Palermo,
35 anni dopo si chiude l´inchiesta sull´omicidio del
cronista De Mauro
di Attilio Bolzoni
17 giugno 2005
Fonte: la Repubblica
Il suo cadavere fu seppellito in
campagna, tra la borgata di Villagrazia e la foce del fiume Oreto.
Trentacinque anni dopo si chiude l´inchiesta sul primo delitto
eccellente di Palermo.
È la «pista nera» che puzza di mafia. È la sola, l´unica che resiste a
più di tre decenni di aggrovigliate investigazioni. I fascisti
progettavano di fare il colpo di stato alleandosi in Sicilia con i
boss, fu la scoperta di quel patto la condanna a morte di Mauro De
Mauro, reporter del quotidiano della sera L´Ora, corrispondente
dall´isola de Il Giorno e della Reuters, giornalista famoso e dal
burrascoso passato repubblichino nella Decima Mas. Ucciso nel
settembre 1970 per una notizia che gli avevano soffiato amici
frequentati in gioventù, compagni d´armi e camerati. Mandanti
dell´omicidio i capi della Cupola Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti
e Salvatore Riina. Ordinarono il suo rapimento dopo un incontro a Roma
con il principe Borghese e due alti ufficiali del Sid, il servizio
segreto militare di allora. Il golpe era previsto per dicembre, nella
notte tra il 7 e l´8, nome in codice del piano insurrezionale "Tora
Tora". Fu un omicidio «preventivo», sostengono i magistrati nella loro
ultima ricostruzione sul sequestro del giornalista.
A soffocarlo furono Mimmo Teresi, Emanuele D´Agostino e Stefano
Giaconia, picciotti di Santa Maria di Gesù, tutti e tre assassinati
nella guerra di mafia degli anni 80. Con loro ci sarebbe stato anche
Bernardo Provenzano. Nei prossimi giorni, l´inchiesta giudiziaria sarà
ufficialmente definita dai sostituti procuratori Gioacchino Natoli e
Antonio Ingroia. Già decisa una richiesta di rinvio a giudizio per
Totò Riina, gli altri due mandanti sono ormai morti. Incerta ancora la
posizione di Provenzano. Ad accusarlo c´è solo il pentito Francesco Di
Carlo, non ci sono altre "chiamate" o riscontri alle sue
dichiarazioni.
Sta finendo in archivio così il caso De Mauro, il più misterioso dei
gialli palermitani, una trama che si è intrecciata con tanti altri
affaire italiani, primo tra tutti l´attentato di Bascapè del 27
ottobre del 1962, l´aereo del presidente dell´Eni Enrico Mattei che
decollò da Catania e precipitò a pochi chilometri da Linate.
L´inchiesta sulla morte del giornalista è stata ripescata l´ultima
volta 10 anni fa, dopo che un magistrato di Pavia - Vincenzo Calia,
quello che aveva riaperto le indagini su Mattei - chiese e inviò carte
a Palermo. Uno scambio di documenti che ha dato spinta all´istruttoria
siciliana. Praticamente è ricominciata daccapo. Tanti i testimoni mai
ascoltati, gli indizi mai approfonditi, gli interrogatori mai
verbalizzati. Un depistaggio dopo l´altro. Trovata traccia anche di un
colloquio riservato dell´allora capo della omicidi della squadra
mobile Boris Giuliano con Ugo Saito, il giudice titolare della prima
inchiesta: il commissario lo avvertiva che «c´era qualcuno al
ministero a Roma che non voleva andare a fondo alla morte di De
Mauro».
Scartate tutte le altre ipotesi sul sequestro - quella che portava al
traffico di stupefacenti seguita precipitosamente dal colonnello dei
carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, e quella che conduceva alle
esattorie dei cugini Salvo inutilmente battuta dai poliziotti - la
procura di Palermo 35 anni dopo ha ricostruito il movente del delitto.
Il giornalista era già tempo sorvegliato dai mafiosi. Avevano paura
che scoprisse qualcosa sull´«incidente» al presidente dell´Eni, lui
lavorava alla sceneggiatura del film che Francesco Rosi stava girando
proprio sull´attentato di Bascapè. Ma De Mauro non custodiva segreti
su Mattei. Si era invece imbattuto in quell´altra storia, il colpo di
stato, il golpe che il "principe nero" voleva far scattare da lì a tre
mesi coinvolgendo anche Cosa Nostra. I mafiosi avrebbero dovuto
occupare la sede Rai di Palermo, le prefetture e le questure delle
città siciliane.
Erano quasi le 9 di sera del 16 settembre quando sparì proprio sotto
casa sua, in via delle Magnolie, la Palermo del sacco edilizio. Mauro
uscì dalla redazione de L´Ora e fermò la sua Bmw davanti a un bar,
comprò due etti di caffè macinato, due pacchetti di Nazionali senza
filtro e una bottiglia di bourbon. Stava posteggiando l´auto quando
sua figlia Franca - la ragazza si sarebbe dovuta sposare la mattina
dopo - dalla finestra vide il padre «che parlava con due o tre
uomini». Poi la Bmw all´improvviso ripartì. Fu ritrovata la mattina
dopo dall´altra parte della città. Aveva ancora le chiavi inserite nel
cruscotto. A Palermo è il rituale della lupara bianca. Così Mauro
scomparve per sempre.
Per più di vent´anni solo silenzio. Dopo le stragi del 1992
cominciarono a parlare i pentiti. Il primo fu Gaspare Mutolo. Svelò
due nomi: «Lo strangolarono Stefano Giaconia ed Emanuele D´Agostino».
Poi arrivò Buscetta. E poi ancora Antonino Calderone, Francesco Marino
Mannoia, Gaetano Grado. Tranne don Masino che è morto, gli altri sono
stati tutti riascoltati dai magistrati. E tutti hanno indicato la
"pista nera". Per ultimo Francesco Di Carlo ha ricordato di summit a
Roma tra capimafia e generali. E ha spiegato: «De Mauro non fu nemmeno
trascinato via a forza quella sera..». Conosceva bene una di quelle
«due o tre persone» che sua figlia Franca intravide dalla finestra di
casa. Era Emanuele D´Agostino, l´autista di Bontate. De Mauro si
fidava in qualche modo di D´Agostino. E forse proprio da lui stava
cercando di avere quel pezzo mancante per il suo scoop. Lo portarono
in un casolare e fu Mimmo Teresi a interrogarlo, a tirargli fuori
quello che sapeva sul colpo di stato. Poi lo uccisero. Nessuno dei
pentiti sa dove sia esattamente la sua tomba, tutti dicono che è
«sicuramente sotterrato» a Villagrazia, sul letto di quello che una
volta era il fiume Oreto.
Il resto di questa storia italiana è confinato tra le pieghe di
un´inchiesta che è stata dimenticata per anni, insabbiata. I
magistrati di Palermo dopo tanto tempo hanno voluto interrogare ancora
Vittorio Nisticò, il direttore de L´Ora, il giornale dell´altra
Palermo. E per la prima volta da quel lontano 1970 hanno ascoltato
Bruno Carbone, un collega che lavorava nella stessa stanza con De
Mauro. Carbone ci aveva confessato nel 2001: «Mauro mi disse che aveva
per le mani un colpo straordinario, io sono stato testimone della sua
vita eppure non c´è mai stato un poliziotto o un magistrato che abbia
sentito il dovere di chiedermi qualcosa». E aveva aggiunto: «Pochi
giorni prima di sparire avevo suggerito a Mauro di parlare con il
procuratore Pietro Scaglione. Lui ci andò. Dopo pochi mesi uccisero
anche Scaglione».
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