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Al Jazeera: l'enfant terrible è diventato grande

di Donatella della Ratta

17 giugno 2005
Fonte: il Manifesto

Manca poco più di un anno al suo decimo compleanno, e Al Jazeera ha deciso ancora una volta di spiazzare. All'apice del successo mondiale, la all news araba cambia strada e sceglie un nuovo look, nuovi programmi, una rinnovata linea editoriale. Il cambiamento si respira nell'aria a Doha. La capitale dello stato del Qatar - una piccola penisola di circa 800.000 abitanti che naviga al centro di una grande Penisola, quella del Golfo arabico - è dal novembre 1996 sede storica di Al Jazeera, l'enfant terrible dei media, non solo di quelli arabi. Doha è una città in espansione, se non in pieno boom, merito anche di questa piccola tv, rivoluzionaria per aver rotto gli equilibri (o gli squilibri) del flusso di informazione che ha viaggiato per anni indisturbato in direzione unica Nord-Sud. Al Jazeera invece è stata «la terra delle direzioni opposte» (non a caso il nome di uno dei suoi più famosi talk show), il primo «paese» nel mondo arabo ad aver fatto scontrare nell'arena televisiva punti di vista diversi, dando spazio a voci scomode, ai governi arabi e occidentali, e rimanendo ancorata alla regola dell'«opinione e l'opinione contraria» (il suo slogan dalla nascita).

Una politica editoriale che ha conquistato le audience del mondo arabo, procurando dall'altra parte un numero imprecisato di «mal di testa» allo stato del Qatar, per le crisi diplomatiche consumate con molti paesi arabi - più che disturbati dalla rottura di tutte le regole di buon vicinato in uso nell'informazione araba, protocollare e ossequiosa, attenta a non toccare leader e governi in carica - e per le proteste ufficiali dell'amministrazione americana, livida per la messa in libera circolazione di immagini «sgradite» (dalle video apparizioni di bin Laden al loop dei prigionieri Usa in Iraq, fino ai disperati appelli degli ostaggi occidentali).

«E tutto questo viene da una scatola di fiammiferi», ebbe a dire incredulo il presidente egiziano Hosni Mubarak durante la sua prima visita al quartier generale della rete a Doha. In effetti il primo impatto visivo con Al Jazeera è una sorpresa. Tutti i tassisti, nella capitale del Qatar, conoscono la sede del canale come «the tv roundabout», la rotonda che bisogna doppiare per arrivare al cancello che Al Jazeera condivide con la televisione di stato Qatar tv. Poi le strade si dividono. Quella che porta verso Al Jazeera è semplice e sbuca in un viale di palme dove fa capolino il tetto blu della storica newsroom. La redazione dove sono passati i video di bin Laden, i comunicati di Al Zarqawi, gli agghiaccianti filmati solo immaginati delle morti degli ostaggi, è una stanza modesta, ben attrezzata, ma non trionfante, come potrebbe far pensare la fama che precede questa tv. E molti degli uffici di personaggi chiave della rete, come il suo indaffaratissimo portavoce Jihad Ali Ballout, si trovano in modesti prefabbricati immediatamente fuori dalla newsroom.

Unico segno visibile di una chiara potenza mediale sono le antenne satellitari che campeggiano accanto alla mensa. L'immagine esteriore di Al Jazeera - che certo avrà sorpreso chi si aspettava lussi da emirati o da major occidentali - è la più efficace rappresentazione di ciò che è questa televisione: contenuto, innanzitutto contenuto. Questo non vuol dire che Al Jazeera non abbia un appeal anche di forma televisiva, ma significa che da subito, al contrario di altri canali arabi che hanno scelto prima le strategie di marketing, ha scelto di puntare sui contenuti, scommessa rivelatasi vincente.

La «provvisorietà» degli uffici di Al Jazeera è forse anche indice di una creatura che è cresciuta con il tempo, di un progetto che si è evoluto negli anni, si è articolato e trasformato. E che ancora una volta, giunta quasi al traguardo dei dieci anni di vita, lei stessa sceglie di cambiare. I lavori nelle ultime settimane sono stati frenetici. L'obiettivo era preparare la nuova newsroom per il debutto mondiale, andato in onda ieri alle 8 di sera Gmt. La differenza con la precedente redazione salta immediatamente all'occhio: questa nuova di zecca è sofisticata laddove quella storica era spartana; la dominante grafica oro sostituisce il vecchio tema blu che faceva da sfondo al logo dorato della rete; e certo questa è ampia e spaziosa, e tremendamente brand new.

Samir Khader, senior producer che ha supervisionato il restyling e tutti i nuovi format, precisa che ogni singolo oggetto della nuova redazione - dai computer ai software alle sedie, con un design da ufficio nel pieno di una city occidentale - è di fattura americana: «quindi come potrebbero mai dirci che siamo antiamericani?». L'ironia di Khader sul travagliato rapporto fra Al Jazeera e gli Stati uniti è comprensibile, dato che le «esternazioni» del malcontento americano si sono sentite di nuovo pochi giorni fa, protagonista ancora una volta un Rumsfeld furioso contro la rete, accusata di fomentare terrorismo e violenza antiamericana. Forse anche il ministro della difesa Usa rimarrà sorpreso a vedere i nuovi programmi di Al Jazeera. Già, perché il restyling non è solo visivo, e oltre alla newsroom dorata sono in arrivo programmi tutti nuovi di zecca. Nomi come Friends of the arabs (Amici degli arabi) o Latin american arabs (Arabi latinoamericani) la dicono lunga sul loro contenuto, tanto quanto gli storici talk show della rete, che portavano titoli come The opposite direction (La direzione opposta) o More than one opinion (Più di un'opinione).

Il cambiamento è evidente, e lo sottolinea anche Jihad Ballout: «sono programmi di `ponte', che aiutano la comprensione reciproca, che mirano a diminuire il gap fra culture aumentando la conoscenza gli uni degli altri». Friends of the arabs è una serie di ritratti di espatriati occidentali nei paesi arabi (una grossa comunità, soprattutto nel Golfo), un programma che punta a spiegare come vivono le altre culture e come venirsi incontro. Latin american arabs, sulla diaspora araba in Sudamerica, va nella stessa direzione, ma al contrario sottolinea i modi di vivere degli arabi espatriati. Nella nuova Al Jazeera ci sono più programmi di arte e cultura, più storie di interesse umano, più reportage da aree del mondo poco illuminate dai riflettori tv (dal Banghladesh al Laos), più trasmissioni che smascherano i meccanismi televisivi, come Behind the news (Dietro le notizie) o Behind the scenes (Nel retroscena) che svelano il processo produttivo dell'informazione televisiva (e dei suoi scoop).

Anche nei telegiornali, il cuore dell'informazione della rete, ci sono cambiamenti: i tre bollettini informativi giornalieri di un'ora ciascuno raddoppiano in durata. Al Jazeera avrà tre notiziari principali, tutti di due ore ciascuno, ognuno con un focus di contenuto diverso: quello del mattino sarà una sorta di agenda di ciò che si pensa possa essere il piatto caldo informativo del giorno; il pomeriggio verrà dedicato agli approfondimenti e darà spazio ai reportage sul campo dal mondo intero; la sera, alle 8 ora Gmt, debutterà il telegiornale che secondo Jihad Ballout ha l'approccio «meno convenzionale» che si sia mai visto, con analisi e interviste a esperti di materie diverse, dalla politica alla difesa militare. Tutto questo per avere più news, e più news di «interesse umano» (quelle che in gergo si chiamano soft news). Rimarrà, naturalmente, la centralità delle breaking news che però non invaderanno i settori dell'inchiesta, del reportage, dell'approfondimento. Resteranno centrali le informazioni dall'Iraq e dalla Palestina, due aree su cui Al Jazeera ha sempre tenuto ben informato il suo pubblico, nonostante il divieto di trasmettere da Baghdad in vigore ormai da tempo (Ballout si auspica una pacificazione, ma non dà certezze su eventuali accordi per ripristinare gli uffici nella capitale irachena). Verranno dimezzati, almeno in termini di spazio, tutti i talk show ammiragli della rete, dall'infuocato The opposite direction di Faisal Al Kasim al programma religioso di straordinario successo Sharia and life (Legge islamica e vita) di Sheikh Al Qaradawi. Una scelta coraggiosa, se non addirittura suicida agli occhi di qualcuno: perché una rete che riduce i suoi programmi di punta, quelli con più ascolti e più riscontri di pubblico, o è talmente lungimirante da abbandonare la strada sicura prima che il filone di successo si esaurisca; oppure si autodistrugge. Ballout giura che l'inversione di rotta non è stata pensata né per combattere la concorrenza delle altre emittenti arabe; né tantomeno per cedere alle pressioni Usa, che volevano da tempo abbassare i toni della rete per farle sposare una medietà televisiva certamente più innocua. Il vero motivo sarebbe invece il pubblico arabo, che secondo Ballout è maturato, è più sofisticato, e cerca di più (qualcosa che sia meno opinione, e più notizia). «E poi è una questione di fasi, come nella vita di una persona. Al Jazeera è entrata in un nuovo stadio della sua vita», spiega.

Certo le cose sono cambiate dal 1996, quando Al Jazeera varcava i satelliti del mondo dalla sua minuscola sede di Doha. Oggi sono in molti a sperare che dietro la nuova Al Jazeera ci sia lungimiranza e non voglia di deporre le armi.

   
   

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