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La nostra ''Guerra culturale''. Contro la censura ovunque

di Roberto Reale

17 giugno 2005

A cose fatte (ovviamente) alcuni esperti ci informano che l’Italia è un paese dove la gente non sarebbe mai potuta andare a votare per i referendum sulla fecondazione assistita perché troppo assillata dai problemi economici.  Sulla base di questo assunto chi si occupa di libertà di informazione e democrazia  potrebbe tranquillamente chiudere bottega.  Le “masse”  non sembrerebbero assolutamente disposte ad appassionarsi per temi legati alla  tutela dei diritti civili. 
Figuriamoci poi per quelli riguardanti nazioni lontane come gli Stati Uniti, l’Iran, Cuba o la Cina. 
C’è un unico modo per affrontare la questione.  Partire dall’assunto che i i diritti sono “valori universali”, non legati a contingenze elettorali, da mettere al centro della propria attenzione/azione, da difendere ovunque e comunque.  Può essere questa la “battaglia culturale” di cui si fa promotore Articolo21 insieme a una rete di altre associazioni  ( Informazione Senza Frontiere è solo uno dei cento possibili nomi).  Fra l’altro è questa una splendida strada  per dare respiro e prospettiva anche ad alcune inziative in difesa della libertà d’espressione in Italia. Un tema   che alla Rai e altrove riguarda moltissime persone, non certo soltanto i “soliti volti noti”.  Il fatto che il percorso sia difficile, per molti aspetti inedito,  che si debba “sprovincializzare” il dibattito, non deve spaventare. 
Le “guerre culturali”  non sono mica tutte di destra. Ma non sono neanche propriamente facili.
Bisogna saperle condurre. E’ troppo comodo occuparsi solo dell’ “ordinaria amministrazione”, degli iscritti o dell’audience.  Se non ce ne rendiamo  conto finirà che a ritrovarsi senza idee e senza programmi non saranno solo i partiti, ma anche ( e a brevissimo giro di tempo)  gli stessi giornalisti.
Nei giorni scorsi il Presidente Ciampi ha invitato il mondo dell’informazione a allargare i propri orizzonti al mondo intero. Una sollecitazione che è passata in secondo piano ma che appare invece  altrettanto importante di quella riguardante l’ormai famosa “schiena diritta”.
E sono i fatti a dirci che quello globale è l’unico parametro di riferimento cui attenerci per capire cosa accade dentro il cortile di casa nostra.  L’ultima notizia  stavolta arriva dalla Cina. Microsoft si è accordata con il governo di Pechino per “taroccare” il proprio portale  Msn in quel paese. Sulla Stampa di oggi Anna Masera ci spiega che se a Shanghai e dintorni  qualcuno digita parole come “democrazia”, “libertà”, “diritti umani”, il motore risponde respingendo la richiesta. Chiede di utilizzare parole diverse. La faccenda non è del tutto nuova: già alcuni siti se n’erano occupati nei giorni scorsi. Ma il punto è un altro: ci riguarda o no la libera navigazione degli utenti internet cinesi? 
Non possono esserci dubbi. Sicuramente ci tocca molto da vicino:  tutti i tentativi di controllare dall’alto il web (una realtà universale per definizione) sono contagiosi e dunque pericolosi quanto la Sars.
E poi c’è di mezzo Microsoft. E qui le domande diventano altre:  cosa c’è sul 90 per cento dei computer che usiamo? Non c’è forse l’incombente presenza del logo Windows, con tutta la compagnia di software collegati?  Ci sta bene che nel “salotto  tv “ di Fabio Fazio Bill Gates riproponga l’immagine dell’ imprenditore moderno/illuminato e in Cina censuri invece  la parola “libertà”?
Il Guardian di oggi approfondisce il tema. L’accordo di Gates  è al 50% con una società cinese di Shanghai.  I meccanismi censori sono come sempre ridicoli e contraddittori.
Non si può digitare la parola democrazia, ma il motore accetta il termine anarchia, non si può  scrivere il termine “dimostrazione” ma si può usare la parola protesta.  Davanti alle critiche un portavoce della Microsoft ha provato a spiegare che i filtri ci sono ma che alla fine il risultato è positivo perché milioni di persone potranno comunicare fra loro tramite internet. Più o meno quanto avevano detto Google e Yahoo che nelle scorse settimane avevano  raggiunto accordi simili con il governo comunista/capitalista/autoritario di Pechino. La verità sta ovviamente nel fatto che  in ballo c’è un affare miliardario, la lotta  per penetrare nell’ enorme mercato cinese di più di cento milioni di utenti al 2005.  Riemerge insomma un tema antico. Per queste “multinazionali” il denaro viene prima dei diritti. La nostra “guerra culturale” sta invece nel difendere questi ultimi in modo intransigente.
Combattere la censura  ovunque si manifesti. Difendere l’universalità e la libertà del web dal virus rappresentato da monopoli e regimi autoritari.

   
   

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