa capolino il tetto blu della storica
newsroom. La redazione dove sono passati i video di bin Laden, i
comunicati di Al Zarqawi, gli agghiaccianti filmati solo immaginati
delle morti degli ostaggi, è una stanza modesta, ben attrezzata, ma
non trionfante, come potrebbe far pensare la fama che precede questa
tv. E molti degli uffici di personaggi chiave della rete, come il suo
indaffaratissimo portavoce Jihad Ali Ballout, si trovano in modesti
prefabbricati immediatamente fuori dalla newsroom.
Unico segno visibile di una chiara potenza mediale sono le antenne
satellitari che campeggiano accanto alla mensa. L'immagine esteriore
di Al Jazeera - che certo avrà sorpreso chi si aspettava lussi da
emirati o da major occidentali - è la più efficace rappresentazione di
ciò che è questa televisione: contenuto, innanzitutto contenuto.
Questo non vuol dire che Al Jazeera non abbia un appeal anche di forma
televisiva, ma significa che da subito, al contrario di altri canali
arabi che hanno scelto prima le strategie di marketing, ha scelto di
puntare sui contenuti, scommessa rivelatasi vincente.
La «provvisorietà» degli uffici di Al Jazeera è forse anche indice di
una creatura che è cresciuta con il tempo, di un progetto che si è
evoluto negli anni, si è articolato e trasformato. E che ancora una
volta, giunta quasi al traguardo dei dieci anni di vita, lei stessa
sceglie di cambiare. I lavori nelle ultime settimane sono stati
frenetici. L'obiettivo era preparare la nuova newsroom per il debutto
mondiale, andato in onda ieri alle 8 di sera Gmt. La differenza con la
precedente redazione salta immediatamente all'occhio: questa nuova di
zecca è sofisticata laddove quella storica era spartana; la dominante
grafica oro sostituisce il vecchio tema blu che faceva da sfondo al
logo dorato della rete; e certo questa è ampia e spaziosa, e
tremendamente brand new.
Samir Khader, senior producer che ha supervisionato il restyling e
tutti i nuovi format, precisa che ogni singolo oggetto della nuova
redazione - dai computer ai software alle sedie, con un design da
ufficio nel pieno di una city occidentale - è di fattura
americana: «quindi come potrebbero mai dirci che siamo
antiamericani?». L'ironia di Khader sul travagliato rapporto fra Al
Jazeera e gli Stati uniti è comprensibile, dato che le «esternazioni»
del malcontento americano si sono sentite di nuovo pochi giorni fa,
protagonista ancora una volta un Rumsfeld furioso contro la rete,
accusata di fomentare terrorismo e violenza antiamericana. Forse anche
il ministro della difesa Usa rimarrà sorpreso a vedere i nuovi
programmi di Al Jazeera. Già, perché il restyling non è solo visivo, e
oltre alla newsroom dorata sono in arrivo programmi tutti nuovi di
zecca. Nomi come Friends of the arabs (Amici degli arabi) o
Latin american arabs (Arabi latinoamericani) la dicono lunga sul
loro contenuto, tanto quanto gli storici talk show della rete, che
portavano titoli come The opposite direction (La direzione
opposta) o More than one opinion (Più di un'opinione).
Il cambiamento è evidente, e lo sottolinea anche Jihad Ballout: «sono
programmi di `ponte', che aiutano la comprensione reciproca, che
mirano a diminuire il gap fra culture aumentando la conoscenza
gli uni degli altri». Friends of the arabs è una serie di
ritratti di espatriati occidentali nei paesi arabi (una grossa
comunità, soprattutto nel Golfo), un programma che punta a spiegare
come vivono le altre culture e come venirsi incontro. Latin
american arabs, sulla diaspora araba in Sudamerica, va nella
stessa direzione, ma al contrario sottolinea i modi di vivere degli
arabi espatriati. Nella nuova Al Jazeera ci sono più programmi di arte
e cultura, più storie di interesse umano, più reportage da aree del
mondo poco illuminate dai riflettori tv (dal Banghladesh al Laos), più
trasmissioni che smascherano i meccanismi televisivi, come Behind
the news (Dietro le notizie) o Behind the scenes (Nel
retroscena) che svelano il processo produttivo dell'informazione
televisiva (e dei suoi scoop).
Anche nei telegiornali, il cuore dell'informazione della rete, ci sono
cambiamenti: i tre bollettini informativi giornalieri di un'ora
ciascuno raddoppiano in durata. Al Jazeera avrà tre notiziari
principali, tutti di due ore ciascuno, ognuno con un focus di
contenuto diverso: quello del mattino sarà una sorta di agenda di ciò
che si pensa possa essere il piatto caldo informativo del giorno; il
pomeriggio verrà dedicato agli approfondimenti e darà spazio ai
reportage sul campo dal mondo intero; la sera, alle 8 ora Gmt,
debutterà il telegiornale che secondo Jihad Ballout ha l'approccio
«meno convenzionale» che si sia mai visto, con analisi e interviste a
esperti di materie diverse, dalla politica alla difesa militare. Tutto
questo per avere più news, e più news di «interesse umano» (quelle che
in gergo si chiamano soft news). Rimarrà, naturalmente, la centralità
delle breaking news che però non invaderanno i settori dell'inchiesta,
del reportage, dell'approfondimento. Resteranno centrali le
informazioni dall'Iraq e dalla Palestina, due aree su cui Al Jazeera
ha sempre tenuto ben informato il suo pubblico, nonostante il divieto
di trasmettere da Baghdad in vigore ormai da tempo (Ballout si auspica
una pacificazione, ma non dà certezze su eventuali accordi per
ripristinare gli uffici nella capitale irachena). Verranno dimezzati,
almeno in termini di spazio, tutti i talk show ammiragli della rete,
dall'infuocato The opposite direction di Faisal Al Kasim al
programma religioso di straordinario successo Sharia and life
(Legge islamica e vita) di Sheikh Al Qaradawi. Una scelta coraggiosa,
se non addirittura suicida agli occhi di qualcuno: perché una rete che
riduce i suoi programmi di punta, quelli con più ascolti e più
riscontri di pubblico, o è talmente lungimirante da abbandonare la
strada sicura prima che il filone di successo si esaurisca; oppure si
autodistrugge. Ballout giura che l'inversione di rotta non è stata
pensata né per combattere la concorrenza delle altre emittenti arabe;
né tantomeno per cedere alle pressioni Usa, che volevano da tempo
abbassare i toni della rete per farle sposare una medietà televisiva
certamente più innocua. Il vero motivo sarebbe invece il pubblico
arabo, che secondo Ballout è maturato, è più sofisticato, e cerca di
più (qualcosa che sia meno opinione, e più notizia). «E poi è una
questione di fasi, come nella vita di una persona. Al Jazeera è
entrata in un nuovo stadio della sua vita», spiega.
Certo le cose sono cambiate dal 1996, quando Al Jazeera varcava i
satelliti del mondo dalla sua minuscola sede di Doha. Oggi sono in
molti a sperare che dietro la nuova Al Jazeera ci sia lungimiranza e
non voglia di deporre le armi.
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