A cose fatte
(ovviamente) alcuni esperti ci informano che l’Italia è un paese dove
la gente non sarebbe mai potuta andare a votare per i referendum sulla
fecondazione assistita perché troppo assillata dai problemi
economici. Sulla base di questo assunto chi si occupa di libertà di
informazione e democrazia potrebbe tranquillamente chiudere bottega.
Le “masse” non sembrerebbero assolutamente disposte ad appassionarsi
per temi legati alla tutela dei diritti civili.
Figuriamoci poi per quelli riguardanti nazioni lontane come gli Stati
Uniti, l’Iran, Cuba o la Cina.
C’è un unico modo per affrontare la questione. Partire dall’assunto
che i i diritti sono “valori universali”, non legati a contingenze
elettorali, da mettere al centro della propria attenzione/azione, da
difendere ovunque e comunque. Può essere questa la “battaglia
culturale” di cui si fa promotore Articolo21 insieme a una rete di
altre associazioni ( Informazione Senza Frontiere è solo uno dei
cento possibili nomi). Fra l’altro è questa una splendida strada per
dare respiro e prospettiva anche ad alcune inziative in difesa della
libertà d’espressione in Italia. Un tema che alla Rai e altrove
riguarda moltissime persone, non certo soltanto i “soliti volti
noti”. Il fatto che il percorso sia difficile, per molti aspetti
inedito, che si debba “sprovincializzare” il dibattito, non deve
spaventare.
Le “guerre culturali” non sono mica tutte di destra. Ma non sono
neanche propriamente facili.
Bisogna saperle condurre. E’ troppo comodo occuparsi solo dell’
“ordinaria amministrazione”, degli iscritti o dell’audience. Se non
ce ne rendiamo conto finirà che a ritrovarsi senza idee e senza
programmi non saranno solo i partiti, ma anche ( e a brevissimo giro
di tempo) gli stessi giornalisti.
Nei giorni scorsi il Presidente Ciampi ha invitato il mondo
dell’informazione a allargare i propri orizzonti al mondo intero. Una
sollecitazione che è passata in secondo piano ma che appare invece
altrettanto importante di quella riguardante l’ormai famosa “schiena
diritta”.
E sono i fatti a dirci che quello globale è l’unico parametro di
riferimento cui attenerci per capire cosa accade dentro il cortile di
casa nostra. L’ultima notizia stavolta arriva dalla Cina. Microsoft
si è accordata con il governo di Pechino per “taroccare” il proprio
portale Msn in quel paese. Sulla Stampa di oggi Anna Masera ci spiega
che se a Shanghai e dintorni qualcuno digita parole come
“democrazia”, “libertà”, “diritti umani”, il motore risponde
respingendo la richiesta. Chiede di utilizzare parole diverse. La
faccenda non è del tutto nuova: già alcuni siti se n’erano occupati
nei giorni scorsi. Ma il punto è un altro: ci riguarda o no la libera
navigazione degli utenti internet cinesi?
Non possono esserci dubbi. Sicuramente ci tocca molto da vicino:
tutti i tentativi di controllare dall’alto il web (una realtà
universale per definizione) sono contagiosi e dunque pericolosi quanto
la Sars.
E poi c’è di mezzo Microsoft. E qui le domande diventano altre: cosa
c’è sul 90 per cento dei computer che usiamo? Non c’è forse
l’incombente presenza del logo Windows, con tutta la compagnia di
software collegati? Ci sta bene che nel “salotto tv “ di Fabio Fazio
Bill Gates riproponga l’immagine dell’ imprenditore moderno/illuminato
e in Cina censuri invece la parola “libertà”?
Il Guardian di oggi approfondisce il tema. L’accordo di Gates è al
50% con una società cinese di Shanghai. I meccanismi censori sono
come sempre ridicoli e contraddittori.
Non si può digitare la parola democrazia, ma il motore accetta il
termine anarchia, non si può scrivere il termine “dimostrazione” ma
si può usare la parola protesta. Davanti alle critiche un portavoce
della Microsoft ha provato a spiegare che i filtri ci sono ma che alla
fine il risultato è positivo perché milioni di persone potranno
comunicare fra loro tramite internet. Più o meno quanto avevano detto
Google e Yahoo che nelle scorse settimane avevano raggiunto accordi
simili con il governo comunista/capitalista/autoritario di Pechino. La
verità sta ovviamente nel fatto che in ballo c’è un affare
miliardario, la lotta per penetrare nell’ enorme mercato cinese di
più di cento milioni di utenti al 2005. Riemerge insomma un tema
antico. Per queste “multinazionali” il denaro viene prima dei diritti.
La nostra “guerra culturale” sta invece nel difendere questi ultimi in
modo intransigente.
Combattere la censura ovunque si manifesti. Difendere l’universalità
e la libertà del web dal virus rappresentato da monopoli e regimi
autoritari.
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